Irvine Welsh, Trainspotting e le gemelle siamesi.

Schermata 2014-08-03 alle 19.17.12

Sembra impossibile che sia lo stesso uomo che prendeva un personaggio di Trainspotting e lo faceva immergere nella latrina del peggior bagno pubblico della Scozia a ripescare due supposte di morfina ad affermare oggi: «Quello che più amo è andare in giro per musei, ammirare i paesaggi, fare sport la mattina presto».

Eppure dice proprio così Irvine Welsh, al telefono dagli Stati Uniti, dove vive da cinque anni con la moglie americana Elizabeth, dividendosi tra Chicago e Miami.

Ed è nel quartiere di South Beach a Miami che Welsh ha ambientato il suo nono romanzo, La vita sessuale delle gemelle siamesi (Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola, pp. 450, euro 18,50): «Un pomeriggio ero in palestra», racconta Welsh, «quando ho notato questa donna, abbastanza sovrappeso, che si allenava con una personal trainer. A un certo punto la trainer ha cominciato a urlarle in faccia e lei si è messa a piangere. Ho pensato: “Sta perfino pagando per questo trattamento”. Così è nata l’idea per il libro».

Voce narrante della storia è Lucy Brennan, allenatrice bisessuale con una preferenza per le donne; ossessionata da dieta e arti marziali; degna nipotina dei personaggi di Trainspotting per la capacità di colpire più bersagli con una sola frase: «I pochi maschi in questa palestra sembrano di quelli che avevano già elaborato un piano per entrare nel loro liceo con il mitra e seccare tutti, ma sul più bello se la son fatta sotto», dice a un certo punto.

E poi: «La gente è talmente impaurita, rincoglionita e influenzabile che se si sente stimolata cambia canale, passando a un mondo di inutili parassite come Paris o le Kardashian, perché quelle hanno i soldi. Vogliono o immaginarsi in quella cerchia, o semplicemente guardarle mentre si fanno scopare».

Lucy diventa una celebrità dei notiziari televisivi locali la notte in cui Lena, artista grassa e triste, la riprende con il telefonino mentre sventa un omicidio. Lena chiede a Lucy di aiutarla a dimagrire, innescando una serie di conseguenze che porteranno le due ragazze molto lontano.

L’evoluzione del loro rapporto diventa inoltre l’occasione per raccontare una società completamente diversa da quella delle case popolari di Edimburgo, da cui Welsh è partito: «Per me la vita qui ha ancora un sapore esotico, non mi sono del tutto abituato» dice lo scrittore. «A volte mi chiedo cosa sia più strano, se l’abitudine scozzese di sedersi al pub a bere birra fino a stramazzare, o la mania di un certo tipo di americani per il salutismo. Ma la vera grande differenza con l’Europa è che qui tutto sembra dover passare attraverso il consumo. Diventi grasso perché consumi troppo cibo, e per risolvere la cosa non è che mangi di meno. Inizi invece a consumare altre cose, come abbonamenti in palestra, cibi speciali, attrezzature per l’allenamento».

Può sembrare una visione forse semplicistica delle cose, ma in fondo, come fa dire Irvine Welsh alla sua Lucy: « Nel mio lavoro si impara a rispettare i cliché e gli stereotipi: raramente ti raccontano palle».

Certo è strano trovarsi a parlare di palestre e tè verde con uno scrittore che, secondo la leggenda, ha passato gli anni Novanta immerso in una nebbia alcolica e stupefacente.

Vale la pena riportare il racconto del giornalista Craig McLean, che lo frequentava in quel periodo: «L’ultima volta che sono uscito con Irvine Welsh a Edimburgo», scrive, «ha cercato di baciare la mia ragazza sul taxi, davanti ai miei occhi. Poi ha cercato di fare lo stesso con Damon Albarn. E alla fine ho dovuto pagare io la corsa».

Stiamo parlando di anni in cui Londra era il centro di tutto: Kate Moss, i Blur, gli Oasis, The Face, ID, Nick Hornby, Glen Luchford, e poi l’universo underground della scena rave e techno, l’heroin chic, l’MDMA, che allora si chiamava Ecstasy: «Quei tempi mi mancano», ammette lo scrittore, «Adoravo ubriacarmi, drogarmi e fare casino. Oggi, alla terza birra mi viene sonno».

Trainspotting, uscito nel 1993, è stato definito da qualcuno come «la voce del punk diventato grande, saggio ed eloquente», e ha venduto tante di quelle copie nel mondo da aver tolto ogni preoccupazione economica al suo autore per la vita. Per non dire del film, diretto da Danny Boyle nel 1996 e presentato fuori concorso al Festival di Cannes, che ha lanciato una generazione di attori (come Ewan McGregor e Robert Carlyle) ed è considerato il miglior film scozzese di tutti i tempi: «Che posso dire», commenta Welsh, «qualsiasi scrittore sogna il successo, scrive per vendere i propri libri. Se lo negassi sarei un bugiardo».

Certo, quando un’opera prima diventa subito così di culto, le cose si fanno difficili. Irvine Welsh ormai deve essersi rassegnato a sentirsi dire che certo, il libro nuovo non è male, ma vuoi mettere.

Di Trainspotting ha scritto un prequel, Skagboys (2012) e molto prima un sequel, Porno (2002), da cui forse si farà un film, sempre con la regia di Danny Boyle.

Per essere uno che è partito trasformando in romanzo parti di un diario che non parlavano di molto altro che della propria vita e dei suoi amici, Irvine Welsh di strada ne ha fatta. Tanta da arrivare a mettersi, da scozzese di mezza età, nella testa e nel corpo di una trentenne lesbica americana: «Non ho dovuto sforzarmi molto per entrare nei panni di una donna», dice, «mi è semplicemente venuto in mente il personaggio e il suo modo di parlare». E l’insistenza sulle scene di sesso? «Il sesso mi serviva per sottolineare la profondità della relazione tra Lucy e Lena, la forza del loro legame. È per questo che sono le gemelle siamesi, personaggi che restano sullo sfondo, a dare il titolo al libro».

E tutte quelle conoscenze in termini di stili di allenamento, ginnastica cardio, isometrica, squat e addominali vari? «Un tempo per documentarmi per un libro andavo in giro per bar e locali notturni», racconta Welsh, «questa volta ho parlato con gli allenatori di un fitness club. Lo so che sembra strano, ma sono sempre stato un gym-rat, un “topo da palestra”. La differenza è che una volta ci andavo a smaltire i postumi delle serate».

Tanto per restare nel tema, un po’ deprimente ma inevitabile, di come è passato il tempo, di come siamo invecchiati eccetera, gli facciamo notare che i bambini nati all’epoca di Trainspotting hanno ormai raggiunto l’età per leggere il libro e guardare il film: «Sono sempre di più i ragazzi», dice, «magari figli di amici, che mi dicono che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti. Eppure quando ho scritto Trainspotting lo pensavo così racchiuso dentro un’epoca che non ero certo che avrebbe retto alla prova del tempo».

Se è per questo, è ancora più strano che il suo autore abbia retto alla prova del tempo.

Avrebbe potuto fare come tutti quelli che si bruciano in fretta, lasciando dietro di sé un disco, un libro, una memorabile interpretazione in un film. E a proposito di film, viene in mente Una vita al massimo, diretto nel 1993 da Tony Scott. Parafrasando il motto del protagonista si potrebbe dire: «Vivi al massimo, muori vecchio e lascia di te un bel cadavere».

In questo caso, Irvine Welsh ha capito tutto.

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 4 luglio 2014

agosto 3, 2014. Uncategorized. Lascia un commento.