Neanche il fascino della divisa

Era un sabato pomeriggio di inizio estate e a Piazza Vittorio c’era una manifestazione contro il governo. Un’amica mi ha scritto per sapere se ci sarei andata. Ho risposto di no, sarei rimasta a casa, dovevo lavorare. Era una bugia. Avevo appuntamento con un poliziotto in un hotel tra il Celio e l’Esquilino. 

Sul tram ho tenuto gli occhiali da sole, non volevo incontrare nessuno che conoscevo. Ho immaginato il poliziotto in borghese che attraversava il quartiere, camminava tra i gruppetti di manifestanti con la divisa ripiegata in una borsa da palestra. In albergo ho ritirato all’ingresso la chiave magnetica e ho cercato la stanza. Era fresca, con pareti, lenzuola e tappeti nei toni del tortora. Ho spento il condizionatore, ho tirato le tende oscuranti. Mi sono seduta sulla scrivania alta con le gambe a penzoloni, le autoreggenti nere nascoste sotto i pantaloni larghi. 

Lo avevo conosciuto la settimana prima, al bancone di un bar vicino a un liceo del centro. Quella mattina avevo accompagnato mio fratello a scuola in motorino perché non camminava bene. Mio fratello ha diciassette anni, venti meno di me (è figlio solo di mio padre), e per ironia della sorte si era fatto male a una caviglia scappando dalle cariche della polizia durante una manifestazione. Alla sua età io pensavo solo ai ragazzi e alle feste. Durante le assemblee non ascoltavo i discorsi. Mi mettevo sulla porta dell’aula magna, intercettavo il ragazzo che avevo puntato e gli chiedevo da accendere. Fumavo montagne di sigarette per rimorchiare, oltretutto mi aiutavano a concentrarmi. Faticavo a seguire il filo dei pensieri e le parole dei professori in classe. Ero spesso distratta. Durante le verifiche cercavo qualcuno che mi passasse le risposte. Prima non si parlava molto di disturbi dell’attenzione. Ti etichettavano come svogliata e stupida, tutto sommato mi andava bene. In ogni caso non importava. Non ho mai avuto un’idea chiara del valore delle cose, l’astrazione mi riesce difficile, è per questo che mi sono dedicata ai corpi. 

Ora non fumo più, gli amici fingono di non accorgersi che ascolto poco di quello che dicono. Parlano e bevono, io annuisco e intanto giro la testa per ammirare la camminata di un passante. Frequentiamo librerie femministe e locali gestiti da cooperative, con la bandiera della Palestina affissa sulla porta. Sui muri del mio quartiere c’è scritto “acab, 1312”, nel mio giro i poliziotti sono chiamati guardie e sono schifati da tutti. Fino a quella mattina non avevo mai avuto a che fare di persona con uno di loro, se non nell’ufficio per richiedere il passaporto, o a un posto di blocco casuale per controllare patente e assicurazione della macchina. 

Al bar c’era una piccola fila di gente. Avevo appoggiato sul bancone lo scontrino del caffè quando qualcuno ha detto: “Ti dispiace se passo avanti? Ho un turno che inizia tra due minuti”. Mi sono girata infastidita, ancora un centimetro e mi avrebbe toccato la spalla. L’ho guardato bene, ho respirato a fondo per non innervosirmi. Portava un profumo non adatto a quell’ora del giorno. Aveva sicuramente meno di trent’anni, la polo blu di ordinanza tirava sui bicipiti e i pettorali, gli occhi erano neri, come i capelli, la barba a filo e le sopracciglia folte. 

Le mani. Larghe e solide, unghie corte, la pelle chiara sbiadita dai lavaggi. Sembrava un agente di polizia in una versione da film porno. O forse ero io che tendevo a filtrare la realtà in quel modo, la inquadravo nella griglia di un fumetto erotico per evitare di pensare alle questioni che mi angosciavano, confuse in gerarchie insensate, dall’orrore della guerra allo shampoo che stava per finire, dal destino del pianeta a una bolletta che avevo dimenticato di pagare. “Dipende da cosa mi dai in cambio”, ho risposto con falsa noncuranza, in modo che potesse fingere di non avere sentito. Non sono timida, e nel corso degli anni le visioni porno hanno finito per contaminare il lessico. Il poliziotto è rimasto in silenzio, senza distogliere gli occhi. Ha sorriso. Gli fissavo la bocca, aveva denti grandi e bianchi. Mi ha mostrato le dita della mano sinistra: “Sono sposato”. 

“Meglio così”, ho risposto. Poi gli ho passato la tazzina di espresso che mi era apparsa davanti e gli ho detto di segnarsi il mio nick di Telegram. 

Il suo messaggio è arrivato poco dopo. Gli ho chiesto una foto, la faccia l’avevo già dimenticata. Rivedevo le mani, le braccia gonfie di ripetizioni con i manubri nella polo aderente. Cercavo di non pensare alla violenza di stato, ai reparti mobili che negli ultimi mesi eseguivano regolarmente l’ordine di colpire i ragazzini. Mi sono detta: comunque non è abbastanza alto per essere un celerino. Ho pensato alla cessione consensuale di potere. Mi sono leccata le labbra sperando avesse una vena di sadismo.

Mi sono chiesta se gli sarebbe piaciuto stringermi le manette ai polsi. Mi sono chiesta se sotto sotto desiderasse arrendersi e farsi penetrare. Mi ha mandato una foto con il timer, venti secondi prima della deflagrazione. Era a petto nudo davanti allo specchio di un bagno, ho notato il tatuaggio di un demone giapponese sul deltoide in contrasto con le piastrelle lucide rosa cipria e la carta da parati tropicale. Ho cercato di immaginare la giovane moglie del poliziotto nella casa appena ristrutturata, i cassetti pieni di biancheria sexy, i labirinti della loro vita privata, le sperimentazioni in camera da letto, il flusso di orgasmi condivisi di cui non avrei mai saputo nulla. Mi piace rubare i segreti degli altri. L’ho interrogato, ha risposto a quasi tutte le mie domande. 

“Ho inventato una scusa per parlarti, non avevo davvero fretta. Il lavoro mi piace, tra qualche anno farò il concorso per salire di grado. Vorrei chiedere il trasferimento alla Digos”. Mi sono ricordata di una scritta che avevo visto su un muro della Prenestina. Digos, manco il fascino della divisa. Ho spostato la conversazione sulla possibilità di vederci. Cosa ti piace?, ho chiesto. Ho provato a indagare su eventuali particolarità, ma le mie briciole di allusioni sono cadute nel vuoto. Era dominante, certo. Avevo imparato che non vuol dire niente, è una cosa che sostengono tutti gli uomini, tranne quelli che amano mettersi in ginocchio. Gli ho chiesto se poteva portare la divisa. Ha detto che di solito non lo faceva. Ho insistito. Ha risposto: “Forse”. Mi ha mandato un video in cui giocherellava con un paio di manette.

Quando il poliziotto ha bussato alla porta stavo cercando una playlist sul telefono. Sembrava nervoso, per evitare il silenzio si è lamentato del caldo e di avere sbagliato fermata della metropolitana. Ha appoggiato il borsone in un angolo. Le gocce di sudore gli lucidavano l’attaccatura dei capelli e la fronte, rigata da solchi impercettibili di preoccupazione. Mi sono avvicinata, ci ho passato le dita, poi ci siamo baciati. Aveva la lingua morbida, un buon sapore, quando ci siamo staccati ha messo su una specie di broncio. Mi ha fatto tenerezza. Ho pensato che doveva essere complicato avere a che fare ogni giorno con la versione più dura della realtà. Un mondo abitato da incidenti, brutte intenzioni, protocolli, urgenze. Un mondo che aveva una fame costante di nemici e odiava le persone povere. Mi è tornata in mente una foto che avevo visto su internet, un gruppo di poliziotti sorridenti con una manciata di cagnolini recuperati in un’auto abbandonata sotto il sole. Forse c’erano mattine in cui questo poliziotto in particolare si svegliava con un dubbio e fantasticava di trovarsi un lavoro che gli permettesse di evitare di impegnarsi in qualunque controversia. In quel momento io volevo farlo, dimenticare il resto e stare nel presente. Era un privilegio, lo sapevo bene. Tanto valeva approfittarne. 

Mi sono sfilata i pantaloni e la canottiera, lui mi ha spinto con delicatezza verso il letto. Si è tolto la maglietta, gli ho strizzato il petto con le mani, ho sentito il velluto della pelle e il ruvido delle radici dei peli tagliati con il rasoio. Ci siamo appoggiati ai cuscini, ci siamo baciati ancora, ho fatto scivolare la mano per sentire la sua erezione sotto i jeans. “Cosa c’è nel borsone?”, ho chiesto. “La divisa”. “E le manette?”. “Anche. Sono pulite, mai usate. Devo ancora provare le chiavi”. Mi sono sforzata di non pensare alle implicazioni delle manette usate, e neanche alle conseguenze grottesche e imbarazzanti di una chiave difettosa. Comunque non ho avuto voglia di provarle. Gli ho chiesto di restare con addosso solo la polo blu con le righine rosse e la scritta sul retro. Ero sicura che l’avesse presa apposta di una taglia in meno. All’ultimo rinnovo del passaporto mi aveva ricevuto una poliziotta di vent’anni che portava i pantaloni come i leggings di un’istruttrice di sala pesi. Erano le otto del mattino e avevo immaginato torride storie di sesso in questura. Meglio così. Più amore, meno cattiveria.

Mentre eravamo a letto insieme mi è sembrato di sentire i cori e i fischi del corteo che passava sotto la finestra, forse aveva deviato dall’itinerario previsto. Avrei voluto alzarmi per dare un’occhiata. Poi ho lasciato perdere, stavo per venire.

Quando abbiamo finito mi ha chiesto se volevo andare via per prima, ho risposto di no. Non avevo fretta. È andato in bagno e ha fatto una doccia calda, vedevo uscire le nuvole di vapore dalla porta semichiusa. Fuori c’erano trenta gradi. È tornato con un asciugamano beige intorno alla vita, ho cercato di immaginarlo alla mia età, forse avrebbe avuto la pancia. Si è rivestito con calma, sistemando bene gli slip e infilando meticolosamente la maglietta dentro i jeans. Ha messo via la divisa. Ci siamo baciati un’ultima volta, ho pensato che mi sarebbe piaciuto rivederlo. Dopo qualche minuto mi ha mandato un vocale per dirmi che aveva saldato il conto. Ho fatto appena in tempo ad ascoltarlo prima di vedere dissolversi ogni traccia della nostra chat su Telegram. La stanza era pagata ancora per qualche ora. Ho cercato nella borsa una barretta di cioccolato che avevo portato da casa, ho riempito un bicchiere di acqua tiepida del rubinetto, mi sono sdraiata sul letto disfatto. Ho sperato che per quel pomeriggio mio fratello si tenesse lontano dai guai, volevo farmi un sonnellino.

Questo racconto è uscito su Lucy ad agosto 2024

Fare ammenda

8.  Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.

9. Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri. 

A sei anni avevo una cotta per Marco, il fratellino minore di un anno di Sabina, la mia migliore amica. Abitavamo sullo stesso pianerottolo. Un pomeriggio in cui ci annoiavamo, a casa di Sabina, abbiamo preso Marco, lo abbiamo spogliato e lo abbiamo ricoperto di pallini disegnati con i pennarelli. Sul momento non ci sembrava crudele averlo trasformato in una Pimpa multicolore. Lui forse piangeva, noi ridevamo, esaltate dal nostro potere. Poi ci siamo stufate, non era rimasto neanche un centimetro libero per un altro pallino. Lo abbiamo lasciato lì, attraversando di corsa il pianerottolo per andare a casa mia. Ci eravamo accorte che stavano per iniziare i cartoni animati. L’altro giorno ho digitato il nome di Marco su Instagram, è venuta fuori la pagina di un Mr. Leather gay con più di ventimila follower. In quasi tutte le foto è vestito, dalle bretelle agli stivali, di pelle nera. In qualcuna mostra la pianta del piede nudo, in primo piano, per i suoi adoratori. Non sono sicura che si tratti della stessa persona, ma a questo punto mi sento responsabile di aver seminato in lui, con la mia minuscola molestia, un succulento feticismo. 

Alle elementari mi sono resa conto per la prima volta di avere una disfunzione del desiderio. Mia madre lo sapeva: «Vuoi sempre quello che non hai» (evito di approfondire il fatto che quello che avrei voluto e non avevo era soprattutto lei, per non trasformare un pezzo di letteratura autobiografica di scarto in una seduta di psicoanalisi). Si riferiva più che altro a gomme da cancellare e gusti di gelato, ma applicavo lo stesso schema anche ai bambini che mi piacevano. Mi ero messa con Daniele, e mi piaceva Igor. Con Igor e Daniele giocavamo a “gattini dispersi nel bosco” nel giardino della scuola. Ci nascondevamo nei cespugli, in due, mentre il terzo andava a caccia di provviste. Nell’attesa, potevamo darci dei bacetti sulle labbra, rapidi, con gli occhi chiusi. La voglia era mescolata al disgusto. Io finivo sempre con Daniele. Ma un pomeriggio ho fatto in modo di restare nel cespuglio con Igor e appena Daniele si è allontanato, l’ho baciato. Igor è diventato rosso fuoco, è scappato via. Per vendicarmi, ho detto a Daniele che era stato Igor a provarci con me e per un pomeriggio li ho fatti litigare. Il giorno dopo era tutto come prima, ma se ci penso mi sento ancora in colpa. 

Alle medie avevo i capelli corti e non piacevo a nessuno. A me piacevano tutti. Tenevo una specie di diario, un quaderno con le pagine bianche senza righe o quadretti. Sulla prima avevo scritto: mi piace Luca. Sulla seconda: mi piace Valerio. E poi: Mi piace Giulio. Mi piace Gianluca. Mi piace Alessio. Mi piace Matteo. Qualche disegnino. E altri mi piace: Massimo, Francesco, Mattia, Lorenzo, Tommaso. Non so perché voglio fare ammenda sulle mie cotte seriali compulsive, oltretutto la maggior parte di questi ragazzi non ne ha mai saputo nulla. Anche quando ho pugnalato il quaderno, l’ho devastato di tratti di penna violenti, ho strappato i fogli e li ho buttati nel cesso o in una fontana. Ci ho raccolto la cacca del cane. 

Al liceo piacevo a tutti. Scoprirlo è stato come una febbre, infatti il primo anno mi hanno bocciato. Passavo il tempo alle assemblee per inciuciare. Praticavo la geometria dell’insoddisfazione a forma di triangolo. Avevo fatto in modo di conquistare Lorenzo e Tommaso (non gli stessi del quadernino alle medie), senza sapere chi dei due mi interessasse veramente. Erano entrambi belli, gentili, intelligenti, femministi, suonavano il basso e la chitarra. Io volevo solo tenerli sulle spine, e avvicinarmi a uno dei due per struggermi su quello da cui mi ero allontanata. Avevo letto Jules e Jim, avevo visto il film, mi sentivo Jeanne Moreau ma ero solo una bugiarda triste che passava il tempo a invidiare le vite degli altri. 

Luca aveva venticinque anni, una moto d’epoca, mi aspettava all’uscita di scuola per portarmi nel suo monolocale di lusso in centro, dove mi offriva qualche droga, mi spogliava e mi raccontava storie per rendersi affascinante. È andata avanti per anni, a intermittenza, con l’unica costante che non gli ho mai detto la verità sulla noia solida, come un prurito dentro l’orecchio che non sai come grattare, che mi provocavano i suoi discorsi. E su come il suo bel corpo atletico, le mani, il cazzo perfetto, la bocca carnosa e morbida non mi abbiano mai dato piacere. Ho sempre fatto finta. Però non ho ancora capito se questa è una cosa per cui fare ammenda, e soprattutto con chi. 

Andrea lavorava nella moda, era geloso della mia ombra, avrebbe voluto che non mi si avvicinasse troppo. Diceva: «Stai bene così magra», in un periodo in cui non mangiavo quasi niente. Un giorno mi ha mandato un biglietto aereo per raggiungerlo a Parigi. Ma quando sono arrivata lì è partito per il nord, lasciandomi a casa di B., un ragazzo francese che gli organizzava le location. Pioveva, B. aveva un vecchio motorino scassato che scivolava rumoroso lungo i viali, abbiamo bevuto il Pastis, condiviso un pollo arrosto con le patate, abbiamo fatto l’amore fino all’alba sulla moquette pulciosa del suo appartamento.

F. mi portava i cornetti a casa la mattina presto. Rispondevo al citofono, dicevo: «Sono in ritardo con un lavoro, ti chiamo dopo, scusa. Lasciameli sul tappetino davanti alla porta se ti va». Poi aspettavo che se ne andasse, preparavo due tazze di caffè e me le portavo a letto per fare colazione nuda con S.

La mia amica A. restava spesso a casa mia. Una notte abbiamo rimorchiato M. a una festa, gli abbiamo fatto intendere che avrebbe dormito con noi. Una volta a casa ci siamo date un paio di baci mentre ci guardava, poi siamo uscite dalla stanza con la scusa di andare in bagno e lo abbiamo chiuso dentro, a chiave. Siamo andate al fast food aperto tutta la notte, gli abbiamo preso una porzione di patatine, ce le siamo mangiate durante il viaggio di ritorno in macchina. 

G. mi portava al Bingo e pagava le cartelle; le vincite le dividevamo a metà. Una sera sono uscita con V. e guardandolo fare manovra con la faccia seria al volante della sua utilitaria ho pensato: «Con questo non ci esco più». Ma mi sentivo sola. F. voleva fare il regista, mi invitava a uscire, ci andavo perché speravo di incontrare A., il suo amico attore (F. un giorno mi ha detto: «A. ti ha incontrato in palestra, non lo hai visto? Ha detto che gli piacevi, prima di vederti sbagliare tutta la coreografia di aerobica»). Qualche mese dopo uscivo con Z., un musicista. Tanto per cambiare, mi piaceva il suo amico Q. Una sera eravamo in macchina, Q. e io seduti dietro. Mentre Z. guidava con accanto il fratello, Q. si è messo a frugare nella mia borsa della palestra, che era appoggiata sul sedile in mezzo a noi. Tirava fuori i vestiti e li annusava, a un certo punto ha preso le mie mutandine, le ha passate sotto il naso prima di mettersele in tasca. Io ho allungato la mano per accarezzare l’orecchio di Z. Ci guardava dallo specchietto retrovisore, non si era accorto di niente.

(Uscito per la newsletter Gua Sha, agosto 2022)

Le ore piene (estratto in inglese)



Translation: Livia Franchini.


Another winter had passed and I had done nothing but age. It was just over seven months to my fortieth birthday. I resisted it, I had changed the lightbulb in the bathroom to conceal the signs of decay. I took good care of my body. I went to the gym three times a week, with an annual pass I had bought on sale. I wasn’t looking for friends; kept the music loud in my headphones as I lifted weights, stood in the back row during group classes. In the changing rooms I got dressed quickly and went to shower at home. I had no money but ate well, having a taste for fresh and lightly seasoned meals. On some nights I drank too much. I’d buy a bottle of wine from the market and leave it in the fridge until late afternoon, when I sat on the sofa with a glass and a plate of olives, and slowly drank it all. I was trying to make up a kind of melancholy, shed tears for no one in particular, then dragged myself off to bed, forgetting to set an alarm. In the morning I’d open my eyes feeling already late for something, but could never remember what it was. I was always behind on the things that I needed to do. I supported myself with translation and editing work, as well as dog sitting for the neighbours who had no time to look after their dogs. I spied on their lives through the front door, silently admiring the newborn baby they were holding in their arms and observing the dark circles under their eyes due to the lack of sleep. I had no business of my own, familiar or sentimental, and spent most days at home, alone. I wasted the hours, fell behind with the pages that needed translating, daydreamed of adventures within reach. I liked a boy who lived in my building. He was about twenty-five and lived with his parents. Often he crossed the courtyard while speaking on the phone, and hearing his voice I went to peer at him from behind my window. He had switched to wearing shorts a few weeks prior; his dark, unshaven legs attracted me. I fantasized about accosting him with an excuse: a punctured bike tyre, heavy grocery bags. Whenever he appeared before me, though, all I was able to do was rummage in my bag, pretending to look for something, or otherwise act as if I were absorbed in reading a text message on my phone. One evening, as I was coming home from the gym, I spotted him as he crossed the yard, carrying a suitcase. A small car was parked outside the gate, its lights off, the interior lit up from inside. In the driver’s seat was a girl with short hair, waiting for him with a tense smile on her face. The boy was smiling too; he walked past me without noticing I was there. I kept watching, as he threw his suitcase onto the back seat and grabbed the girl by the neck, to kiss her on the mouth. I imagined them outside, in the night, holding onto each other on the deck of a ship. I lowered my eyes and turned away, trying to think of somebody who might want to touch me with the same kind of urgency. I went upstairs to my flat, feeling embarrassed for wanting a person who was so clearly out of my reach. I pulled down the shutters and promised myself I’d never peep through them again. I realized I had nothing to drink, tried to comfort myself by scraping out the bottom of a tub of ice cream. Within moments the ice cream had melted, losing its colour. It tasted way too sweet. I remembered I hadn’t had dinner, but didn’t feel like eating anyway. I rinsed my mouth in the kitchen sink, took my computer and went to my room, leaving the gym clothes on the floor and leaning on two pillows on the bed. I opened the internet. For some time, I had been reading through the announcements on dating message boards. I had downloaded a couple of apps, but hadn’t been in touch with anyone yet. I didn’t even have my own profile. Yet, over the last few days I had become obsessed with trying. A stranger couldn’t threaten my disposition for solitude, and so I decided to try. I picked a random app, searched through my photos and uploaded one in which I wore no make-up and had my hair bundled up. I deliberately chose an inconspicuous image, I didn’t want to diffuse the sense of embarrassment I had experienced earlier. Shame can be a helpful catalyst, particularly when you’re lacking other resources.

I began to trawl through men’s profiles. After a few minutes, all the faces looked the same. I just couldn’t get into the game, I didn’t believe that any of those stares in the camera could be directed towards me. My attention was caught, eventually, by a pictureless profile. In place of a user photograph was the sketched outline of two hands, tied at the wrists with a ribbon. Underneath, the caption said: p., master, 31yo. get in touch if you’re curious. The vacant space in my stomach suddenly shrunk. I couldn’t tell if it was hunger or fear. I thought about the hundreds of nights I had been spending alone, and pictured a run of future nights, fraught with insomnia. I tapped on the message tab. I was trying to come up with something clever to say, considered changing my picture to a more fascinating one. But I couldn’t be bothered. I had always been dominated by apathy, always thought of the right thing to say once it was too late to say it. I felt tired, all I wanted to do was drift into sleep. I wrote, ‘Good Evening,’ then deleted it, then wrote ‘Hello’ and pressed send. Straight after, I shut my laptop, placed it on the floor and switched off all the lights. I dreamt of nothing. The following morning, a notification awaited. It was P’s reply. He had sent me a photograph: a selfie of him standing in front of the bathroom mirror. Black hair and eyes – but his gaze contained a lighter reflection. He wore a black polo shirt with no logo and the top button open. His hands were small and square, his arms soft, with only a minimal outline of muscle. In the background, there were white tiles decorated with a row of tiny green flowers. It looked like an apartment that had been renovated years before, by people who no longer lived there. I desired to find out more. We started exchanging messages. P. asked questions, I’d reply without hiding anything from him. I sent him my number and after a few days he called me. I was thinking about the strangeness of the situation and the possibility that anyone at all could be at the other end of the phone line. I made up an excuse to hang up after a few minutes, but his voice kept resounding in my head. I asked for permission to write to him. In my emails, I told him about my childhood fantasies, stories that went back to the time I played with dolls. They were always games of submission. The dolls were giving out orders one couldn’t help but obey. I said that most times it had happened in the morning, when I would feel defective for not wanting to get up, like I deserved to be straightened through being punished. He replied with brief, considerate statements, throwing in a few more questions. One day he asked how far I felt I’d be able to go now. I thought about it for a while, and then said I could do anything he wanted. I wanted to meet him. ‘We’ll see,’ he said. ‘Don’t look for me. Just wait.’

I pretended to carry on with my life. I walked the neighbours’ dogs and wasted entire afternoons in front of my computer. I went out drinking, acting as if I cared to participate in conversations. I hadn’t told anyone about P. People would be discussing work, which had changed, and now barely existed as it used to. They said excessively good or bad things behind successful people’s backs, or made idle talk. When they moved on to complaining about things, I became distracted. For the vast majority of the time my mind was occupied by P.’s hands. I had studied them at length in the only picture he had sent me. Large palms, square tips, fingernails bitten down to the quick. I could picture him sticking his fingers in his mouth and chewing on his nails to soothe his nerves. I fantasized about the flavour of his saliva, imagined tasting it. I was trying to forget my own hands. P. had ordered me not to masturbate until our first meeting, but time passed, and he wasn’t getting in touch. I had given myself one rule: I couldn’t look at his photograph more than once a day. I did it before I got on my bicycle to go shopping at the market. I’d take out my phone, put in my earbuds, and choose a random track among the ones I had saved. I’d let the song begin playing as I unlocked my bicycle and tapped on the image gallery, looking for his picture. If I stared at it long enough, I’d catch a spark in the dark eyes observing me, and felt invisible forces at play in the shadow to bring us together. But I had never really believed in such things, I just hoped P. had saved my number. I’d force myself to calm down, lock the keypad, shove the phone in my pocket, and get on the bicycle with music playing in my ears. I leaned my foot on the pedal for the first time, then I pushed down, and like that, one breath after the next, I convinced myself I could go another day without him. One Saturday morning I woke up early and found a text from him. It said: ‘You’ll come to me this afternoon.’ He gave me precise instructions on how to get ready. Black lingerie, suspender belt, red nail polish, cherry red lipstick and a natural eye, loose hair. He’d send me the address later. I was in my pants, sitting in front of a cup of coffee. I had just poured almond milk over my bowl of rice puffs. I left the cereal fizzing on the table, getting soggy as I checked my bank account on the website and looked for a beauty centre where I could get nail polish applied to my hands and feet. Afterwards, I went to a store to buy a suspender belt. I’d never owned one before. I was a person with no taste for clothing; my wardrobe was full of old jeans and washed out tshirts. I had only encountered men interested in full nudity before. The store specialized in lingerie and the assistants were nice, used to dealing with customers’ insecurities. In the changing room, I looked at myself in the mirror and felt strange. Whatever was up with me? I had made a decision to go to the house of a total stranger. As far as I knew, it could’ve been a different man altogether from the one I had seen in the photograph. It could’ve been another man, or it could’ve been more than one man. The changing room lights were designed to blur out the contours. I looked at myself for a couple of minutes, turning left and right. I concluded I didn’t look like myself after all. As I cycled back to my flat, I passed a pizza place where I sometimes ordered a plain margherita. On any other Saturday, I would have been thinking about what film to watch on the sofa, eating my rapidly cooling pizza. Later, I would have been listening to the voices of people who crossed the small square below, picturing banks of fish swimming unthinkingly, unaware of what it meant to be free. Eventually, I would have stood up and closed the window to make it dark. Maybe I would have felt a sudden arousal and I would have masturbated in front of a random porno. At some point, I would have shut my eyes. All I needed to come was the sound, though I kept it on low, afraid that the neighbours might hear. I was sweaty when I got home. I ran a shower, setting the handle in the middle between cold and hot, then checked my phone for new messages. P. hadn’t written. I still had time to block his number. I could take back the words I had said, archive the things I had written and relearn to live without ambition. While I thought about that, I had been washing, drying and moisturizing myself and had sprayed a Japanese vanilla and sandalwood perfume – a friend’s gift – onto my wrists and neck. My outfit was ready on the bed so that I wouldn’t forget anything. I put it on calmly, one item after the other. After a few attempts, I managed to clip the suspender belt onto the sheer black stockings. I pulled up the zip of my ankle boots. I looked at my outline in the glass door of the living room and then I realized I needed to pee. I reapplied the lipstick and dabbed at it with a piece of toilet paper. My telephone flashed. It was a message with his address. I felt ready to go. The neighbourhood was on the other side of the city. Before leaving, I checked the bus route on my phone. There was one change I didn’t have enough time for, so I decided to take a rental car with an app. I followed the route on google maps. There wasn’t much traffic and the city looked empty, sedated by the heat. I stopped in a square about one hundred metres from the address P. had given me. I didn’t drive often and I wasn’t very good at parking. I didn’t want him to see me from the window and think me awkward.

As I walked the last stretch to his house I began to sweat. Two of the suspender clips had come loose and a stocking was slipping down my thigh. I kept pulling it back up, taking care not to stumble in my heels, as I reread his message to check the door number. It was a short, one way street, with no shops. On one side was a row of garages with their heavy doors closed. I tried not to look. They filled my mind with images of metal latches and butchering hooks. I turned around, the right place was at the other end: an anonymous building, residential planning from the 1960s and typical of this part of the city. Grey cement and narrow, light colored bricks. Next to a small metal gate was the doorbell plaque. There were printed-out names next to each of a handful of buttons – except for one, which simply carried two handwritten initials. I composed a text message: ‘I’m here.’ The gate clicked open before I received a reply: ‘Third floor. Take the stairs.’ I stepped into a private courtyard. At the back was a front door, ajar. I hesitated, then went past it. I took off my sunglasses and waited a few seconds for my eyes to adjust to the light inside. One side of the corridor was covered with a smoked glass mirror that concealed my blemishes. I paused. I didn’t have a full-length mirror at home and wasn’t used to seeing myself in high heels. I liked what I saw. For a moment I thought about turning around and walking away, but then I took a deep breath and began climbing the stairs. I went up on my tiptoes to avoid making any noise, holding onto the turquoise green handrail, thinking about the leftover buckets of sea coloured paint brought in by the renovation company to save money repainting. My anxiety fed on such random thoughts, enhancing my hearing. I could hear the clicking of cutlery, flushes of water and washing machines spinning. I reached the third floor and stopped before a door that was open only a crack. I held my breath as I wondered whether it was better to knock, ring or walk directly in. The door opened. It was P., he was smiling. His teeth were small and regular. The hair, black and shiny, was cropped short. He wore tight jeans, trainers and a white t-shirt. I caught a vision of a thin gold chain around his neck. His gaze was the same as that of the picture, as if to say: so long as you’re here, don’t take anything too seriously. He said, ‘Please, come on in.’ I recognized the voice but spotted a southern accent that I had missed on the phone. The house was small and neat. A corridor led from the doorway, lined with well lit mirrored wardrobes on one side: I didn’t dare to look at myself this time. Further on was a living room with a sofa, a rug, a TV and a dining table with four chairs. The room had two windows with white curtains open by three-quarters. I saw the sky, a few scattered clouds, other buildings and balconies, antennae and air conditioners’ engines. In the background, a piece of the dome of Saint Peter.

P. was circling around me, studying me. I kept still, letting him do it. At one point, I noticed I was resting my entire weight on the left side of my body. I tried to shift back onto my right foot, but it felt strange. I had the impression I had accidentally ended up in a student’s flat, dressed inappropriately for an afternoon visit. I wouldn’t have been surprised to find a math copybook open on the table, next to the leftovers of an afternoon snack. All there was, though, was a bottle of red wine, unopened, with two glasses and a corkscrew. ‘Do you want a drink?’ P. said. I asked for some water. P. turned around and went into a small, windowless kitchen. I watched the way he walked, telling myself I had made the right choice. He came back almost immediately with a bottle of water, clutching it in his square hand. He said, ‘It’s cold.’ My throat dried up with thirst. P. filled a glass to the brim and passed it to me. ‘Thank you,’ I said, trying to ignore the voices in my head that had taught me to be wary of ice cold liquids since I had been a child. I drank the water and began to tremble. ‘Are you scared?’ he asked. He came closer. He asked, ‘Can I hug you?’ I said yes and closed my eyes. I smelled the perfume on the fabric of his t-shirt. It smelled like young male sweat, fabric softener and deodorant spray. We stayed like this for a few moments, then P. took two steps back and said, ‘We’ll start when you’re ready.’

He guided me into the room next door. I was trying to remember the last time I’d had sex. With whom? I had forgotten. In any case, the idea of meeting someone, going to the cinema, to a bar, or out to eat, seemed to me, in that moment, like something distant and utterly unlikely. P. shut the door behind me and we were in his bedroom, in the half-light. There was a large bed with chequered sheets – I had nearly identical ones at home. On the left, a chest of drawers and a window, with its shutter half down; on the right, a door left ajar, which gave onto a bathroom. He was standing by the window, observing me in silence. He said, ‘Take off your dress. Just the dress.’ It had thin straps. It was dark blue and just under the knee. I slipped it down, balled it up, and placed it on the bed. The presence of P. gave me an unusual feeling. It was unknown and familiar at the same time. It was unlikely we could have met before due to our age, and because for years I’d been carefully avoiding this part of the city. I used to come here before, for another room. When I was seventeen, I had been dating a boy so I could run away from my home, and take shelter in his. In those days, I moved diagonally, telling lies, always one thing in place of another. But I was the only one who ultimately fell for the plots I invented. On that occasion, I had convinced myself that I wanted that boy just so I could spend time with his family. I hadn’t known what pleasure meant, when it was shared with another person, and didn’t know how to ask for it. Sex, with him, had always been in a hurry. His company bored me, but it meant I could have lunch with his parents and feel like a part of something. Like all the other sentimental relationships I’d entertained during my teen years, it had ended badly.

In that moment P.’s voice brought me back to the present. He was saying, ‘Perhaps you’re not even aware of this, but you were late. Nineteen minutes. I told you to be here at four. You came at four-nineteen. I have to punish you now. Come here.’ He pointed at the chest of drawers. His hands shook lightly. His eyes were glowing with a different light. I saw myself from the outside: my stockings barely held up by the suspender belt, the black lingerie, my loose, perfumed hair, the lipstick. I felt like the incarnation of a fantasy that wasn’t entirely mine. P. seemed so ordinary in his plain cotton shirt, jeans, no tattoos. He reminded me of the post office employee I exchanged a couple of lines with whenever I went to pay off my bills, or the young shop assistant who I always smiled to for too long when I went to buy chewing-gum or batteries at the tobacconist’s. I could have mistaken him for any of the boys in beige uniform who delivered boxes with their vans, or for the postman on his electric moped. I kept looking at P. without being able to form an idea about what line of work he might be in. I didn’t know his name. The truth was that in that moment I felt like I had even forgotten mine. P. said, ‘Bend over, place your hands open against the chest, show me your ass. Look at my hands. Can you see? They are small but they know how to hit. You will feel it in a moment. Count for me. Count to nineteen, like the minutes you made me wait. No. Count to twenty.’ He said: ‘I will give you an extra one for free.’ He was smiling, then he stopped talking. I did what he had asked. I found myself with my right cheek leaning against the chest, my legs wide apart, my ass exposed. He was behind me. He leaned in close to my ear and whispered, ‘Count.’ I shut my eyes to feel the shift in the air as he brought his hands close to my body for the first time. He waited to touch me, hesitating for a few seconds that felt interminable. I heard the noise of the slap first. The pain rushed up after it, carried by the blood that ran under my skin, to the place where his right hand would leave a collection of red marks, revealing themselves gradually like polaroids. This was the beginning. Then he put his fingers in me and began to move them lightly. He alternated gentleness with my most tender parts with slapping and spitting in my face, my nipples squeezed between his fingers. He took me to the limit, but he didn’t allow me to come. He called me bitch, slut, then bitch again. He said, ‘Good girl,’ and I laughed. He said, ‘What are you laughing for?’ and slapped me again. I felt happy as he dragged me around the room on all fours, pulling me by the hair. Maybe that was why he had wanted it loose. At one point, he stopped right in front of me and said, ‘I feel like coming.’ I was down on my knees at his feet, staring up at him as he unbuttoned his jeans and slid them down his thighs, to fall at his ankles. We looked into each other’s eyes, and I marvelled at his solid calves, his five-a-side quadriceps. I ran my hands along his legs. That moment stirred up a new adoration in me, the epiphany of a fetish I didn’t know I had. I loved his flesh, his muscles and his body hair. I lowered my head and began to lick the top of his suede Adidas, taking the tip of a lace in my mouth and holding it between my teeth. I looked up at him. P. gave me a nod, and said, quietly, ‘Yes.’ I pulled on the lace with my mouth and the knot fell apart. He said, ‘If you want you can use your hands.’ So I slipped off his shoes and socks, and he sat down on the bed and kicked off his jeans. His feet were like his hands. Short, squat and beautiful. The bottom was smooth. I took one between my hands and kissed it while he kept holding me by the hair. I kissed him in the soft places between his toes. Then, P. stopped me, saying, ‘Enough. Now I really want you to suck me off.’ He took a perfect cock out of his pants: not too big, dark and straight. I began to lick it, letting him push my head down, letting him push it right down my throat until my eyes filled up with tears. At one point, P. pulled out of my mouth. Squeezing my hand around his cock and moving it quickly, he said, ‘I’m going to come all over your face.’ I closed my eyes and ran my fingertips gently against my clitoris. I came like that, like when you touch yourself at fifteen, while P.’s hot cum slid down my face.

Afterwards, he switched on the lamp on the bedside table and took out a towel from a drawer. It was rough and smelled of lavender. He cleaned me up. He helped me to my feet and checked my knees. They were red and he brushed two fingers tenderly across them. He ran his hands along my buttocks and said, ‘You might have a few bruises tomorrow.’ I twisted my head to see. My bottom was covered in small red spots. P. stretched out on the bed and asked me to lay down next to him. I let myself go. His closeness was loosening the subterranean tension that vibrated since a long time through my body. His armpits had a stronger smell now, and it went to my head. My mind ran through all sorts of images. I could hear a voice in my mind, it whispered that this afternoon could have lasted forever. P. was holding me in his arms. He asked, ‘Are you ok? We can talk now if you want.’ I wanted to ask him how he had first discovered that he liked certain things. How many people had been here before me. Who had taught him how to fit a clothes peg onto a nipple in the place that hurt the most when you pulled it away. I didn’t know anything about his life and I preferred not to ask questions. I felt like time had stopped altogether. I didn’t wear a watch and had left my phone on a side table in the hallway. We embraced like that for a long time in silence, as I let myself be lulled by the darkness that came in through the window, fantasizing about hiding here in his flat, where no one could find me. In my head, I made a list of the people I’d miss the most. I felt sorry for my bicycle. I had tied it up outside in the courtyard of my building and it’d get rusty after the first day of rain.

After some time, P. said, ‘You can go now.’ I held my tongue between my teeth to avoid asking him whether we’d see each other again. I got up, gathered my clothes. I zipped my boots up, onto my naked ankles, folded the stockings and placed them into my bag with my phone and house keys. For an instant, I fantasized about forgetting them there, leaving behind a trace of my scent, but couldn’t stand the idea that P. might throw them away or give them to someone else. He was following my movements with his eyes, sitting on the bed. I finished getting ready, went up to him and said, ‘I’m going.’ P. led me back to the door with his slouchy walk. As I looked at him, I felt I had learnt something about the way to take up space. We embraced once more, without talking. Then I turned around, stepped out of his flat, and began climbing down the stairs, no longer worrying about the noise of my heels. The evening was welcoming and smelled like summer. I was in no rush to get home and didn’t feel like isolating myself in the plasticised interior of a car, so I walked towards the metro station. The train arrived in just a few minutes, I got in the first carriage. It was covered in graffiti and with no air conditioning. I weaved my way through groups of boys and girls who were off to spend the night in the city centre. The air smelled like fruit shampoo, spiced aftershave and candy. I wanted to press my mouth against fragrant skin. I felt like a newborn vampire who had just discovered the possibility of insatiable hunger. I imagined P. in that moment. He hadn’t put the lights on. He remained on his sofa, sitting in the dark, his hands splayed on his thighs, going through each moment with me, wanting more of it. I looked for my reflection in the glass above the seats, hoping to spot a sign, a different expression on my face. I only looked disheveled. I was happy; the metro train hurtled ahead, wobbling on its tracks, as I fantasized about a future of romance.

l’oscuro fascino del Dalek

Molto prima del rinascimento psichedelico e della moda della psilocibina a colazione, le giovani esploratrici di stati alterati di coscienza si riconoscevano grazie a una macchia viola sulla lingua. Era il marchio di appartenenza al culto del Dalek, il ghiacciolo ripieno di coloranti attivi spacciati per estratti di mirtillo e fragola. Da piccola non sapevo che il nome del Dalek fosse ripreso da quello dei grotteschi nemici mutanti del Dr. Who (la serie di fantascienza inglese nata negli anni Sessanta), a loro volta ispirati ai nazisti. Se lo avesse scoperto mio padre, ebreo che aveva fatto la Resistenza, il Dalek non me lo avrebbe più comprato. Mia madre, molto più giovane e priva di qualsiasi coscienza politica, avrebbe invece continuato ad allungarmi le lire per il Dalek anche più volte al giorno, pur di levarmisi di torno e potersi rollare un’altra sigaretta addizionata di erba sul lettino in riva al mare, sorseggiando una bottiglia di vino bianco ghiacciato insieme alle sue amiche languide dai piedi con le unghie smaltate.

Nei primi anni Ottanta al bar dello stabilimento sulla spiaggia – nel mio archivio disfunzionale della nostalgia al primo posto c’è l’Albos di Fregene, forse perché aveva la piscina, i pomodori col riso e il Dalek – sul manifesto pubblicitario dei confezionati Eldorado c’erano le illustrazioni di Jacovitti. Si poteva fare finta di prendere tempo per scegliere il gelato e fissare uno dei personaggi (il mio preferito era il pesce antropomorfo a righe, senza pinne o braccia ma con il nasone e i piedoni) fantasticando di vederlo precipitare sulla sabbia con un saltino. Senza saperlo, coltivavo il passaggio fondamentale tra l’esercizio dell’immaginazione e la fuga dalla realtà. Davanti a Jacovitti fingevo sempre indecisione, poi indicavo lui, il Dalek, che sul cartellone era l’unico ad avere una faccina disegnata sullo stecco. Mi sembrava un segno inequivocabile di magia potenziale. Gli altri ghiaccioli ripieni, il Lemonissimo e il Magic Cola, non avevano fascino o mistero. Li ho presi qualche volta, come ripiego, non riservavano sorprese. Il Fiordifragola, l’interno denso di crema di latte, metteva in crisi il mio bisogno compulsivo di catalogazione coerente nelle questioni dolciarie. Non posso dire che il Dalek fosse il più buono, ma il suo fascino oscuro lo rendeva il gelato ideale per le bambine senza pace come me, che un giorno avrebbero voluto provare l’effetto delle sostanze chimiche non propriamente commestibili. A sette anni mi incantava l’idea di un ghiacciolo che aveva come attrattiva principale un effetto collaterale, il fatto che macchiasse la lingua in modo tenace. Mi sembrava di far parte di un gruppo di iniziati. Ragazzini e ragazzine che tenevano all’avventura più che alla salute, adepti di Lucignolo, Gian Burrasca e Pippi Calzelunghe; attratti, negli anni successivi, da feste illegali e piaceri malsani.

Un giorno è cambiato qualcosa. Era un’altra estate, sempre dei primi anni Ottanta. Sono arrivata in spiaggia, mi sono cambiata e sono andata subito al bar. Ho cercato il manifesto dei gelati: l’immagine del Dalek era stata coperta da una croce di pennarello dal tratto spesso, o forse qualcuno ci aveva attaccato sopra un adesivo color bianco sporco, come un inutile cerotto sulla delusione. Era finita, il Dalek, con i coloranti indelebili, era stato vietato e ritirato dal mercato. Oggi non ricordo minimamente che sapore avesse. Probabilmente a quel tempo ci sono rimasta male, poi sono passata al croccante all’amarena. Non è mai stato vero amore. L’ho usato più che altro come copertura, mentre mi esercitavo nell’arte del languore e aspettavo di essere ammessa alla corte di mia madre e delle sue amiche al thc e vino ghiacciato.

Questo racconto è uscito su Rivista Studio il 17 agosto 2022

finiamo sempre per parlare di amori

Con le amiche ai tavolini dei bar iniziamo con la politica, i libri e i pettegolezzi ma finiamo sempre per parlare di amori. Qualche tempo fa ci siamo rese conto che nessuna di noi in questo momento vive una situazione sentimentale che si potrebbe definire come coppia stabile. È qualcosa di cui non parliamo come di una mancanza in sé. La mancanza o la tristezza sono sempre legate a una persona in particolare, a un sentimento complicato o non corrisposto, e mai alla condizione di solitudine intesa come assenza di condivisione costante di un letto e di responsabilità.

Non è sempre stato così. Per quanto riguarda me, in un passato non troppo lontano ho fatto parte di una coppia con dei figli piccoli. Nei pomeriggi dopo la scuola, nei fine settimana o in estate mi trovavo a frequentare altre coppie con bambini e bambine della stessa età, a riempire le giornate di sole con gite al parco, e le giornate fredde o di pioggia con cinema e biblioteche con sezioni per ragazzi. Credo che noi adulti fossimo accomunati soprattutto dalla fiducia nella possibilità di un aperitivo che spezzasse la noia di quei pomeriggi lunghi e stipati di svaghi non adatti a gente della nostra età. Tra un bicchiere di vino e una birretta mi trovavo a studiare, con furtività da ladra di misteri altrui, le dinamiche interne alle coppie. Misuravo la mia infelicità confrontandola con quella degli altri, cercavo una crepa nel loro benessere apparente, godevo segretamente nell’essere a conoscenza di dettagli che avrebbero potuto incrinare equilibri già instabili. Fantasticavo di andare a letto con i mariti e le mogli degli altri, o perlomeno di assistere a una scopata, come una mosca appoggiata a una parete o l’occhio di una telecamera nascosta in una lampada. Dal mio punto di vista, non ho mai respirato un’aria satura di repressione infiammabile come quella di una stanza piena di coppie eterosessuali. Forse perché niente mi sembrava più facile di desiderare persone che non potevo avere. Deve essere un problema di carattere, mi capitava anche da piccola con gli adesivi o le gomme da cancellare, ma in quel caso era meno complicato chiedere alle altre bambine se per caso avessero voglia di fare a scambio. 

Mi sono sempre chiesta se esistesse un’alternativa a questa frustrazione apparentemente inevitabile. Altre persone l’hanno cercata tramite forme evolute di normatività sentimentale, come ad esempio il poliamore. Personalmente ne so poco, forse perché negli anni ho avuto già abbastanza problemi con il formato di coppia base, ma ho intuito che, a differenza di come appaiono i fatti da una certa distanza o tramite una conoscenza superficiale, si tratta di relazioni che si muovono sullo stesso terreno friabile di tutte le altre. La scrittrice peruviana Gabriela Wiener nel romanzo autobiografico Sanguemisto (uscito a settembre per La nuova frontiera) racconta tra le altre cose di un momento di crisi nel suo matrimonio composto da tre persone: «Il nostro letto a tre ormai non serve più per il sesso. Il letto che è stato la superficie sulla quale abbiamo ricreato le nostre fantasie di rottura con il ruolo di “marito e moglie” è ora un letto per dormire, un letto in pensione, al massimo un enorme letto in aspettativa. Praticamente non facciamo più sesso di coppia. Ci sono giorni in cui mi sento truffata, ma se ci penso seriamente, quanto poteva durare un’orgia matrimoniale? La prima cosa che spiego a chi mi chiede della nostra relazione multipla è che non faccio più sesso della maggior parte della gente». In questo passaggio del libro, Wiener è venuta meno al patto di trasparenza sentimentale e sessuale con il marito e la moglie. In poche parole, è andata a letto di nascosto con un altro uomo: «Non ho bisogno della terapia per sapere perché ho sabotato la nostra vita», scrive. E poi: «Sono mio padre infedele e geloso perché la sua amante gli mette le corna con un altro. La sua versione postmoderna». 

Leggendo quest’ultima frase mi sono resa conto di averle tentate tutte per non diventare anche io la versione postmoderna di mio padre. Mio padre, in camicia e pantaloni fine anni Settanta con lo stesso taglio di quelli disegnati oggi da Alessandro Michele, faceva davanti a me commenti alla Philip Roth sulle donne da quando avevo tre anni. Diceva che l’amore è un’invenzione del capitalismo, la famiglia tradizionale un luogo di tristezza e frustrazione. Le donne, secondo lui, dopo i trent’anni erano da buttare. Con il suo maschilismo mascherato da cultura aveva fatto scappare mia madre con un principe decaduto e alcolista, che aveva i capelli lunghi e biondi e sorrideva sempre. Mio padre poco dopo aveva iniziato a convivere con una donna che passava il tempo sul divano a leggere biografie di principesse e romanzetti Harmony, mangiava solo fiocchi di latte e banane, non cucinava mai. Il nostro regno era una tavola calda sul Lungotevere. Io andavo il più possibile a pranzo dalla vicina: aveva la mia stessa età, e c’era un padre con il grembiule sopra la camicia con le maniche arrotolate che infornava lasagne e una madre in carriera che tornava da viaggi in Giappone portando regali per tutti. A casa non osavo dirlo, ma a vederli mi sembravano felici. Quando avevo quindici anni mio padre mi aveva rivelato di avere un’amante. Era una persona che frequentava casa nostra, la conoscevo. Mio padre disse che da quel momento l’avremmo chiamata con il nome in codice Walter. Da qualche parte conservo ancora una copia di Foglie d’erba con la dedica “Natale 1989, con affetto, Walter”. La loro storia d’amore non è durata molto, secondo mio padre era soprattutto perché Walter aveva le tette troppo grosse. 

A volte ho l’impressione di avere iniziato davvero a vivere quando sono rimasta senza genitori, quando non ho dovuto avere più niente a che fare con la tossicità della mia famiglia di origine e ho potuto iniziare a coltivarne una versione immaginaria, da venerare e rimpiangere. Ma qualcosa mi aveva contagiato. Dopo la fine della mia convivenza, con i figli grandi che pensavano ai fatti loro e alcuni anni di silenzio emotivo e fisico, sono stata travolta dalla scoperta di poter incontrare persone sconosciute tramite applicazioni e pagine internet dedicate agli annunci. Mi dicevo che si trattava di ricerche per il romanzo che volevo scrivere, in realtà mi ero appassionata all’idea di poter scegliere, come sul menù di un ristorante, pezzi di uomini. Ginocchia, spalle, polpacci, piedi, bicipiti, tagli degli occhi, colori di capelli. Tutto faceva parte della stessa ossessione. Collezionare figurine, non legarsi più a una persona sola, disinnescare qualunque forma di fedeltà possibile, diventare un’altra per dimenticare me stessa. Sono sempre stata poco coraggiosa, volevo dimostrarmi temeraria, almeno nel sesso. Per un certo periodo è stato divertente, fino a che non ho incontrato qualcuno che mi ha fatto desiderare di punto in bianco di vivere tutto quello che credevo di disprezzare. Tra le sue braccia avevo visioni di casette, prati, alberi, ruscelli, margheritine, rondini e pesciolini volanti come nei disegni dei bambini delle elementari. Andavo a casa sua a mezzanotte senza mutande per farmi sculacciare e pensavo a come sarebbe stato bello camminare per mano lungo le frecce adesive del percorso obbligato di un negozio Ikea riempiendo la busta gialla di oggetti inutili, da lasciare nel cesto dei ripensamenti subito prima della cassa. Non è difficile indovinare cosa ci sia finito in quel cesto, insieme alle candeline profumate e ai sottopiatti di bambù. 

Dopo aver scritto il romanzo sui pezzi di uomini, o forse dovrei dire sull’uomo che mi aveva lasciato a pezzi, ho avuto per la prima volta la sensazione di cosa volesse dire sentirsi veramente sola. Ho continuato a pensarlo ogni giorno, fino a che non l’ho incontrato con un’altra, davanti a un chiosco vicino alla Piramide. Erano arrivati su due biciclette gemelle in affitto. Lei era giovane e carina, vestita come per una passeggiata in un corso di provincia, messa in piega, borsetta e scarpe coordinate. Era una domenica pomeriggio di sole, io avevo un vestito nero e le calze come per i nostri antichi appuntamenti erotici, ma in versione luttuosa. Una specie di sposa cadavere che rovesciava lacrime nel gin tonic, con il sottofondo straniante delle musichette lounge che uscivano dagli altoparlanti bluetooth del locale. Quando li ho visti scendere dalla bici per ordinare una birra ci ho messo qualche minuto per convincermi che non si trattava di immaginazione o delirio. Non pensavo più all’infelicità primordiale delle coppie etero. Vedevo solo la mia, così grande da occupare tutto lo spazio. Mi vergognavo di aver buttato via un’idea scombinata e post traumatica di libera infedeltà per inseguire, senza successo, la versione da centro commerciale di una vita a due. In quel momento non ho trovato altro da fare che smettere di bere e iniziare frequentare riunioni nei seminterrati delle chiese, dove potevo parlare, stare zitta o piangere senza che nessuno lo trovasse strano. Ero sempre triste. Poi, come per tutte le cose, a un certo punto mi è passata. 

Mi arriva ogni tanto su Instagram qualche richiesta di messaggi da  sconosciuti. Si tratta quasi sempre di uomini, dicono che hanno letto il romanzo e hanno trovato un’affinità di perversioni sessuali. Mi chiedono di incontrarci, io non rispondo. Non ho più voglia di incontrare nessuno, non così. La mattina vado al parco con il cane, mi siedo per qualche minuto al sole. Faccio una meditazione sull’amore universale poi uscendo insulto gli automobilisti che si fermano sulle strisce. L’unica cosa a cui penso è che mi manca essere abbracciata. 

Questo racconto è uscito sul numero 53 (inverno 2022) di Rivista Studio.

Un romanzo pieno di sesso

Non ho mai fatto così poco sesso come dopo avere scritto un romanzo pieno di sesso. Forse dipende dal fatto che ho deciso di scrivere la mia data di nascita nella biografia sul retro della copertina, e ho smesso di abbassarmi l’età su Tinder. Da almeno cinque anni ne dichiaravo trentasette. All’uscita del libro, nel 2021, ne avevo dieci di più. Mi viene in mente una conversazione a una festa di qualche anno fa, quando uno scrittore affermato si è seduto accanto a me su un divanetto ai margini della terrazza dove si ballava e ha chiesto: “Quanti anni hai?”. Ho risposto: «Quarantatré».

Ha sentenziato: «Te ne mancano due». In quel momento non sapevo cosa dire, ho pensato fosse una maniera sgradevole di provarci, poi ho capito che dal suo punto di vista era una semplice constatazione, l’affermazione di un’idea di base sulle donne e il confine della loro desiderabilità. Dopo ci ho ripensato spesso. Anche perché i due anni della condanna a un’obsolescenza imminente li ho passati a fare ricerche per il romanzo. Vuol dire: sperimentare vari tipi di sesso con gente di cui spesso non conoscevo neanche il cognome. Ammetto di avere usato le parole dello scrittore come giustificazione per dei comportamenti un po’ sconsiderati, mi hanno dato la spinta per vincere la pigrizia, mettermi in macchina dopo le undici di sera per attraversare la città e spogliarmi in una stanza d’albergo davanti a uno sconosciuto che quasi sicuramente non mi piaceva. 

Il quarantacinquesimo compleanno è arrivato. Quella mattina mi sono guardata allo specchio e mi sono accorta che non era cambiato niente. Anzi, ho pensato che tutto quel sesso insoddisfacente forse mi aveva fatto bene alla pelle. Sono andata avanti con gli incontri on line per un po’ di tempo, per una sorta di dipendenza da avventure o con la scusa di una qualche pratica che non avevo sperimentato. O ancora, con il pretesto di superare un blocco nella scrittura. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo l’uscita del libro. La risposta giusta è: niente. Mi aspettavo un minimo di pubblicità da tentato scandalo, una quota di gogna pubblica, qualche indice puntato. E invece il libro lo ha letto al massimo mia nipote, che oggi ha trent’anni ma per me è sempre la bambinetta bionda che portavo sulle spalle in giro per Trastevere alla ricerca di un gelato. Mi ha scritto da Berlino, dove vive adesso: «Brava zia, evviva!». In ogni caso, anche se la protagonista del libro mi assomiglia in maniera sospetta (ha la mia stessa età, la stessa passione per le docce e per i centri estetici, vive in una piazza molto simile a quella dove ho vissuto fino a poco tempo fa), non ho mai dichiarato che si trattasse di me. «È tutto inventato», non so più quante volte l’ho detto, anche senza che qualcuno me lo domandasse. 

Quando correggevo le bozze del romanzo ero sicura che sarebbe arrivato un momento in cui mi sarei pentita di averlo scritto e prima o poi mi sarei vergognata per le derive della mia immaginazione. Finora non è successo. Forse perché quando mi è capitato di rileggere certe scene ho provato tenerezza per la protagonista ingenua e spericolata. Nel frattempo ho smesso di usare Tinder. Ho smesso di trovare facile ritrovarmi nuda insieme a un’altra persona. Non c’è nessuno spirito di redenzione o pentimento in questa cosa, nessun giudizio morale nei confronti di chi frequenta felicemente i siti di incontri o cerca altre modalità di relazione erotica non convenzionale. Sono sempre dell’idea che più sesso consapevole significa più pace e allegria nel mondo, ma ho iniziato a sognare qualcosa di più profondo e intenzionale per me. Come del sesso che mi piaccia veramente. 

Qualche settimana fa ho conosciuto un ragazzo a un aperitivo per i quarant’anni di una mia amica. Trentatré anni, sveglio, con i ricetti neri. Abbiamo parlato di pizza e di politica, eravamo abbastanza d’accordo su tutto. «Quanti anni hai?», mi ha chiesto. Ho mormorato una risposta evasiva. Quando ha detto: «Avrai quarant’anni anche tu», ho vigliaccamente annuito. Desideravo tanto piacergli. A un certo punto è arrivato alla festa anche un gruppetto di ragazze sui trent’anni, si sono messe a ballare. L’attenzione del ricetto si è distolta completamente da me. Mi sono vietata di detestare le ragazze, mi sono costretta ad ammettere che le invidiavo. Quando se ne sono andate, ho tirato un sospiro di sollievo. Il ragazzo mi ha chiesto se mi serviva un passaggio, allora l’ho tirato per la manica della camicia e l’ho baciato. Mi ha invitato a casa sua. Poco dopo ero su un motorino lanciato a tutta velocità sulla corsia centrale della Cristoforo Colombo deserta. Tremavo e reggevo con una mano sopra la testa il casco troppo largo, pensavo: «Guarda se devo morire per una scopata».

La casa aveva un piccolo terrazzo con dei cuscini. Mentre lui era in bagno, mi sono seduta fuori a guardare le stelle, ho fantasticato di iniziare una storia romantica. Quando è tornato, avrei voluto che si sedesse con me, ma mi ha portato subito dentro. La camera da letto sembrava il set di un porno femminista. C’era una lampada di sale che diffondeva una luce rossa morbida, da una cassa bluetooth uscivano le note di una playlist mollicona, le lenzuola erano fragranti di lavatrice, c’era una parete di specchio davanti al letto. Ci siamo spogliati, lui ha iniziato a fare tutte le cose che si fanno quando si sta a letto a tarda notte con una persona appena conosciuta. Era frettoloso ma gentile, chiedeva il permesso, io mi sono sentita comunque a disagio. Mi saliva dentro l’onda di emotività che non ho più voglia di mettere a tacere. Ho detto: «Aspetta un attimo». «Non ti capisco», ha risposto lui. Non importa, ho pensato. Sapevo che non ci saremmo rivisti. È andata a finire che mi è venuto in bocca. Ho mandato giù, magari fa davvero ringiovanire.

Questo racconto è uscito su Finzioni (Domani) il 24 dicembre 2022.

Una gatta (breve storia di mia madre)

Ho capito presto di non essere il tipo di figlia che mia madre avrebbe desiderato. 

Mia madre è nata nel 1941 e ha sposato il suo primo marito nel 1960, a diciannove anni. Per andarsene di casa, e perché le aveva promesso una decappottabile a due posti. Il primo marito l’ha portata a vivere in un attico su una collina di Roma nord, in un comprensorio con piscina che aveva costruito lui. C’era l’ascensore che si apriva direttamente in salotto, una terrazza panoramica con le piante, una stanza guardaroba piena di vestiti. Insieme hanno avuto due figli, due maschi. Solidi, biondi, pieni di appetito, le piacevano. Ma l’irrequietezza l’ha fatta scappare: a casa di mio padre, a Trastevere, dove gli anni Settanta nascevano sotto forma di hashish e piccole ammucchiate. 

Mia madre è andata con un’amica a una delle sue feste, è rimasta a dormire, ha scoperto che fumare rendeva tutto più facile da sopportare. Quando si è resa conto di aspettare me ha pensato di andare in Inghilterra per abortire (in Italia non era ancora possibile). Aveva già comprato il biglietto dell’aereo quando mio padre l’ha convinta a lasciare perdere, regalandole una borsa da Hermès in via Condotti.  

Quando sono nata ha pensato che se non altro ero carina. Mi curava molto, cambiava ogni giorno le lenzuola di lino della mia culla. Ero sempre profumata. La mattina mi svegliava sussurrandomi canzoncine inventate all’orecchio, mi accarezzava la schiena, mi faceva innamorare e un giorno mi avrebbe spezzato il cuore. Non era cattiveria. Era per via dello spirito di gatta, dolorante, opportunista e sempre in fuga, che a un certo punto inevitabilmente si impossessava di lei. 

Quando ho iniziato a crescere si è resa conto di non avere avuto fortuna con me. Avrebbe voluto una figlia sofisticata, le era capitata una bambina che indossava pantaloni da ginnastica e aveva la fissa degli animali randagi. Se trovavo un topo o un uccello mezzo morto per strada lo raccoglievo e lo portavo a casa. Mi piaceva stare da sola a leggere fumetti per ore. Mia madre mi lavava i capelli lunghi, me li pettinava dopo averli cosparsi di balsamo, mi portava fuori per farli asciugare al sole. Al parco mi rotolavo sull’erba, in piazza mi impolveravo correndo sui sampietrini, sceglievo il cioccolato come gusto di gelato e me lo facevo colare sulla camicetta di garza azzurrina che mi aveva convinto a indossare. Allora mi guardava con disprezzo, con delusione profonda, mi diceva: «Sei tonta», con aria rassegnata. Il buon umore le tornava solo dopo il primo Campari, dopo la prima canna. Era triste fino all’ora dell’aperitivo. 

Mia madre ha inseguito per tutta la vita il miraggio di un marito ricco e una vita comoda. Ma quando li lasciava, i mariti e gli amanti diventavano vendicativi. Erano uomini di una volta, e anche gli avvocati e i giudici erano uomini di una volta, nessuno le avrebbe dato ragione. Nel corso degli anni è diventata sempre più povera.  

A un certo punto deve aver sperato di poter investire qualcosa in una figlia carina. Alle elementari ha provato a iscrivermi a una scuola privata, in centro. C’era un grande giardino con alberi secolari, era quasi un bosco. Ma un’amica mi ha detto che dietro gli alberi c’erano le streghe, io non ci sono più voluta tornare. Il pomeriggio mia madre mi mandava a giocare da quella stessa amica, era la figlia di una notaia: «Se uno non è ricco non ci esco», mi ha detto un giorno l’amichetta, quando avevamo non più di sette o otto anni. Mi sono sentita a disagio. Quello che sei nel profondo lo sai da sempre, almeno per me è stato così. Io sapevo che il mio posto non sarebbe mai stato tra i ricchi. 

Quando mia madre è morta sono diventata più simile a lei. Sono andata a svuotare casa sua. Era una casa piccola, in provincia, due camere e un balconcino vista lago. Nell’armadio le borse di Hermès e di Chanel, erano imitazioni. Ho aperto i suoi cassetti, erano ordinati, ho trovato i cardigan di lana pregiata conservati nelle buste singole di plastica trasparente. Li ho regalati alle amiche, ma da quel giorno è diventato importante anche per me tenere in ordine i cassetti. 

Un bianco atollo delle Hawaii

1986. La bambina vede rosso dal finestrino della Fiat 126 che procede lenta bucando il calore estivo nella stradina di Trastevere. Scarpe rosse scollate con i tacchi alti, calze rosse velate, vestito rosso corto e aderente, ombrellino rosso per il sole. Niente biancheria, la bambina se ne accorge nel momento in cui la donna bionda e alta, che cammina ondeggiando regale al lato della strada, si ferma e tira su il vestito quasi fino all’ombelico, scoprendo le cosce sode e un grande culo color latte. La donna tiene in equilibrio l’ombrellino rosso incastrandolo tra l’orecchio e la spalla mentre usa le due mani per rimettere a posto un gancetto del reggicalze rosso. La bambina non la vede in faccia, un’onda di capelli chiari le copre metà del viso, ma sente che è circondata da una specie di campo magnetico, una determinazione a farsi guardare e a infrangere l’aria ferma del pomeriggio con il corpo nudo.

2021. Diciotto anni compiuti ieri. Per la festa come sempre aspetterà settembre, quando tornano tutti dalle vacanze. La sera prima, a mezzanotte, solo una bottiglia di prosecco con i due amici rimasti in città, sulle panchine dietro casa. Non ha detto a nessuno che gli piacciono i maschi, neanche alla mamma, che è fissata con i detersivi buoni e gli lava le magliette con l’ammorbidente alla vaniglia perché “attira le ragazze”. Per fortuna ci sono delle occasioni, dei varchi nelle giornate in cui riesce a infilarsi. Inventa un turno di consegne, spegne il cellulare, dimentica apposta il caricabatterie, prende la Roma-Lido fino all’ultima fermata e poi l’autobus 07, con la visiera del cappellino calata sugli occhi e sulla fronte brufolosa. Scende sempre alla stessa fermata, poco prima della spiaggia naturista, segue la passerella di legno, alla fine gira a sinistra e con le Nike ancora ai piedi si toglie la maglietta e ci si siede sopra, appoggiando la schiena alla palizzata che separa le dune dalla spiaggia. È pieno di uomini, in acqua e fuori, fumano, si baciano, guardano il telefono, stanno distesi verso il sole a occhi chiusi, leggono libri. Molti sono nudi, altri no. Punta lo sguardo su un trentenne dalla carnagione scura. Indossa un costumino rosso da nuotatore, ha gambe e petto depilati, è coperto di olio abbronzante e sta seduto a gambe incrociate sull’asciugamano, immobile come un cobra pronto a scattare.

1986. Moana, un bianco atollo delle Hawaii, sembra un nome d’arte ma è il suo. L’estate non le piace particolarmente, nonostante il nome non le interessa andare al mare, non trova erotico spogliarsi troppo, non si sente un’isola ma una basilica, navate in penombra dove sedersi a meditare, o un superattico in un grattacielo, si immagina come una donna fatta di porte da aprire girando maniglie d’oro e di soffice moquette da accarezzare. Prova piacere ogni volta, in privato e in pubblico, non è una cosa che si consuma, casomai si moltiplica e non capisce perché le rivolgano sempre la stessa domanda, se le piace il suo lavoro, come se fosse più giusto che non le piacesse.

Oggi non lavora, va al cinema con un uomo di cui ha pensato che potrebbe innamorarsi. L’appartamento di Trastevere ha gli armadi piccoli per il suo guardaroba, deve arrampicarsi su una scaletta e allungare una mano per prendere le scarpe, le capitano rosse allora si veste completamente di rosso, mette le calze, il reggicalze e nient’altro, così nel buio della sala farà una sorpresa all’uomo portandosi la sua mano in mezzo alle gambe. Sono sempre timidi all’inizio davanti a lei, ma quando hanno parlato, qualche sera prima a una cena su una terrazza vicino a Piazza Navona, lui l’ha guardata in un modo che fa sperare in qualcosa di diverso.

2021. Alle otto di un venerdì sera d’estate dietro la cassa deserta del supermercato, a quarant’anni, le sembra uno spreco di vita. Di solito a quest’ora i clienti si accalcano, nei fine settimana di agosto in città non c’è nessuno. La collega intanto conta i soldi, ha i capelli legati e la ricrescita grigia, lei ci passa la piastra tutte le mattine e ha speso cinquanta euro per le unghie a mandorla in gel rosso Ferrari. Sono uguali a quelle della ragazza con le gambe lunghe, la gonnellina e la maglietta con la pancia scoperta, si avvicina con una busta di insalata e una bottiglia di vino e le chiede di consigliarle un primo precotto dal frigo dei surgelati: «Stasera devo fare finta di saper cucinare», sorride. Ha la pelle delle mani liscia e senza macchie. La cassiera cerca il tubetto della crema idratante e intanto si immagina il pomeriggio al centro estetico di questa ragazza dal corpo leggero e perfetto, sdraiata a gambe larghe sul lettino per la ceretta integrale all’inguine, i rotolini di cotone tra le dita dei piedi per far asciugare lo smalto e il profumo del gel all’aloe decongestionante dopo lo strappo; l’erotismo della preparazione.

2021. Sta ancora osservando quello con il costumino rosso quando si sente bussare sulla spalla: «Hai da accendere?». Ha la sua età, forse un paio di anni di più, tiene una sigaretta tra le dita e lo guarda con un mezzo sorriso. Non assomiglia a lui o ai suoi amici, non ha i capelli corti e rasati ai lati, non porta le scarpe da ginnastica con i calzini bianchi corti, ha le Birkenstock infradito e un costume a pantaloncino blu, di una stoffa opaca. Un ciuffo morbido gli cade davanti agli occhi, lo sposta con un movimento della testa mentre lui gli porge l’accendino rosso che si è ritrovato in tasca senza sapere come. Il ragazzo con il ciuffo gli passa la sigaretta appena accesa, lui fa qualche tiro e gliela ridà. Fumano in silenzio, il ragazzo gli mette una mano sul ginocchio, gli accarezza il quadricipite definito da anni di calcetto.

Gli prende la mano, lui si vergogna delle unghie smangiucchiate, l’altro lo tira per la punta delle dita, si alzano in piedi, camminano verso le dune. Si fermano in un punto riparato, il ragazzo con il ciuffo si avvicina e lo bacia, ha gli occhi gialli come un gatto, lui pensa: «E se mi innamoro?». Sarà così. Diventerà la sua prima storia seria ma ancora non lo sa. Intanto lo guarda inginocchiarsi per prenderglielo in bocca e mentre gli passa una mano tra i capelli pensa che sono morbidissimi.  

2021. La cassiera cerca di immaginare l’ospite a cena dalla ragazza con le gambe lunghe, di sicuro non pensa a mangiare ma al momento in cui potrà spogliarla nuda, leccarla da tutte le parti, farsela sedere sopra per guardarla ondeggiare. Prova un’invidia pungente per la ragazza mentre indica le penne surgelate ai frutti di mare, sono una novità di quest’anno, aggiungi un po’ di prezzemolo e chiudi gli occhi ti sembra quasi di essere in vacanza. La cassiera pensa che manca poco alla chiusura. Dopo andrà a casa, farà una doccia, girerà nuda con le finestre aperte perché i vicini sono partiti. Mangerà del tacchino con le zucchine, aprirà Tinder si metterà a scorrere i profili. In fondo non è così tardi, qualcosa di buono potrebbe venire fuori anche per lei.

1986. Moana scende dal taxi giallo e cammina verso il bar dell’albergo di lusso dove ha appuntamento con l’uomo per bere qualcosa prima di andare al cinema. La guardano tutti. Non le dispiace l’idea che la scambino per una puttana, ne va fiera, è un lavoro che rispetta, lo dice in tutte le interviste, ogni volta che può. Vorrebbe convertire in sesso ogni energia che circola nell’aria. Ordina un succo di pompelmo, non giudica chi beve alcolici o sniffa cocaina, ma per lei il corpo è davvero un tempio. L’uomo le dice che è bellissima vestita di rosso. Ha un appartamento di trecento metri quadri sopra Villa Borghese, c’è dentro una moglie, si stanno lasciando ma è una cosa indefinita, così ha preso una stanza qui, per le altre. L’uomo le dice: «Ho lavorato troppo oggi, ti va se saliamo a riposarci e andiamo al prossimo spettacolo?». Moana accetta, anche se le dispiace. Aveva voglia di stare fuori, raccogliere sguardi è una delle cose che la fa sentire meglio. Ripensa agli occhi della bambina nella macchina turchese, se li sente addosso, la cosa più viva in città nel pomeriggio di agosto.

(Questo racconto è uscito su Domani nell’ agosto 2021)

Breve storia ottimista del MeToo

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Sembra incredibile che siano passati meno di tre anni dall’articolo di Jodi Kantor e Megan Twohey sul New York Times che il 5 ottobre 2017 ha aperto il discorso collettivo sul MeToo: «Quando abbiamo premuto il tasto pubblica sui segreti di Harvey Weinstein non avevamo idea di cosa sarebbe successo dopo» hanno scritto Kantor e Twoey in un editoriale per il primo anniversario dell’inchiesta, premiata con il Pulitzer insieme a quella di Ronan Farrow uscita il 10 ottobre 2017 sul New Yorker. Il termine MeToo per parlare di abusi lo aveva usato per la prima volta nel 2006 l’attivista Tarana Burke, che ha fondato un’organizzazione non profit per aiutare le vittime di violenze sessuali: «Anni fa durante un campo estivo una ragazzina era venuta a raccontarmi delle molestie subite dal marito della madre. In quel momento non avevo saputo cosa rispondere, non potevo aiutarla, non ho avuto neanche il coraggio di dire anche io», ha spiegato Burke.

Se ai racconti di violenze in famiglia eravamo in qualche modo (tristemente) abituati, è stata un’esperienza nuova leggere sul numero di Variety del 6 ottobre 2015 il resoconto di Ashley Judd degli assalti subiti da un produttore molto potente negli anni Novanta. I nomi sono venuti fuori due anni dopo: da Weinstein in poi ci sono state denunce in ogni genere di industria. Cinema, moda, editoria, sport, musica, con testimonianze di attrici famose e assistenti sconosciute, modelle e modelli, ginnaste. Storie di abusi di potere, violenze sessuali e ricatti, racconti di eventi recenti o lontani nel tempo e mai dimenticati. Per prime hanno parlato Alyssa Milano (suo il tweet del 16 ottobre 2017 che invitava a raccontare la propria esperienza con l’hashtag #MeToo), Rose McGowan, Asia Argento, Ambra Battilana Gutierrez (che nel 2015 aveva denunciato Weinstein alla polizia di New York e aveva poi registrato un audio di incontro con lui) e Annabella Sciorra, che oggi è una delle testimoni chiave del processo penale per stupro contro il produttore.

Ma non è una questione di punizioni. Indipendentemente da come è andato a finire il processo, la conversazione iniziata con il caso Weinstein ha cambiato il modo di pensare e le coscienze di molti. Oggi nessuno può fare finta di niente: «Nella privacy delle case, nei bar, davanti alle macchinette del caffè negli uffici donne e uomini si sono confidati, hanno litigato, si sono scusati, hanno riconsiderato le proprie storie in modi che vanno molto al di là di articoli investigativi, panel di esperti, liste di fine anno», hanno scritto Kantor e Twoey. Il MeToo in un certo senso è già storicizzato, in questi due anni e mezzo è uscito dalle pagine delle inchieste investigative per entrare nei libri. Come nel saggio di Kantor e Twoey She said (Penguin, 2019) e nel memoir di Ronan Farrow Predatori (Solferino, 2019). Il cambiamento di percezione su cosa sia un abuso era nell’aria da tempo. Nel romanzo di Veronica Raimo Miden, pubblicato nell’aprile del 2018 ma scritto nel corso dei quattro anni precedenti, c’è una studentessa che, anni dopo una relazione con il proprio professore, si rende conto di aver subito una violenza: «La Violenza è questa specie di palla che le rimbalzo addosso e lei non si scansa, però quasi due anni dopo si rende conto che è piena di lividi. E prima dov’erano i lividi? Prima lei non lo sapeva che poteva anche scansarsi», pensa il professore in un passaggio del libro.

«Anche se in Italia il MeToo è stato relegato a fenomeno da social media, opinionisti tv o a caccia alle streghe, a livello globale c’è stata una crescita di consapevolezza. In qualche modo prima la molestia e gli abusi di potere nei confronti di soggetti subalterni erano considerati legittimi o nell’ordine delle cose, e quindi tollerati» dice Giorgia Serughetti, ricercatrice in filosofia politica all’Università di Milano Bicocca e autrice con Cecilia D’Elia del libro Libere tutte (Minimum Fax, 2017). «Il MeToo è stato un acceleratore, ha permesso un lavoro di svelamento che richiedeva un’operazione collettiva, il poter dire a se stessi e agli altri “anche io mi sono sentito a disagio”. Per i detrattori, le vittime sono complici o hanno qualcosa da guadagnare nello scambio. Persone giovani e belle, facili da invidiare, che non sempre corrispondono allo stereotipo immacolato della vittima. Nelle relazioni possono esserci punti oscuri e ambivalenze, è per questo che la questione del consenso è sempre centrale. Il MeToo non è un movimento di puritani e puritane che vogliono abolire il sesso, bonificare l’arte o cancellare il perturbante. Al contrario: niente è liberatorio come un confine ben definito. «Il mio obiettivo non è essere buona, normale o accettata. Il mio intento è essere libera» scrive Karley Sciortino nel saggio Slutever (Odoya, 2019).

Forse non è un caso se gli anni del MeToo sono gli stessi in cui si parla intensamente e come mai prima di desiderio femminile e mascolinità non tossica, e le sex worker e le attrici porno hanno una valenza culturale mainstream. Come Stoya, Sasha Grey, Valentina Nappi, protagoniste di film d’arte e autrici di editoriali sui giornali. E Julia Fox, l’attrice rivelazione di Uncut Gems, che ha raccontato senza problemi di aver lavorato in passato come dominatrice: «Ora voglio creare uno show televisivo, voglio dirigere, voglio produrre» ha detto Fox.

Hollywood e le altre industrie dell’intrattenimento che producono sogni e denaro sono nate su basi solidamente sessiste. Nella serie Mad Men le donne sono casalinghe o segretarie, tutti si sentono autorizzati a corteggiarle, e il personaggio di Peggy Olson, che riesce a diventare copywriter lavorando di notte tra ingiustizie e umiliazioni (gli uomini hanno la targhetta con il nome sulla porta mentre lei divide la stanza con la fotocopiatrice), è rappresentativo della condizione femminile (ma anche di gay e afroamericani) in America negli anni Sessanta. Molte cose sono cambiate in questi anni, ma il mito del divano del produttore ha resistito fino a poco tempo fa: «Si trattava di un meccanismo istituzionalizzato, pensato per mettere a tacere le denunce, per impedire alle persone di parlare» ha detto Ronan Farrow in un’intervista. Il MeToo ha iniziato a disintegrare questo meccanismo e il divano, se non altro, è finito in soffitta.

Questo pezzo è uscito sul numero di Icon di marzo-aprile 2019

Neanche a cercarlo in una stanza piena di gente

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Una storia di questo tipo può capitare a tutti. Si incontra qualcuno, ci si innamora, si immagina una vita insieme. Poi uno dei due cambia idea. È accaduto alla scrittrice e critica letteraria inglese Olivia Laing, che qualche anno fa aveva lasciato Londra per trasferirsi a New York, attirata dalle promesse di un amore dileguatosi all’ultimo momento. Si era trovata sola, in un appartamentino in subaffitto, a orecchiare il rumore delle vite dei vicini: «Si può essere soli ovunque, ma la solitudine che viene dal vivere in una città, circondati da milioni di persone, ha un sapore tutto suo», scrive Laing nelle prime pagine di Città sola, un saggio narrativo in cui esperienza personale, biografie documentate di artisti legati alla città e speculazioni si fondono pagine ipnotiche e avvincenti.  

Durante il soggiorno a New York, Laing passava il tempo esplorando le strade. Continuava a scrivere, studiava, trascorreva giornate intere senza parlare con nessuno. A un certo punto aveva iniziato a sentirsi come la donna di un quadro di Edward Hopper: «La ragazza di Tavola calda (Automat), forse, col cappello a cloche e il cappotto verde, mentre fissa una tazza di caffè, alle sue spalle la finestra su cui si riflettono due file di lampade che nuotano nell’oscurità», scrive. Hopper, dice Laing, rifiutava l’idea che i suoi lavori fossero interpretati come parabole dell’isolamento urbano: «Questa storia della solitudine è esagerata», aveva detto in un’intervista. Ma non a caso Hopper è l’autore di un’opera, I nottambuli, in cui i personaggi siedono in un bar senza porta. Laing se ne accorge per la prima volta ascoltando la descrizione di una guida al Whitney Museum, dove si trova il quadro: «Dal lato della strada la stanza è sigillata, un acquario urbano, una cella di vetro».

Olivia Laing inizia a cercare di mettere insieme una mappa della solitudine umana: «Disegnata per necessità e per interesse, fatta da esperienze mie e altrui», spiega. Legge biografie di artisti e visita i luoghi dove hanno vissuto; scava negli archivi, forse per cercare un’intimità, un rapporto personale con i soggetti della sua ricerca; confronta le vite di persone ultra-famose, come Andy Warhol, con quelle di altre molto meno conosciute ma oggi riscoperte, come l’artista e attivista gay David Wojnarovicz: «Ero posseduta dal desiderio di trovare correlazioni, prove concrete del fatto che altre persone avevano conosciuto il mio stato, e durante il mio soggiorno a Manhattan cominciai a catalogare opere d’arte che parevano esprimere o confrontarsi con la solitudine, in particolare all’interno di una città moderna e, tra tutte le città, nella New York degli ultimi settant’anni» scrive. 

E poi racconta di sé: «Avevo spesso la sensazione di essere intrappolata nel ghiaccio o murata nel vetro, e di guardar fuori senza riuscire a liberarmi». La solitudine, nota, è uno stato respingente. Perfino la psicanalisi non se ne era occupata direttamente fino agli anni 50, quando la psichiatra Frieda Fromm-Reichmann, morta nel 1957, aveva lasciato sulla scrivania una pila di appunti da pubblicare con il titolo On loneliness: «La solitudine», aveva detto, «è per sua natura incomunicabile per chi ne soffre». Per qualcuno è anche un riparo. Come nel caso di Andy Warhol, che si circondava di persone senza far avvicinare davvero nessuno: «Solo in mezzo alla folla», lo descrive Laing, «famelico di compagnia ma ambivalente quando si stabiliva un contatto». Da quando la Philips gli aveva mandato nel 1965 un registratore a cassette non se ne separava mai: «Il registratore ha posto fine a qualsiasi tipo di vita emotiva potessi avere, ma sono contento che sia andata così» scriveva Warhol nei suoi diari.

I punti cardinali della mappa della solitudine di Laing hanno a che fare soprattutto con la rivelazione dell’omosessualità e con le infanzie difficili. Come nel caso di David Wojnarovicz, autore alla fine degli anni 70 della serie di fotografie Arthur Rimbaud in New York, che lo avrebbero messo al centro della scena artistica dell’East Village degli anni ’80, insieme con Nan Goldin, Keith Haring e Jean-Michel BasquiatCresciuto da un padre violento, Wojnarovicz era scappato a New York, dove aveva iniziato a vivere per strada e a prostituirsi: «Perché andarsi a cacciare in situazioni di pericolo? Perché dentro di te c’è la sensazione di non valere niente» afferma Laing. «Impossibile trovare qualcuno con cui confrontarmi, neanche a cercarlo in una stanza piena di gente o a una festa, da nessuna parte» scriveva Wojnarovicz nel suo memoir Close to the Knifes, uscito nel 1991.

Ma se il passato non si può cambiare. Se certe ferite non si possono curare, quello che conta alla fine è smettere di nascondersi: «Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui sono in realtà il risultato di forze più grandi, come lo stigma e l’esclusione» scrive Laing. Quell’amore non realizzato, in fondo, non è altro che un’occasione: «Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci».

(Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica l’11 maggio 2018)

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