Io sono vivo, voi siete morti

 

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Dato che parliamo di uomini che di crisi mistiche se ne sono fatte venire eccome, possiamo dire che per Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti, il libro su Philip Dick da poco ripubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza di Lella, pp. 351, euro 19,00) potrebbe aver rappresentato una specie di rito iniziatico, una porta magica oltre la quale ha trovato la voce che gli ha permesso di scrivere La settimana bianca, l’ultimo lavoro di pura fiction, e passare poi a L’avversario e a tutti i libri successivi: «A circa trent’anni avevo scritto un paio di romanzi ma mi sentivo finito», racconta Carrère al telefono da Parigi, dove è appena tornato dopo un viaggio in Giappone. «Non avevo idee per un nuovo libro, né il desiderio di scriverlo. Il mio agente mi ha detto: se non riesci a scrivere, una biografia può essere un’idea da prendere in considerazione. Potrebbe aiutarti a superare il blocco, e in ogni caso avrai comunque fatto qualcosa. Così ho pensato: una biografia, bene, ma di chi? La risposta è arrivata subito. Avrei scritto di Philip Dick. Non sapevo molto della sua vita, ma avevo letto tutti i suoi libri ed ero convinto inoltre, non so perché, che quei romanzi di fantascienza rappresentassero un’autobiografia mascherata».

A pensarci bene, le donne dei romanzi di Philip Dick devono tutte qualcosa alle sue infelici cinque mogli (Carrère ha definito Dick «monogamo seriale», una forma di deriva sentimentale abbastanza comune tra i geni sessuomani nati nella prima metà del Novecento, ancora sotto il dominio di quel super-Io che comandava che per concedersi qualche bella giornata di sesso bisognasse mettere in gioco la vita intera).

Per il resto, poiché le fondamenta del lavoro di Dick sono proprio nel dubbio e nella domanda su «Cosa è Reale?», a un certo punto passa pure la voglia di chiedersi cosa sia vero o meno di tutto quello che sappiamo di lui. Il viaggio nei molti universi dickiani («Secondo Baudelaire il vero genio consiste nel creare un cliché ed è quello che ha fatto Dick. La maggior parte dei luoghi comuni nella fantascienza di oggi arrivano da lui. È diventato un aggettivo, e ha vinto», dice Carrère) vale comunque il prezzo del biglietto. Per quanto riguarda Carrère, nel suo ultimo libro  Il regno (Adelphi, 2015) ha raccontato la storia di Jamie Ottomanelli, ex-hippie strampalata che in quel periodo di crisi religiosa e creativa dei primi anni Novanta si presenta alla sua porta offrendosi come baby-sitter per i suoi due bambini. Carrère non ha alcuna intenzione di affidargli i figli, ma quando Jamie Ottomanelli posa lo sguardo su un libro di Dick e dice di aver lavorato per lui come baby-sitter a Berkeley, Carrère non resiste. Anche se Jamie puzza come se non si lavasse da settimane. Anche se è animata da un’inquietante allegria nervosa che gli ricorda Kathy Bates in Misery non deve morire. Il resto della storia merita di essere letto, l’unica cosa da aggiungere adesso è che Carrère ti lascia con il dubbio: è successo veramente o è stata un’allucinazione? Non importa. Per lavorare a Io sono vivo, voi siete morti (il titolo è una citazione da Ubik, uno dei romanzi più noti di Dick) Carrère se ne è infischiato di aderire totalmente alla realtà: «Esisteva già una biografia americana di Dick,  Divine Invasioni di Laurence Sutin (1989, qui edita da Fanucci, che detiene i diritti in Italia di tutta la sua opera). Lì dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California, dove Dick ha passato tutta la sua vita. Così ho usato l’eccellente lavoro di Sutin per prendere venti pagine di appunti con eventi principali e date. Poi, prima di iniziare a scrivere, ho posato il libro e non l’ho preso in mano mai più».

Philip Dick era nato nel 1928 a Chicago, insieme con una sorella gemella morta un mese dopo la nascita. Il padre se ne era andato di casa molto presto e la madre si era trasferita con lui a Berkeley, in California. Da ragazzo aveva sofferto di attacchi di panico e aveva lasciato gli studi per mettersi a lavorare in un negozio di dischi, dove nel 1948 aveva conosciuto la prima moglie Jeanette Marlin (un matrimonio durato pochi mesi), che lasciò per sposarsi, nel 1950, con Kleo Apostolides (unione che durò fino al 1959, quando Dick si trasferì in un sobborgo di San Francisco e si mise con Anne Williams, vedova con tre figlie e con la quale, nel 1960, fece la figlia Laura). Nei primi anni Cinquanta aveva cominciato a farsi un nome come autore di racconti di fantascienza.  Il primo romanzo, Solar Lottery (Lotteria dello spazio) è del 1954. Negli anni Cinquanta scrisse almeno otto romanzi non di fantascienza, ma vennero tutti rifiutati. Tra gli anni Sessanta e i primi Settanta pubblicò i suoi libri fondamentali come The man in the high castle (La svastica sul sole, 1962),  The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965) Do androids dream of electric sheep? (Blade Runner, 1968), Ubik (1969). Dal 1966 al 1972 si mise con Nancy Hackett, con cui ebbe la seconda figlia, e poi dal 1973 al 1977 fu sposato con la giovane Tessa, madre del suo terzo figlio. Furono anni conditi da largo uso di anfetamine, che probabilmente contribuirono ad alimentarne la leggendaria paranoia, i deliri mistici degli ultimi tempi e favorirono l’infarto che lo uccise, a 54 anni, nel 1982.

Nel novembre 1975 uscì su Rolling Stone un lungo ritratto di Dick firmato da Paul Williams. Williams racconta che, mentre negli Stati Uniti era noto solo nell’ambiente della fantascienza, in Europa (e in particolare in Francia) era vendutissimo e rispettato. Ma come è avvenuto, nel mondo, il suo passaggio dal piano B della fantascienza all’essere universalmente riconosciuto come un autore di classici? «Dick era uno scrittore visionario come Dostoevskij. Se vogliamo capire il Ventesimo secolo dobbiamo leggere I Demoni. Per tentare di comprendere il Ventunesimo dobbiamo leggere i romanzi di Philip Dick», afferma Carrère. «C’è un’altra cosa. Oltre a Dick anche Raymond Chandler o Dashiell Hammett, autori di noir, sono diventati dei classici. Per lo stesso identico motivo: erano dei grandi scrittori, dei veri e propri geni. Dick ha influenzato l’immaginario dei nostri anni come pochi altri e ha ispirato moltissimi film. Alcuni apertamente, come Blade Runner o Minority Report. Altri no, come Matrix o The Truman Show. Anni fa mi indignavo se la sua influenza non era riconosciuta, ora lo considero un segno della sua grandezza». E come capita spesso, la sua grandezza è stata riconosciuta solo dopo: «Quello che voglio sottolineare», scriveva Dick in Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza del 1976, «non è che io sarei lo scrittore di fantascienza più rispettato del mondo, o che il mio agente lo pensi o lo abbia detto, bensì il fatto che mi ritrovo qui, dopo venticinque anni di carriera, con la prospettiva di vedermi tagliare acqua, gas ed elettricità se non pago il dovuto entro tre giorni; allora mi domando: a cosa è servito?». A Carrère si può quasi dire che abbia salvato la vita: «Per molti versi Dick era un uomo insopportabile», dice, «ma nei due anni che ho passato a scrivere la storia della sua vita non ho mai smesso di provare gratitudine nei suoi confronti. Siamo stati bene insieme».

 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 15 luglio 2016

luglio 20, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Attila, di Matteo Nucci (da minima&moralia)

 

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“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York TimesEl PaisDie ZeitTimesEconomist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

Erano le due passate. Poca gente in giro. Silenzio da controra. Tirava dritto. Passava davanti alla porta delle stanze annunciando che se ne andava a pranzo. Se non erano in giro per il mondo, dava una voce ai suoi fedelissimi, per capire se volessero venire con lui. Poi scendevamo giù. E iniziava uno dei momenti più belli che io abbia vissuto nella mia vita.

Come potrei spiegare ciò che accadeva durante quei pranzi, gli innumerevoli pranzi, che mi ha regalato Attilio Giordano, questo enorme monumento alla più alta tradizione di giornalismo italiano purtroppo in estinzione? Fedele a una serie di brevi, semplicissime, massime che hanno regolato il suo mestiere, Attila sosteneva che in un pezzo le cose più importanti vanno raccontate subito e che il modo migliore è farle vedere a chi legge.

Le cose più importanti di una lunga storia, un viaggio complicato, un incontro, un’intervista o qualunque sia la situazione complessa che esige di essere spiegata, le cose più importanti “sono” diceva  “quelle che io raccontavo, appena tornato a casa, a cena a Terry”, ossia alla sua moglie bellissima e amatissima. Le cose più importanti di tutto il lungo e magnifico viaggio che io ho fatto con Attila sono quelle che mi ha insegnato. E me le ha insegnate a pranzo. Fingendo di non insegnare nulla.

Si scendeva giù con l’animo leggero. Attila se la prendeva con qualcosa o qualcuno arricciando le labbra in una smorfia di disprezzo che lo aveva reso famoso. Giravamo oltre il grande edificio e ci avviavamo dalla Signora. Siamo andati in molti posti diversi a mangiare, a pranzo, attorno al giornale, ma la trattoria che sempre descriverò, “appena tornato a casa”, per raccontare di Attilio Giordano, è quella della Signora. L’aveva chiamata così Luca Villoresi, un altro grande giornalista di Repubblica, appassionato di Roma e cucina romana. La chiamavamo così tutti, anche quando la Signora (cuoca sopraffina) aveva mollato tutto e se n’era andata a Milano a lavorare lasciando il locale a sua figlia.

Scendevamo giù nel cortile. Spingevamo la porta a vetri incastonata nell’infisso di alluminio anodizzato e c’infilavamo dentro. Chi c’era? Negli anni si sono alternate molte persone. I pranzi più belli li abbiamo fatti con Ettore Boffano, uno dei suo migliori vice (ora al Fatto), Luca Villoresi e Roberto Micheli (grafico artista), Mario Dondero (il fotografo dolce) e la sua banda di grandi penne, inviati e caporedattori: Marco Cicala, Paola Zanuttini, Riccardo Staglianò, Cristina Guarinelli, Piero Melati. “Il giornale nasce qui” mi spiegava Attilio mentre tornavamo in redazione e tra le mille storie ne erano venute fuori alcune che sarebbero diventate reportage, inchieste, copertine, scoperte pazzesche e fenomenali buchi nell’acqua. “Il giornale nasce dove ci si incontra, dove si sta bene insieme e ci si raccontano storie e vengono fuori idee”. Ma per me non nasceva lì solo il giornale. Lì nascevo io.

Attila è stato il mio più grande maestro e questo non potrei raccontarlo in nessun modo perché c’è qualcosa di lui in me che non ho ancora capito e che non so se mai capirò. Ma le regole che ho imparato andando dalla Signora e ascoltando Attila e i suoi discutere di viaggi, storie e giornale, quelle non è difficile metterle insieme. Anche perché le vere regole sono sempre semplici. E a volte sfiorano la banalità e forse proprio per la banalità molti se ne dimenticano o fingono di dimenticarsene.

La prima delle brevi regole semplici a uso di chiunque voglia raccontare il mondo è questa: partire. Partire a tutti i costi. Vedere. Essere pronti a stupirsi. “Partire oggi, nell’era dei low costi, è semplice e economico”. Lo ripeteva sempre, Attila. Bisogna solo aver la voglia di farlo. E soprattutto si deve aver la voglia di andare incontro all’ignoto. Questa è la seconda vera regola: quando parti non puoi cercare conferme. Se parti per confermare una storia che hai già in mente allora tanto vale farlo da casa, dal tuo computer. Una telefonata, due mail e ecco fatto uno di quei pezzi che Attila disprezzava. Si deve andare e conoscere, invece. Anche se non sei certo che troverai qualcosa, anche se non c’è una storia sicura a aspettarti. Perché qualcosa poi si trova sempre. Preparare il viaggio, sì. Studiare l’argomento. Ma senza lasciarsi sopraffare dai pregiudizi. L’importante è aprirsi alla dimensione in cui si sta entrando e annusare perdendosi di qua e di là. Perdersi.

Ecco. Terza regola. Le storie più belle vengono fuori per caso. I personaggi più interessanti non sono quelli che sembrano ma quelli che ci restano dentro. Le cose che contano a volte sono quelle che si sono nascoste altrove, magari proprio dietro alle storie che noi inizialmente cercavamo. Partire. Circolare. Muoversi. Perdersi. Non necessariamente in situazioni estreme (“Guerre? Devi saperle fare. E comunque a me non piacciono. Non per altro ma perché non ci si capisce nulla. Meglio tornare dopo, quando la guerra è finita e trovare una chiave sconosciuta per raccontare quel che è cambiato”). Muovendosi, girando, chiacchierando, annusando, le vere storie vengono fuori, il mondo si conosce e lo si può raccontare. I fatti. Quali sono i fatti del resto? In che modo possiamo definire i fatti se non come ciò che ci colpisce e noi raccontiamo a chi ha interessa a ascoltarci? Eccoli i fatti. Muoversi, viaggiare, conoscere, raccontare.

“E adesso vediamo come lo scrivi” mi diceva, mentre tornavamo in redazione. Il pranzo era finito. Qualcuno aveva chiesto una grappa. Lui no, lui era misurato nel mangiare e nel bere. Metteva da parte le storie che erano esplose a tavola e riprendeva le fila della mia. Mi dava qualche indicazione eppoi diceva “lo scrivi come vuoi tu, lo sai tu”. Ecco l’unica vera regola di scrittura. E non perché a Attila non interessasse lo stile. Anzi. Era un bibliomane. Leggeva di tutto e da sempre  scriveva con facilità “solo perché leggo”. Aveva un amore enorme per la bella scrittura e conosceva perfettamente le qualità di scrittori dei suoi fedelissimi e li amava tutti ma, primus inter pares, Marco Cicala.

“Scrivi come vuoi tu. Vediamo se non ne vien fuori la solita schifezza” mi diceva con quella specie di sarcasmo che era il suo affetto. L’idea anche in questo caso era semplicissima. Non esiste lo stile di un giornale. Cercare di determinare uno stile omogeneo per una rivista, come capita in molti casi, è una rovina. Lo stile dev’essere quello di chi scrive. Certo: chiarezza e comprensibilità vengono al primo posto. Sono necessarie poi una certa freschezza e la predisposizione a essere divertenti anche quando si parla di cose complicate. Infine, su tutto, il ritmo, una sorta di musicalità che lui scandiva in sillabe per accertarsene. Insomma stile da gente che legge.

Ma poi, a conti fatti, non esistono leggi: la penna è di chi scrive. Se chi scrive sa scrivere vietato imbrigliarla. Allora ecco una serie di piccole regolette, come l’idea di considerare assolutamente vetusta la legge che impediva l’uso della prima singolare. Non per aspirare a imitazioni italiche che rincorressero il mito del new journalism. Ma per qualcosa che ha a che fare con l’umiltà di esporsi. A volte la vera umiltà non sta nel nascondersi, tutt’al contrario. L’umiltà sta nell’esserci, nell’essere presenti, nel non nascondersi in nessun modo. La presenza sta nel dire “io” in un reportage di viaggio con l’umiltà di chi accetta le sue responsabilità.

La responsabilità del resto te la trovavi davanti quando con i suoi modi garbati, ironici, lievi, rivedeva con te il pezzo. A volte arrivavo e mi faceva, senza indulgere mai nella retorica, mai in un complimento di troppo: “Ottimo pezzo. L’ho già messo dentro. Riguardatelo e vedi se c’è qualche svista. Controlla le didascalie. Dimmi se i titoli funzionano”. Era fiero dei suoi titoli e li sfornava a velocità vertiginose. A volte diceva “Senti un po’. Io forse taglierei qui. Sinceramente, che ne pensi?” oppure “Matteo, guarda che mica si capiva bene quella cosa. Io la semplificherei” oppure “Taglierei quelle parti un po’ poetiche. Onestamente guarda credo che venga molto meglio così”.

A volte invece era un po’ preoccupato e me ne accorgevo subito e allora lo sapevo: il pezzo non andava. “Senti Matteo, io non è che ho proprio capito sai?”. Non mi diceva mai “Va rifatto”. Indicava le parti che non funzionavano e magari gli usciva qualcosa tipo “forse ho sbagliato io, perché in effetti dovevo dirti prima che…” E insomma lo capivo e gli dicevo: “Lo rifaccio Att?” “Be’ no, non ti preoccupare. Basterebbe lavorarci un po’ di fino. Però se invece ti va e hai tempo perché no”. Rifare un pezzo. Rifarlo interamente. Quanto s’impara a riscrivere un pezzo?

Attila è stato un maestro totale. Non ha mai elargito insegnamenti come fossero perle da incassare. Non ha mai mostrato generosità. Solo perché non sapeva cosa significasse non essere generoso. In mente aveva un’unica cosa: si deve puntare al bel giornale, alla qualità del giornale. Niente orpelli. Nessuna discussione ulteriore. Anche perché il tempo è quel che è e il grande tempo di Attila al giornale non era riempito dalle sue parole, ma da quelle altrui. Se non viaggiava più, infatti, seduto sulla sua poltrona spellata (ma un giorno Simona Agostini, sua prediletta, entrò nella stanza spingendone una nuova e a Attila s’illuminarono gli occhi. “Ho visto che dovevi cambiarla” diceva lei “Ne ho presa una uguale” e lui non aveva parole per ringraziarla e anche la poltrona nuova ora è già lisa, lisa da ore e ore a combatterci sopra), Attila però viaggiava attraverso gli altri e per farlo ascoltava con una curiosità e a volte una pazienza sovrumane.

D’altronde era sempre lì. Nella stanza in fondo al corridoio. Una sicurezza monumentale. Mi sporgevo oltre l’uscio e lui alzava la testa e faceva un cenno. Magari diceva di aspettare o se proprio non aveva tempo rimandava, ma se ne aveva anche pochissimo ti faceva sempre lo stesso gesto di invito cordiale “siediti” e, fatica o meno, si disponeva all’ascolto, preparava la pipa, e via. Ascoltare. Ascoltare chiunque. Dai grandi giornalisti che conosceva bene e era andato a ricercare ovunque, fino agli esordienti, ai più giovani, a chi arrivava e voleva tentare e lui ascoltava e diceva “proviamo”. L’idea restava una sola con tutti: raccontare storie e raccontarle bene. La qualità e solo la qualità. Prima di firme, nomi, notizie, scoop. La qualità su tutto.

Qualcuno studierà, prima o poi, il venerdì di Attilio Giordano. Entrerà nella storia del nostro giornalismo e della nostra cultura. Si cercherà di spiegare un giornale che metteva assieme reportage da posti assurdi del pianeta, notiziole strambe, libri introvabili e di culto, film di grande incasso, storie pop nel senso più vero della parola. Ci sarà materiale infinito. Sei anni pieni di settimanali diretti dall’inizio alla fine, immaginati soprattutto assieme a Boffano, Cicala, Melati, Zanuttini, Guarinelli, Staglianò e Cucurnia. Prima, quattro anni da capo della redazione, anni in cui prendeva forma quello che sarebbe diventato il magazine più venduto e letto.

Con stime che sono cambiate negli anni, il venerdì ha mantenuto invariata una cifra ragguardevole di copie portate al quotidiano. Intendo dire che Repubblica di venerdì ha sempre venduto almeno 100.000 copie in più nell’era di Attila. Si studierà e si spiegherà nel dettaglio il motivo. O meglio: si studierà il meccanismo della qualità. Ma quel che è certo è che tutto girava attorno a questo tipo così particolare di intellettuale che univa molte esperienze alle sue spalle. I reportage da inviato degli esteri del venerdì (eccone un esempio), le interviste (non prendeva appunti e non registrava, “è tutto qui” diceva colpendosi i lobi frontali:  ); la nera e la cultura che diresse negli ultimi anni della sua prima esperienza al Lavoro; la cronaca che diresse a Torino e a Napoli; la capacità in generale di dirigere un giornale (“il giornale alla fine esce” diceva sempre).

Esperienze che si affiancavano alla cultura che non smetteva mai di approfondire, e in cui Attila mescolava una conoscenza ciclopica e totalizzante di grandi classici (su tutti Cervantes, Balzac, Borges) come di maestri di tutt’altro genere (Simenon innanzitutto, poi Stephen King, John Le Carré, ma noir, gialli, hard boiled, nonché fumetti, erotismo, porno, serie tv, tutto, davvero di tutto). Si ragionerà, si capirà, si faranno i dovuti elogi a un’esperienza irripetibile. Per ora è quantomeno difficile fare i conti con quel che è capitato in questi anni. Voglio dire che è difficile capire il motivo per cui un pezzo così importante nel giornalismo e nella cultura italiana in generale, non sia stato invitato a parlare, commentare, discutere fuori dalle stanze che presidiava.

Un’intervista molto bella la troverete qui, ma rarissimamente lo abbiamo visto in tv, e mai lo abbiamo sentito alla radio alle prese con una rassegna stampa (e chi meglio di lui lo avrebbe potuto fare?), né lo abbiamo visto invitato nel giro dei festival e delle grandi manifestazioni. Forse è stato meglio così. Forse non avrebbe neppure avuto il tempo. Forse il tempo che aveva preferiva dedicarlo a Terry, al suo Antonio grande cuore granata e alla sua Maria, sensibilità che lo lasciava disarmato. Non so. A me resta l’amaro in bocca.

Ma tutto è amaro adesso. Non c’è nulla in quest’assenza che non sia amaro. Penso all’eleganza dei suoi gesti, della sua gentilezza, dei suoi vestiti. Penso a lui che arrivava in spiaggia come uno scrittore americano degli anni Venti (non ubriaco nel caso di Attila che mai ho visto bere un goccio in più del dovuto). Guardo e riguardo una fotografia che ci scattò Cristina Guarinelli davanti alla sua scrivania. “Redazione a Nairobi” diceva lei. Siamo vestiti di bianco ma insomma io ho una magliettaccia, Attila invece sembra uscito da un libro di Graham Greene (un altro di quelli che amava). Ha il suo sorriso fragile e lo sguardo umile. L’umiltà dei forti. L’umiltà di esporsi. Perché si esponeva eccome, Attila.

E mentre vengo preso dalla rabbia, l’incontrollabile rabbia che riempie i polmoni quando si ha la certezza che un pezzo così importante di vita è scomparso per sempre, scopro che posso aggrapparmi a un’altra massima che mi mostrò lui fin dai primi anni in cui ci incontrammo: “detesto il rancore. Non voglio dar spazio al rancore. Sono pressoché esente da rancore”. Non era una delle sue battute altisonanti per cui molti lo prendevano in giro. Attila davvero non provava rancore. A volte non riuscivo a capirlo, mi appassionavo, prendevo fuoco. Gli dicevo: “ma come fai?” Lui rideva, preparava la pipa, dava una boccata eppoi diceva “me ne batto il culo io”.

Era una delle sue espressioni classiche in cui non sapevi se ci fosse la Genova dell’adolescenza mescolata alle sue origini siciliane. Quelli con cui lottava erano i forti (lo hanno raccontato Paola Zanuttini e Riccardo Staglianò). Con i deboli era gentile e se erano vili, alzava le spalle. Ne avrebbe fatto a meno. Non ha mai umiliato nessuno. Non ha mai gridato con un collaboratore neanche per gli errori più indecenti.

La verità è che continuava a viaggiare. Ha sempre continuato a viaggiare. Questo ho capito, vedendolo vivere gli ultimi giorni con le sopracciglia che si piegavano sempre un po’ di più perché i suoi occhi venivano presi irrimediabilmente dal mistero più grande di tutti i viaggi misteriosi a cui ci aveva preparato. Erano tredici anni che disprezzava il cancro con alterigia. A volte l’ho visto in poltrona dolorante, perché veniva da sedute di radio e di chemio pressoché contemporanee, ma fingeva che fossero formicolii. La porta si apriva, entrava una di quelle persone che esistono ovunque, di quelle che non bussano, non chiedono, non guardano, entrano e basta e parlano. Lui fece il gesto classico e la invitò a sedersi. Ero allibito. Lo guardavo e lo riguardavo. Era molti anni fa. Più volte, in questi ultimi tempi, parlando di eroi greci, Attila mi ripeteva che “stringi stringi l’uomo mortale prevale sul dio proprio per la sua mortalità e manifesta il suo eroismo, ossia la sua piena umanità, affrontando la morte. E lo si vede se tira fuori i coglioni di fronte alla morte”. Ma quel coraggio non è un gesto improvviso. Non è un atto di incoscienza o di presunzione. È semplicemente la forza che hai acquistato alla fine del viaggio più lungo, tutto il grande viaggio che ha coinciso con l’esistenza terrena.

In queste ultime settimane, Attilio mi è parso un gigante inarrivabile. Non c’era neppure più bisogno di parole per essere il maestro totale che è sempre stato. Solo l’esempio. Il disprezzo per il dolore. L’eleganza somma. Uno degli ultimi giorni in cui siamo usciti insieme, dopo aver deriso un gruppo di scrittori il cui marchio secondo lui sarebbero gli stivaletti (“Ma Attila anche tu hai un paio di stivaletti” qualcuno gli ha detto. E lui, spietato: “Certo ma mica col tacco bolero”), ha voluto cambiarsi per bene. Terry gli diceva: “Ma che t’importa di essere elegante, Attila? Non incontriamo nessuno” “Che c’entra, ma insomma, io mica mi metto elegante per gli altri. Io sono elegante per me”.

Ha fatto tutto per la sua felicità, Attilio. Ha insegnato perché era felice. Ha lavorato perché era felice. Ha cercato storie perché questo lo rendeva felice. Niente per altri motivi che non fossero la sua ricerca della qualità, ossia della felicità che gli dava la qualità. Alla fine, mi ha detto “Scusa Matteo, oggi sono molto stanco. Ci vediamo domani”. Ci vediamo domani, dalla Signora, Att, grande maestro. Non mi ha mai fatto aprire il portafogli in nessuno degli innumerevoli pranzi. “I collaboratori hanno tanti problemi. Figuriamoci. Qui la tradizione è una sola. A pranzo non pagate”. Pagava lui. Pagava per insegnare.

luglio 7, 2016. Uncategorized. Lascia un commento.

Un racconto erotico che ho scritto qualche anno fa

 

Per la prima volta pubblico qui qualcosa di un po’ più narrativo scritto da me. È un raccontino scritto per una rivista che purtroppo non è mai uscita, nel 2011 o giù di lì. Beh, forse è una sorta di coming out, e forse è arrivato il momento di farlo. Perché, dopo tante peripezie interiori, è venuta  anche a me la voglia di saltare. 

*****

Se ripenso agli incontri sessuali che ho avuto nella vita mi rendo conto che non c’è stata quasi mai una corrispondenza tra piacere estetico – la bellezza, ai miei occhi, della persona con cui ero a letto – e godimento del corpo. La mia vagina, come il resto di me, è timida, insicura, soggetta a sbalzi d’umore e lievemente paranoica. Così è successo che amasse il tocco di sconosciuti particolarmente decisi, che avevano dimostrato di volermi davvero, anche se non avevano niente di quello che normalmente avrei considerato bello.

Ma vale anche il contrario. Qualche anno fa mi sono innamorata. Mi sembrava l’uomo più bello che avessi mai visto, aveva gli occhi e i capelli neri e si muoveva come un gatto. Abitava nel mio palazzo, al piano di sopra, e per sentire i suoi passi sulle scale dovevo tendere l’orecchio da dietro la porta. Non viveva solo, ma con una donna. La loro camera da letto era sopra la mia. Quando li sentivo scopare – lei faceva un sacco di rumore – mi masturbavo pensando che lui fosse dentro di me, e godevo fino a che lo spazio nella mia testa si faceva bianco e vuoto.

Io e lui avevamo cominciato a parlare.

Ci incontravamo al bar per bere il caffè, mi raccontava che non era felice del suo lavoro, che voleva lasciare tutto per fare lo scrittore. Non era felice con lei. Pensavo che dovesse avere ragione, non poteva andare d’accordo con una donna che sbatteva i tacchi sul pavimento in modo così arrogante e violento. Lo volevo per me. Lo volevo più di quanto avessi mai voluto qualcuno. Passavo ore sul letto ad ascoltare la musica con l’ipod, lo cercavo telepaticamente, conservavo tutti gli sms, li trascrivevo su un quadernino per farli diventare una storia, andavo in bicicletta per Roma, guardavo il cielo e, per la prima volta nella vita, pregavo.

I toni diventavano mano a mano più dolci. Una volta mi aveva accompagnato in moto in centro. Era la fine dell’inverno, il cielo era buio e sul lungotevere stringevo le cosce intorno alle sue e respiravo l’odore che usciva fuori dal casco all’altezza del collo. La sera dopo ci baciammo, sul divano di casa mia. Di nuovo il bianco e il vuoto nella testa. Non vedevo l’ora di vederlo nudo, di adorare il suo corpo, i peli, i capezzoli, i glutei, le cosce, il cazzo. Lui doveva tornare a casa presto. Restai così, con il desiderio congelato nel corpo. Decisi di non masturbarmi fino a che non avessi potuto esplodere nelle sue mani.

Ma c’era una cosa che non avevo calcolato. Lo amavo, e avevo bisogno che mi amasse. Mi scriveva sms che parlavano di momenti di un futuro insieme, ma poi era confuso, non sapeva bene cosa voleva. Di fronte a questo non c’erano parole che potessero funzionare, il corpo parlava per vie tutte sue. Così, quando ci trovammo nudi nel mio letto, il mio corpo si rifiutò di rispondere. C’era tutto quello che amavo in modo quasi religioso: gli occhi neri, la voce, il profumo della pelle. Ma lui non mi amava come lo amavo io. Così la mia fica non rispose, restò chiusa e silenziosa. Lui si intimidì, divenne rigido e impacciato. Nessuno spazio bianco e vuoto, solo imbarazzo e corpi che non si incontravano. Pensai che si poteva sempre rimediare, ma quando chiusi la porta di casa alle sue spalle sapevo che era finita. Tutto divenne più freddo. Smise di cercarmi.

Passai due anni a fermare la macchina ai lati della strada perché le lacrime mi impedivano di vedere, sfiancandomi in bicicletta per fermarmi davanti ai Fori con i turisti, pensando a chi, tra gli antichi romani, aveva amato così tanto tra quelle rovine, chiedendo alle anime che si aggiravano lì di darmi un segno, farmi sentire meno sola. Feci delle scopate meravigliose con un ragazzo di cui non mi importava niente, solo perché ci potevamo scambiare gli occhiali da vista che avevano la stessa gradazione. Ebbi un orgasmo fortissimo una volta che me lo mise nel culo sul divano. La notte continuavo a sognare l’uomo con gli occhi neri, noi due circondati da una luce azzurra in stanze buie piene di gente. L’ho odiato, perdonato, e infine dimenticato. Ad amare di nuovo, non ho imparato ancora.

giugno 6, 2016. Uncategorized. Lascia un commento.

Da «Mi chiamo Lucy Barton» di Elisabeth Strout

«Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi».

(Einaudi 2016)

maggio 10, 2016. Uncategorized. Lascia un commento.

Charlotte Brontë

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Chissà se a Londra faceva caldo o aveva cominciato a piovere il pomeriggio del 24 agosto del 1847 quando George Smith, giovane editore erede della Smith Elder & Co, ricevette nel suo ufficio di Waterloo Place un pacco firmato Currer Bell (Smith dovette riconoscere il nome, dato che Bell gli aveva già inviato il manoscritto di Il professore, che aveva trovato di valore ma troppo corto per essere stampato in tre volumi, formato ideale per i romanzi dell’epoca). Di certo ci fu un momento in cui l’editore aprì il pacchetto, lesse la lettera che lo accompagnava, e per la prima volta posò lo sguardo sull’incipit di Jane Eyre:«Impossibile far la passeggiata quel giorno…». A parlare era una protagonista mai vista prima, giovane e tenace istitutrice senza famiglia, priva di particolare grazia e denaro, che sposa infine il ricco e affascinante Rochester. La storia è pervasa da un fortissimo sottotesto erotico, con Jane che maneggia la miccia di una bomba di desiderio inesploso nei confronti dell’uomo da cui sogna di essere sessualmente dominata: «George Smith lo lesse tutto nell’arco della domenica seguente», scrive Lyndall Gordon in Charlotte Brontë. Una vita appassionata (Fazi, traduzione di Nicola Vincenzoni, pp.494, 18 euro), biografia del 1994 che esce per la prima volta in Italia in occasione dei duecento anni della nascita della scrittrice. «Annullò una corsa a cavallo, saltò la cena e rifiutò di andare a dormire finché non ebbe finito il libro. Il lunedì successivo offrì a Currer Bell cento sterline, a cui si aggiungeranno in seguito vari extra fino ad arrivare a un totale di cinquecento. Sei settimane dopo, il 16 ottobre 1847, l’editore pubblicò il romanzo». Il successo e la curiosità intorno all’autore misterioso furono immediati. Ci si chiedeva se si trattasse di un uomo o una donna. Molti si scandalizzarono per l’audacia del racconto. Qualcuno credette che dietro Currer Bell si nascondesse Willam Thackeray, ma Thackeray affermò: «È una scrittura femminile, a chi appartiene?».

Nel 1847 Charlotte Bronte aveva trentuno anni. Come Jane Eyre non poteva contare su bellezza o reddito. Era, come scrisse Joyce Carol Oates, una sopravvissuta a dieci anni di servizio come istitutrice. Nata nel 1816, terza di sei fratelli (cinque sorelle e un unico maschio, Branwell, nato subito dopo di lei) cresciuti con il padre reverendo nella Canonica di Hawort, villaggio isolato nella brughiera persa nel vento e nei cespugli di erica dello Yorkshire, nord dell’Inghilterra. Il padre, irlandese sopravvissuto all’infanzia con una dieta di siero di latte e pane di patate e farina d’avena, aveva studiato a Cambridge grazie ai sussidi per i poveri da avviare alla carriera ecclesiastica. Era un solitario, e quando la moglie si ammalò i bambini furono lasciati a sé stessi: «Prendevano i pasti da soli», scrisse Elisabeth Gaskell, autrice nel 1857 della prima biografia di Charlotte Bronte (Castelvecchi 2015). «Poi se ne andavano nello studio, dove passavano il tempo a leggere, a sussurrare tra loro, a meno che non uscissero nella brughiera tenendosi per mano». Nel 1821 la madre morì, e il padre affidò la cura dei figli a una zia. Nel 1924 mandò le due maggiori, Mary e Elisabeth di dieci e nove anni, a studiare alla Clergy Daughters School di Cowan Bridge. Poco dopo ci spedì anche Charlotte, che allora aveva otto anni, e Emily, che ne aveva sei. Il figlio maschio, Branwell, restò a casa per essere educato dal padre, e così la figlia più piccola Anna. La scuola era identica alla Lowood della prima parte di Jane Eyre: gelida, gestita da carogne che umiliavano e affamavano le bambine con pasti a base di avena bruciata. Poco tempo dopo Mary e Elisabeth si ammalarono di tubercolosi, tornarono a casa e morirono nel 1825. Charlotte e Emily furono ritirate dalla scuola. I quattro ragazzi Bronte iniziarono a rifugiarsi nelle storie fantastiche che inventavano. Nel 1826 il padre regalò a Branwell dodici soldatini di metallo, scatenando nei figli infiniti giochi teatrali e letterari. Era proprio Branwell su cui il padre era disposto a investire. Lui si dedicò alla pittura – è suo l’unico ritratto esistente delle tre sorelle, oggi conservato alla National Portrait Gallery di Londra – e poi si perse nell’alcool e nell’oppio. Morì nel settembre 1848. Nel 1831 Charlotte andò a studiare in un’altra scuola, dove poi prese a insegnare. Iniziò una sorta di doppia vita: di giorno mite istitutrice, di notte tenace scrittrice che annotava su un diario il disgusto per il tempo che doveva perdere con i ragazzini pigri e viziati. Elisabeth Gaskell, che le divenne amica nei pochi anni in cui fu riconosciuta come scrittrice di successo, la ritrasse, forse per invidia, come vittima rassegnata del suo destino. Studi successivi, come quello di Lyndall Gordon, o la meta-biografia di Lucasta Miller sulla costruzione postuma dell’immagine delle sorelle Bronte (The Bronte Myth, Vintage 2002) restituiscono l’immagine di una donna diversa, brillante e determinata.

Charlotte lavorò sempre a stretto contatto con le sorelle. Nel 1846, con gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell le tre pubblicarono un libro di poesie: vendette due copie. L’anno dopo, quasi in contemporanea con Jane Eyre, uscì il capolavoro di Emily, Cime Tempestose, firmato Ellis Bell. Anne/Acton Bell diede alle stampe Agnes Grey e Il segreto della signora in nero. Quando un editore in cerca di pubblicità affermò che erano tutti la stessa persona, Charlotte e Emily presero il treno e si presentarono a Londra da John Smith. Charlotte rivelò di essere l’autrice di Jane Eyre. Smith rimase senza parole di fronte a quella donna piccola e con i denti rovinati. Le credette quando vide la lettera che lui stesso aveva indirizzato a Currer Bell. Fu l’inizio di un breve periodo felice, ma nel giro di poco morirono Branwell, Emily e Anne. Degli amori di Charlotte non si sa molto. Dai suoi libri e lettere si intuisce la passione frustrata per un professore conosciuto a Bruxelles, Costantin Heger, sposato. Ebbe alcuni spasimanti, ma li rifiutò. Nel 1854, dopo aver pubblicato Shirley e Villette, sposò il reverendo Arthur Bell Nichols. L’anno dopo restò incinta, ma morì, forse per un’infezione, prima di partorire. Jane Eyre, concepito in una stanza senza sole mentre Charlotte accudiva il padre operato agli occhi, non ha mai smesso di essere stampato.

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica il 29 aprile 2016

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Tutto su Judd Apatow

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A quattordici anni, mentre i genitori si facevano la guerra e la madre stava per andarsene di casa, nella sua stanza in un condominio nei sobborghi di New York Judd Apatow compilava su un quaderno una lista di idee dal titolo Cose buffe sul divorzio.

Nei primi anni Ottanta non c’era niente che assomigliasse alla separazione consapevole di Gwynet Paltrow e Chris Martin. Gli adulti si odiavano, i figli cercavano di sopravvivere. Per Judd Apatow la sopravvivenza passò da subito attraverso la lente della comicità: «È una gran fortuna quando quello che usi come meccanismo di difesa è la stessa cosa con cui ti guadagnerai da vivere», ha detto molto tempo dopo. Oggi suo il nome nei titoli di testa vale milioni di dollari. Il suo ultimo lavoro da produttore esecutivo, dopo il successo di Girls della geniale Lena Dunham, è la serie tv in dieci puntate Love (Netflix), con protagonisti Gillian Jacobs, reincarnazione di Gena Rowlands da ragazza, e Paul Rudd, che ricorda il giovane Woody Allen e gli fa il verso quando afferma: «Ma non esco con persone che hanno un sedicesimo dei miei anni». Love mette in scena l’incontro tra due antieroi che, come è stato scritto da qualche parte, sono «troppo emotivamente instabili per avere una relazione e troppo disperati per restare soli». I personaggi di Apatow sono sempre fuori asse rispetto ai vincenti, ed è una lezione che lui deve aver imparato a proprie spese.

Nerd quando ancora non era di moda esserlo e scartato dalla squadra di football perché troppo esile, a quindici anni scrisse, per pura ossessione, una tesina di trenta pagine sui fratelli Marx. Poco dopo si fece assumere come lavapiatti in un locale di stand-up comedy di New York e prese a intervistare per la radio del liceo di Syosset tutti i comici che riusciva ad avvicinare. Evitò di dire loro che la radio del liceo aveva un raggio di trasmissione di circa cinquecento metri. Conservò i nastri che oggi, insieme con altre interviste messe insieme in trent’anni di carriera, sono diventati il bestseller Sick in the Head (Random House, 2015). Chi crede di non sapere di cosa stiamo parlando probabilmente ha visto o ascoltato una serie tv o un film prodotto, scritto o diretto da lui. A cominciare da The Ben Stiller Show (MTV 1989-’90 e Fox 1992-’93) e Freaks and Geeks (1999-2000), due programmi che, anche se cancellati dopo poche puntate (il Ben Stiller Show ha vinto un Emmy quando già non andava più in onda), hanno significato l’inizio della carriera di attori come Ben Stiller, James Franco, Seth Rogen e Jason Segel.

Come regista Apatow ha diretto 40 anni vergine, con Steve Carell e Catherine Keener (2005), e poi Molto incinta con Katherine Heigl e Seth Rogen (2007), Funny People con Adam Sandler e Seth Rogen (2009), Questi sono i 40 con Paul Rudd e Leslie Mann (2012) e Un disastro di ragazza (2015), scritto con Amy Schumer che ne è anche la protagonista. Sono film quasi sempre troppo lunghi (Apatow è universalmente preso in giro per la sua incapacità di tagliare), ma molto più raffinati di quanto non facciano presagire i titoli tradotti in italiano. Un tratto comune a tutti è forse una certa ruvidezza di superficie, un bombardamento di battute che poco dopo lascia il posto a qualcosa di molto più profondo e delicato. Se l’alter-ego narrativo di Woody Allen, che si era sposato per la prima volta a vent’anni perché «negli anni Cinquanta dopo essere andato con la tua ragazza al cinema, al ristorante e al bowling non ti restava altro da fare che sposarti» è costruito sulla fuga dalla prigione del matrimonio, il letto a due piazze della mente di Apatow è occupato dall’ideale dell’amore eterno. Il prototipo è sempre lo stesso: maschio sfigato, adolescente fuori tempo massimo circondato da amici, incontra donna bellissima, brillante e sessualmente consapevole che rappresenta la crescita, il miraggio di una vita vera. Bello, sì, ma anche un po’ triste, perché è in fondo come dirsi che il mondo non possiamo più permetterci di sognarlo, non è alla nostra portata, e allora ci basta una casa, un porto sicuro.

Nella vita Apatow è sposato da quasi vent’anni con Leslie Mann, che è anche la sua interprete preferita: «Non ho scelto io di fare l’attrice comica» ha detto lei, «ma quando mi presentavo ai provini per ruoli drammatici e iniziavo a parlare la gente rideva». La coppia ha due figlie adolescenti, Maude e Iris, che fin da piccole hanno lavorato come attrici nei film dei genitori (la tredicenne Iris Apatow è strepitosa nel ruolo della giovane star capricciosa in Love). È importante dire infine che Apatow è anche l’autore delle battute pronunciate da Barack Obama per deridere Donald Trump durante il suo discorso alla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca del 2011. C’è il suo zampino anche nella partecipazione di Obama alla rubrica Mean Tweets («tweets cattivi») nel programma di Jimmy Kennel (Abc). Judd Apatow, il ragazzino dall’infanzia traumatica che oggi, come da tradizione, non si iscriverebbe a un club che lo accettasse tra i propri membri («Mia moglie non ha idea di cosa sia attraente e cosa no, dato che ha sposato me»), da consulente del Presidente deve avergli detto che l’autoironia è un’arma potente non solo contro i fantasmi del passato, ma anche contro il ghigno parruccato dei mostri di oggi.

aprile 26, 2016. Uncategorized. Lascia un commento.

Face Paint

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Ci si potrebbe costruire intorno un modello matematico, il coefficiente Ennio Flaiano: «Si levò dal letto: era bruttissima. Passò un’ora davanti allo specchio a farsi brutta» (Diario notturno, 1956). Basta calcolare i minuti necessari a trasformarsi ogni mattina nella persona che più o meno si è sempre stati, e moltiplicarli poi per i soldi che si devono spendere ogni mese per lo stesso motivo. A parte gli scherzi, non si tratta di minuti o investimenti qualsiasi. Nel corso del tempo sul desiderio di bellezza delle donne sono nati imperi economici, mentre la possibilità di scegliere di truccarsi è andata di pari passo con la libertà di fare molte altre cose.

Lo sa bene l’inglese Lisa Eldridge, che ha appena dato alle stampe il libro Face paint: The Story of Makeup (Abrams Image, pp. 240, euro 24 su Amazon): «Ho subìto il fascino del makeup fin da bambina», scrive nell’introduzione. «All’inizio ero attratta soprattutto dai colori, gli odori, gli oggetti in sé. Ma a tredici anni un’amica di famiglia mi ha regalato un manuale sul trucco teatrale e ho capito che volevo diventare makeup artist. I trucchi del passato, presente e futuro sono diventati la mia vita». Lisa Eldridge è una celebrità quasi quanto le attici che prepara per i tappeti rossi degli Oscar. Negli ultimi vent’anni ha lavorato con i più importanti fotografi di moda per campagne pubblicitarie, editoriali e sfilate, ed è diventata la truccatrice preferita di bellezze come Kate Moss, Kate Winslet, Keira Knightley, Cara Delevigne, Alexa Chung. È stata consulente per Shiseido, Boots No7, Chanel. Ora è direttore creativo internazionale di Lancôme. Nel 2008 ha aperto un canale YouTube che oggi conta più di un milione di iscritti. Non è strano, perché si tratta forse del primo caso di professionista del mondo della moda che si siede davanti a una videocamera per svelare i segreti del mestiere. E, perché no, mostrare a tutti il proprio coefficiente flaianesco: quanto tempo e quali prodotti ci vogliono per nascondere i brufoli da sindrome premestruale, minimizzare le occhiaie da postumi di sbronza dopo una festa, darsi un tono per l’incontro con qualcuno che ci ha appena scaricato?

Lisa Eldridge ha il tocco magico. Con voce suadente e l’ausilio di un buon pennello da fondotinta in pochi minuti si trasforma nella migliore versione di se stessa. Certo, imitarla adesso è quasi facile. Basta andare in profumeria o al supermercato per trovare decine di correttori, ombretti, illuminanti. Ma è  una possibilità che esiste da relativamente poco tempo, forse poco più di un secolo. In Face Paint Eldridge ripercorre la storia del makeup fin dall’antichità, quando truccarsi era permesso a principesse e prostitute. Il filo del discorso, per la prima parte del libro, passa attraverso tre colori simbolo: il rosso «il cui significato cambia da cultura a cultura, ma che è da sempre associato a desiderabilità, amore, passione, gioventù e salute», il bianco «che per lungo tempo nella storia ha prevalso in tutto il mondo con la tendenza dell’incarnato chiaro, che era possibile ottenere con creme, unguenti e polveri a base di tossicissimo piombo…» e il nero «ad esempio il kohl, invenzione degli antichi egizi e associato, più di ogni altro prodotto cosmetico, a periodi specifici e movimenti culturali come l’epoca del cinema muto, i beatniks e gli hippies degli anni Cinquanta e Sessanta o i look grunge dei primi anni Novanta». Nella seconda parte del libro, intitolata Il business della bellezza, Lisa Eldridge scrive dei manuali di bellezza che avevano iniziato a circolare nel Rinascimento, come Gli Experimenti (ca.1500) di Caterina Sforza, che conteneva, accanto alle ricette su come sbiancare la pelle o tingere i capelli, consigli su come avvelenare i nemici o trasformare gli oggetti in oro. Qualche centinaio di anni più tardi qualcuno si renderà conto che sulle insicurezze delle donne si può costruire una fortuna. Lo afferma la storica del costume Madeleine Marsh in un video sul sito di Eldridge, mentre mostra la sua collezione di trucchi e accessori d’epoca. Come la polvere per indossare i guanti di epoca vittoriana: «La donna vittoriana», dice Marsh, «non era in teoria autorizzata a truccarsi. Gli abiti che indossava erano costrittivi. È in periodi come questi che è fiorito il mercato delle creme per la pelle e l’ossessione per le chiome folte». Poco più tardi, nei primi anni del ventesimo secolo, nasce l’industria cosmetica: «Un mercato nuovo», scrive Eldridge, «che crebbe e prosperò nel corso di due guerre mondiali e della grande depressione. Durante la Prima guerra mondiale le donne assaporarono per la prima volta il gusto di guadagnare il proprio denaro, e i cosmetici divennero una sorta di bene di lusso alla portata di tutte».

In quegli anni vennero fuori i marchi Max Factor, Elizabeth Arden, Revlon e Maybelline, e la leggendaria rivalità tra Estée Lauder e Helena Rubinstein. Insieme all’industria fiorì il mercato della pubblicità. Negli anni Trenta l’aggettivo più usato sulle riviste americane era dainty (fine, delicato, grazioso): così si doveva aspirare a essere. Qualche tempo prima era stata introdotta anche la pubblicità negativa, con lo spauracchio dei peli e degli odori: «Tuo marito ti risposerebbe?», recitava uno slogan della Palmolive nel 1921. Perché qualcosa cambi bisognerà aspettare gli anni Sessanta, con  l’arrivo della lattina con i pastelli di Mary Quant, e poi i Settanta, con i colori psichedelici e le ciglia da bambola di Biba. Più che da un’altra epoca, i nuovi trucchi sembravano arrivare da un altro pianeta. Da quel momento in poi, le regole furono scompaginate, ognuno poté iniziare a truccarsi nel modo che preferiva o scegliere di non farlo: «Ci sono giorni», scrive Eldridge, «in cui esco senza truccarmi e il mondo deve accettarmi così come sono». Meglio non darle retta, per uscire di casa così perfettamente non truccate ci vogliono almeno venti prodotti e due ore di preparazione.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica a dicembre 2015

aprile 26, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Mary Shelley e le sue lettere

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Si intitola I miei sogni mi appartengono la raccolta di lettere di Mary Shelley mai pubblicate in Italia in libreria per I pacchetti di Lorma editore (introduzione, traduzione e note biografiche a cura di Marco Federici Solari, pp. 60, 5 euro. Il libro, come gli altri della collana I pacchetti, si può affrancare e spedire per posta). Mary Shelley ha avuto una vita straordinaria. Prima dei ventanni, tra il 1816 e il 1818 (era nata nel 1798) ha scritto il romanzo Frankenstein, mito moderno ormai radicato nellimmaginario collettivo, considerato tra le altre cose come la prima opera di fantascienza della storia e da cui sono state tratte infinite riduzioni per il cinema e il teatro lultima nel 2011 per il National Theatre di Londra, diretta da Danny Boyle e interpretata da Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller, che si alternavano sera dopo sera nei ruoli di Victor Frankenstein e della Creatura.

È leggendario anche il racconto della notte che portò alla nascita del libro. Ne scrisse Mary Shelley nellintroduzione alledizione definitiva di Frankenstein nel 1831: «Nellestate del 1816 visitammo la Svizzera e diventammo amici di Lord Byron» scrive. Mary e il poeta Percy Shelley, sposato, erano partiti da Londra per allontanarsi dai creditori e dallo scandalo della loro storia damore. Viaggiavano con il figlio William di pochi mesi e la sorella acquisita di Mary, Claire Clairmont (che a Londra era stata lamante di Byron e adesso era incinta di lui). «Ma quella si rivelò unestate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni», continua. Mary Shelley non può sapere che si trovano nel mezzo di quello che verrà ricordato come il terribile anno senza estate. La compagnia passava il tempo a leggere racconti gotici dellorrore: «Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi disse Lord Byron; e la sua proposta fu accolta da tutti». Ma se i poeti presenti nella stanza non ne trarranno nulla di compiuto, Mary Shelley e John William Polidori, giovane belloccio e ambizioso che seguiva Byron come medico personale, avranno lidea per due degli archetipi fondanti dellimmaginario horror contemporaneo: da una parte la creatura mostruosa di Frankenstein, dallaltra Il vampiro, scalcinato e ingenuo come può essere un libro scritto in tre giorni, ma che ha dentro il germe di quello che diventerà poi il Dracula di Bram Stoker (1897).

C’è da dire che Byron e i suoi amici erano, per lepoca, la cosa più vicina a delle celebrità come le conosciamo oggi. Byron era oggetto di culto e pettegolezzi nei salotti di tutta lEuropa, riceveva per posta dichiarazioni damore e proposte di matrimonio, e si portava dietro la fama gli aveva dato il commento di Lady Caroline Lamb, una delle sue amanti abbandonate: Mad, bad and dangerous to know (letteralmente, ma non rende: pazzo, cattivo e pericoloso da frequentare). Va ricordato anche solo per togliere la polvere dallidea che può dare il racconto di fatti avvenuti quasi duecento anni fa. Questi ragazzi, un pocome la Marie Antoinette di Sofia Coppola, vivevano a colori e sapevano di farlo. Le lettere di Mary Shelley sono loccasione per infilarsi nelle pieghe di una vicenda nota, e illuminarne dettagli non ancora conosciuti. Ecco cosa scrive Mary da Ginevra il 17 maggio, un mese prima della famosa notte di Villa Diodati: «Durante la canicola meridiana leggiamo libri in latino e in italiano, e al tramonto passeggiamo nel giardino dellalbergo, guardiamo i conigli, soccorriamo i maggiolini caduti in terra e contempliamo i movimenti di miriadi di lucertole che popolano il muro a sud del parco. Come sai, siamo appena scappati dal buio di Londra e dellinverno». In quel momento non sa che il buio e lorrore le stanno dando la caccia. Nel 1817 perderà Clara, la figlia di quasi un anno che muore durante un viaggio verso Venezia. Nel 1819 a Roma muore, dopo aver contratto la malaria, anche il primogenito William. Nonostante il dolore acutissimo, forse Mary è uno di quei casi rari in cui il proprio marito (con Percy si erano sposati a Londra alla fine del 1816) resta in cima ai pensieri damore anche dopo la nascita dei figli. Purtroppo anche il poeta muore. Nel 1822, durante una traversata in barca nel Golfo della Spezia con lamico Edward Williams: «Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità», scrive Mary a unamica italiana nello stesso anno. «Sono stata così felice che non cambierei la mia condizione di vedova di Shelley con quella della donna più agiata del mondo, e sono certa che col tempo ritroverò la pace, e la mia mente e il mio cuore non saranno più preda di unangoscia senza nome». In una lettera successiva alla stessa amica fa un lungo resoconto dei giorni terribili in cui Shelley e Williams erano dispersi. Come scrive Marco Federici Solari: «Si tratta di un piccolo capolavoro narrativo, carico di sogni, presagi e suspense, in cui Mary conferma tutte le sue doti di grande scrittrice gotica e horror, riuscendo a trasformare in accorata e appassionante comunicazione agli altri i materiali incandescenti del suo dolore immenso». Mary non si sposerà più. Tornerà a vivere a Londra con il figlio Percy Florence (nato nel 1919), continuando a scrivere e a curare lopera del marito. Di lei ci resta, oltre a Frankenstein, lidea di un modo di vivere, nuovo per il suo tempo e valido ancora oggi. Come scrive il curatore nellintroduzione a I miei sogni mi appartengono: «La felicità come un dovere, lamicizia come una religione e lesistenza tutta come un esperimento di libertà, coraggio e responsabilità».

aprile 26, 2016. Tag: , , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Oliver Sacks, sull’amore

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Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere molto malato: «Fino a un mese fa mi sentivo in perfetta salute. A ottantuno anni nuoto ancora per un miglio tutti i giorni» racconta. «Ma adesso la fortuna sembra avermi abbandonato». Sacks è inglese, ebreo, ateo. Conclude il suo breve saggio esprimendo gratitudine per avere avuto il tempo di «esistere, come animale pensante, su questo bellissimo pianeta».

Sono passati più di quarant’anni, era il 1973, da quando l’editore inglese Duckworth pubblicò la prima edizione di Risvegli. Nel libro Sacks descrive la propria esperienza con i pazienti post-encefalitici dell’ospedale Mount Carmel nel Bronx, a cui aveva cominciato a somministrare un farmaco sperimentale. Nel 1990 è uscito anche un film tratto da Risvegli, diretto da Penny Marshall e interpretato da Robert de Niro e da Robin Williams, che è il dottor Sacks. Ci eravamo abituati a immaginarlo così: camicia bianca con il taschino gonfio di penne e matite, cravatta, camice stazzonato, barba, occhiali con la montatura metallica, timido e gentile, disponibilissimo con i pazienti ma refrattario a qualunque contatto umano al di fuori dell’ospedale. Dopo aver visto la foto sulla copertina dell’autobiografia On the Move: A life (Knopf), abbiamo dovuto ripensarlo tutto da capo.

La fotografia deve essere della fine degli anni Cinquanta: Sacks è un bellissimo ragazzo a cavallo di una Bmw e indossa una giacca di pelle aderente. Le spalle e i quadricipiti femorali ricordano quelli dei modelli delle riviste beefcake, che ritraevano uomini muscolosi seminudi e che hanno avuto un boom negli Stati Uniti proprio negli anni del dopoguerra. 

Si tratta di un periodo in cui si registra, come scrive lo storico Giovanni Dall’Orto in Tutta un’altra storia (Il Saggiatore): «il picco più alto di isteria omofobica dell’intera storia umana. Negli Usa questo fenomeno portò a proclamare ufficialmente per la prima volta che l’omosessualità era una malattia mentale nel 1952, e nel 1953 l’Executive Order 10450 del presidente Eisenhower stabilì che il puro e semplice fatto d’essere omosessuale, indipendentemente dal fatto d’aver infranto qualche legge, era motivo sufficiente di licenziamento da qualsiasi impiego pubblico». Anche in Gran Bretagna la legge vietava l’omosessualità (basta pensare al caso di Alan Turing, morto suicida nel 1952, dopo essere stato costretto alla scelta tra la prigione e la terapia ormonale). Ecco perché forse fino ad oggi, nelle centinaia di pagine in cui ha accostato il racconto dei casi clinici alle storie della sua vita (come in Zio Tungsteno, Allucinazioni o Su una gamba sola), Sacks non aveva mai accennato al fatto di essere omosessuale.

On the Move sembra scritto quasi per rimediare a questo. Non siamo di fronte, come potrebbe sembrare, alle confessioni di un uomo che si trova al cospetto della morte (anche perché il libro, che non ha certo l’aria di un lavoro finito in quattro e quattr’otto, doveva essere ormai bello e pronto a febbraio, quando Sacks ha scoperto di essere malato).

Al grande neurologo Oliver Sacks, riservatissimo, deve essere venuta voglia di scrivere dell’amore dopo averne sperimentato le magiche profondità domestiche. Nel suo caso, come racconta, è accaduto solo pochi anni fa, quando ha incontrato lo scrittore Billy Hayes, con cui vive da allora e a cui il libro è dedicato. In quel periodo Sacks aveva settantasette anni, era costretto a scrivere restando in piedi per via di una sciatica dolorosissima e ostinata. Gli avevano sostituito il ginocchio destro con una protesi artificiale. Si nutriva da anni di cereali e sardine, mangiate direttamente dalla lattina. Aveva l’impressione di essersi tenuto sempre «a una certa distanza dalla vita. Ma tutto è cambiato quando Billy e io ci siamo innamorati».

In On the Move usa come epigrafe una frase di Kierkegaard che dice più o meno così: «La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro». E leggendo della sua vita, non si può fare a meno di notare come, nel corso degli anni, abbia incarnato i diversi sottotipi iconici della cultura gaia: da ragazzo è stato il motociclista vestito di pelle, poi il culturista (nei primi anni Sessanta, a Venice Beach in California, detta anche Muscle beach), poi il bear (rotondetto e peloso come un orso), e infine il daddy (il fidanzato Billy ha una trentina d’anni di meno). Probabilmente senza farlo apposta. La parola gay, in senso di omosessuale, Sacks l’ha sentita pronunciare per la prima volta solo nel 1956, ad Amsterdam.

Da ragazzino si eccitava alla vista di una statua di Lacoonte in cima alle scale della scuola media, ma i suoi pensieri erano presi soprattutto dalla chimica inorganica e non si faceva tante domande. I suoi amici sapevano e non gli interessava, semplicemente avevano smesso di invitarlo alle festicciole organizzate per pomiciare con le ragazze.

A diciotto anni Sacks vince una borsa di studio per andare a Oxford, ma è ancora indeciso tra lo studio della biologia marina o della medicina. Il padre lo prende da parte e gli chiede se ha una ragazza. Oliver risponde di no. Il padre gli chiede allora se per caso è omosessuale. Lui risponde di sì, ma che la madre non deve saperlo. Le cose non vanno così. La mattina dopo Sacks vede sua madre infuriata come non l’aveva mai vista: lo chiama «abominio», gli dice che preferirebbe non fosse mai nato. Non gli rivolge la parola per tre giorni. Poi torna a comportarsi normalmente, senza più fare cenno all’accaduto. La famiglia di Sacks è, per molti versi, evoluta: sua madre viene da una famiglia in cui anche le figlie vengono mandate all’Università. Muriel Elsie Landau è una delle prime chirurghe di Londra. Ma è pur sempre, scrive Sacks nel libro, una donna nata nell’Ottocento, educata come ebrea ortodossa e cresciuta leggendo la Bibbia: «La morte di mia madre», scrive Sacks, «è stato il più grande dolore della mia vita». Anche se le sue parole, aggiunge, lo hanno perseguitato per moltissimo tempo, inquinando con senso di colpa e inibizioni una vita sessuale che avrebbe dovuto essere libera e gioiosa.

Sacks si innamora per la prima volta quando incontra il poeta Richard Selig a Oxford, nel 1953. Selig ha ventiquattro anni, Sacks ne ha venti e perde la testa: «Amavo il suo viso, il suo corpo, la sua mente, le sue poesie, tutto». Quando lo dice a Selig, questi gli risponde che aveva capito, che gli vuole molto bene, ma non lo ricambia. Dopo poco tempo Selig chiede all’amico Sacks di dare un’occhiata a una ghiandola che gli da fastidio. È un linfoma, Sacks lo capisce al volo. Non si vedranno più: Selig si sposa con l’arpista irlandese Mary O’Hara, si trasferisce con lei a New York e muore pochi mesi dopo.

Due anni dopo Sacks è ancora vergine. Ha passato l’estate a spaccare legna in un kibbutz in Israele. Al ritorno è come se si accorgesse per la prima volta di avere un corpo: ha ventidue anni, è dimagrito, bello e non è mai stato toccato da nessuno. Va ad Amsterdam, dove l’omosessualità è più libera. Ma comunque ha bisogno di vincere la timidezza ubriacandosi fino a svenire. La mattina si sveglia nel letto di un ragazzo sconosciuto, che gli porge una tazza di caffè e gli racconta che hanno fatto l’amore. La sola cosa sbagliata e pericolosa, gli dice il ragazzo, è aver bevuto così tanti superalcolici. Passa ancora del tempo. Sacks si è laureato e fa il tirocinio in un ospedale di Londra. L’ospedale è a pochi passi da Soho e dalla famosa Old Compton Street (ancora oggi sede di molti bar gay della città). Qui, in una vetrina, legge un annuncio velatissimo: motociclista cerca compagno per andare in giro durante il fine settimana. È così che inizia la relazione con Bud: a letto insieme il sabato pomeriggio e in motocicletta nella campagna inglese la domenica mattina. Ma poi Sacks decide di partire per il Canada per specializzarsi in neurologia. Come spiega in On the move, a Londra era più difficile fare carriera. C’erano già troppi medici, e soprattutto troppi che di cognome si chiamavano Sacks.

Dal Canada il giovane Oliver si sposta a a San Francisco, una città di cui ha sognato per anni. Lavora in nero in ospedale (il suo talento viene subito riconosciuto, ma non possono assumerlo perché non ha ancora la green card) e ha qualche altra relazione occasionale. A 32 anni, durante un periodaccio in cui abusa di anfetamine, vive una storia con un certo Karl. Poi, per più di tre decenni, pratica la castità. È in questo arco di tempo che inizia ad assomigliare al dottor Sacks dell’iconografia ufficiale, il Sacks reso famoso da Robin Williams.

Su Vanity Fair Usa un suo vecchio amico, Lawrence Weschler, racconta di come abbia tentato di scrivere, negli anni tra la pubblicazione di Risvegli e di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), una biografia di Sacks: «A quell’epoca viveva in un appartamentino a New York. Usciva praticamente solo per andare negli ospedali in cui lavorava, non aveva molti amici ed era quasi sempre libero per i pranzi e le uscite che costituirono l’inizio della nostra amicizia». Weschler aveva riempito interi taccuini di appunti. Da questi viene fuori il dramma di una vita vissuta quasi tutta sotto copertura, insieme con il gusto per la boutade, che non manca mai: «Il mio analista», gli confessa una volta Sacks, «dice che non ha mai incontrato nessuno meno toccato dal movimento di liberazione dei gay. È come se me ne restassi chiuso in cella, mentre si scatenano le danze ai cancelli della prigione».

Se c’è una cosa che attraversa tutta la sua scrittura negli anni è forse la capacità di descrivere anche il benessere, l’equilibrio, lo stato che in biologia è definito omeostasi. Sacks ne parla anche in un lungo articolo del 23 aprile, sulla New York Review of Books, in cui descrive un fastidioso intervento per tenere a bada la malattia. Il suo medico lo ha avvisato che i postumi sono dolorosi. Ma poi, dopo dieci giorni, comincia a sentirsi meglio: «Mi sono ritrovato all’improvviso pieno di energia fisica e creativa così potenti da sfociare quasi nell’ipomania. Ho cominciato a camminare su e giù per il corridoio del mio appartamento, mentre pensieri esuberanti mi attraversavano la mente».  Chissà, è improbabile, se Oliver Sacks ha mai visto una puntata Il trono di spade. Magari proprio quella in cui un maestro d’armi addestra una ragazzina al combattimento, e le spiega che «c’è solo una cosa che possiamo dire alla morte: non oggi». 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 26 giugno 2015

luglio 5, 2015. Uncategorized. Lascia un commento.

Ouarzazate, Marocco: il set nel deserto.

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A guardia delle antiche mura di Gerusalemme c’è un uomo con un cagnolino bianco male in arnese che abbaia alla polvere sollevata dalle ruote del nostro fuoristrada. Non siamo in Israele ma nel Sudest del Marocco, nel deserto nei pressi di Ouarzazate, pendici dell’Atlante dal lato opposto di Marrakech. È il confine del Sahara, tutto intorno è terra che scintilla di riflessi rossi sotto il sole e, a marzo, l’aria fresca porta con sé atomi di ossigeno grandi il triplo di quelli cittadini. La parte più nuova della città è fatta di costruzioni a due piani, tutte uguali e leziose: se ci si dimentica per un attimo di essere in Africa viene in mente Santa Teresa di Gallura, e dietro ogni curva ci si stupisce di non trovare il mare. Ma l’orizzonte lo segnano le montagne, con le cime bianche di neve semi nascoste tra le nuvole. Lungo la strada principale di Ouarzazate le rotatorie sono decorate con brutte sculture dedicate al cinema, come un grosso ciak o un mega rotolone di pellicola di plastica argentata. Non è strano, perché l’economia di questa città, costruita dai francesi nel primo Novecento, gira intorno alle produzioni internazionali che negli anni l’hanno scelta come location, per riprodurre la  Palestina, l’Arizona, l’Antica Grecia, l’Afghanistan, la Persia e, qualche volta pure l’Africa del nord. Nel tempo c’è l’ha rinominata, facendo il verso alla mecca del cinema di Los Angeles, Ouarzawood.

La Gerusalemme di vetroresina si trova appena fuori dalla periferia di Ouarzazate, lungo la Route de Marrakech (nome curioso, dato che per arrivare a Marrakech da qui bisogna scavalcare la montagna, che in macchina significa quasi quattro ore di tornanti). È nella parte più remota della piana di sassi all’interno degli Atlas Corporation Studios, fondati nel 1983 da un imprenditore marocchino che aveva fiutato l’affare. Subito dietro i cancelli c’è la riproduzione in plastica di un bimotore, l’aereo di Michael Douglas nel Gioiello del Nilo (1985). E poi catapulte, torrette, il relitto rovesciato di una nave antica. E una Ferrari, che da vicino è un blocco compatto di plastica rossa. Come una gomma enorme, masticata e sputata infinite volte dal vento del Sahara nel corso degli anni. Questa Gerusalemme è in piedi dal 2005, costruita per Le crociate di Ridley Scott. Resiste abbastanza bene. Qualche tempo fa davanti a una delle sue porte e nei vicoli sono state girate alcune scene della terza serie del Trono di Spade (2013) e una mini-serie di National Geographic non ancora andata in onda, Killing Jesus. A poche centinaia di metri sorge un tempio egizio, set, tra le altre cose, di Asterix e Obelix – Missione Cleopatra (2002), pieno di colonne e porte dipinte con i geroglifici. E poi il palazzo tibetano del Dalai Lama, progettato da Dante Ferretti per il film Kundun di Martin Scorsese (1997). Dentro ci sono ancora, intatti, la sala del trono, i tavoli con sopra gli oggetti di scena e varie statue di Buddha: «Tutto finto, tutto finto», ripete Mohammed, un giovane studente di sociologia che ci fa da guida, battendo sui muri con le nocche.

Dante Ferretti era stato qui già nel 1967, per lavorare all’Edipo Re di Pasolini: «Silvana Mangano per il terrore di incontrare scorpioni e serpenti stava per rifiutare il film», mi ha raccontato durante una cena il regista e produttore Souehil Ben Barka, settantatreenne originario del Mali e pioniere del cinema marocchino che, a Roma negli anni Sessanta per studiare ingegneria, è restato folgorato da un set di Fellini in via Nazionale, lasciando tutto per diplomarsi al Centro Sperimentale. «Quando mi hanno presentato Federico Fellini ero emozionatissimo», dice Ben Barka, «ma lui mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto bravo, bravo, si è girato e se ne è andato». Undici anni prima di Pasolini a Ouarzazate era arrivato Hitchcock per L’uomo che sapeva troppo (1956) e poi David Lean con Lawrence D’Arabia (1962). Più tardi, nel 1975, John Houston ha girato qui L’uomo che volle farsi re, con Sean Connery, mentre Martin Scorsese ci è venuto per la prima volta nel 1988 per L’ultima tentazione di Cristo. Fa un certo effetto il contrasto tra il paesaggio senza tempo del deserto e i set cinematografici che, inevitabilmente, un minuto dopo la fine delle riprese invecchiano di colpo, trasformandosi in residui di archeologia post-moderna: «Ho passato un paio d’anni a documentare con foto e video le rovine dei set cinematografici», dice l’artista e regista Ra Di Martino, romana che ha studiato a Londra (dove ha vissuto per molti anni, prima di passarne qualcuno a New York e trasferirsi poi a Torino), autrice del film di otto minuti Copies Récentes de paysages anciens / Petite Histoire des plateaux abbandonnès, da cui sono tratte le immagini di queste pagine, che sono state esposte, tra le altre cose, alla Tate di Londra. «Ho cominciato dal deserto tunisino dove in una zona raggiungibile solo con il quad ho trovato i resti quasi sepolti da una duna di quella che era la prima casetta di Luke Skywalker in Star Wars, Una nuova speranza del 1977. Mi ha colpito come quelle rovine rappresentassero il futuro, ma come ce lo eravamo immaginato nel passato». Il viaggio è continuato in Marocco: «Su una delle strade che da Ouarzazate portano nel deserto c’è una stazione di benzina anni Cinquanta. È stata costruita per il remake dell’horror Le colline hanno gli occhi (2006) di Wes Craven del 1977, ambientato in New Mexico. Ora ci vive un senzatetto con il suo cane». La stazione fantasma è al centro del film della Di Martino, ma ci sono anche due bambini, che recitano, tra le rovine dei set, battute da Lawrence D’Arabia, Kundun e Le colline hanno gli occhi: «È un po’ come se quelle battute fossero sempre nell’aria» dice la regista. «I bambini li ho trovati per caso, sono allievi di una piccola scuola di recitazione di Skoura, una kasbah nei paraggi. L’uomo che suona il flauto è il loro insegnante». Di Martino è appena tornata da Marrakech: «Ho fatto un casting di piscine. Sto per realizzare il mio primo lungometraggio, remake di Il Nuotatore, film del 1968 con Burt Lancaster, tratto dal racconto di Cheever». Il protagonista sarà Filippo Timi, con cui la regista collabora da sempre (e che ha cantato, in un’epica scena del mediometraggio The show Mas go on (2014), una versione riscritta di Perfect Day di Lou Reed immerso fino al collo nella pila di mutandoni del grande magazzino romano). Marrakesch è molto diversa da Ouarzazate: «Vorrei riambientare la storia nel milieu dei ricchi espatriati che vivono lì. Sono soprattutto russi e francesi, costruiscono senza sosta. Come ha detto un’amica che vive qui: se non ci fosse di mezzo l’Atlante ci troveremmo con un’unica distesa di piscine e campi da golf da Marrakesh fino al Sahara». 

Questo reportage è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 3 aprile 2015

aprile 5, 2015. Tag: , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

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