James and The Canyons

Ci sono genitori a cui puoi raccontare che fai il porno, ma guai se ti beccano a fumare una sigaretta.

Come nel caso di James Deen: «Agli inizi della mia carriera sono andato a chiedere l’approvazione a casa» racconta, «ma non ho mai potuto dire che fumavo. Ancora oggi mi nascondo come se avessi tredici anni, e questo mi fa capire che fumare non è una buona idea». E pensare che il suo nome d’arte viene proprio dal soprannome che gli avevano dato gli amici al liceo, quando si atteggiava a fumare come James Dean.

Deen è un ventiseienne di Pasadena, California, che oggi vive a Los Angeles. Lavora da quando aveva diciotto anni e ha partecipato a più di quattromila film. Si distingue, nell’industria, per l’aspetto da bravo ragazzo e lo stile. Il suo marchio di fabbrica sono le parole che sussurra all’orecchio della partner di turno, mentre in altre zone del corpo succede di tutto. Deen è noto anche perché, soprattutto in America, è amato dalle teen-agers, proprio come Ryan Goslyn o Justin Bieber. Se Bieber ha le beliebers, Deen le deenagers (come amano definirsi le sue fan in rete). Sono state proprio loro a raccogliere gli indizi che Deen seminava sul suo blog a proposito della relazione con la meravigliosa Stoya, una  Kate Moss del porno che scrive recensioni di libri, veste Comme des Garçons e si esibisce in acrobazie aeree.

Questo è un periodo d’oro per Deen. Se ne parla come del possibile interprete di Christian Grey nel primo film tratto dalla trilogia 50 sfumature di E.L. James. Molto è dovuto allo scrittore Bret Easton Ellis, che da gennaio aveva cominciato a esaltare il magnetismo e la modernità del personaggio Deen su twitter. Non erano solo chiacchiere. Ellis lo ha infatti voluto come protagonista nel film indipendente The Canyons, insieme con l’attrice Lindsay Lohan.

The Canyons,tratto da un soggetto originale di Ellis, è diretto da Paul Schrader, sceneggiatore di Taxi Driver e Toro Scatenato e regista, tra le altre cose, di American Gigolò (1980). Definito dagli autori come un «L.A. noir contemporaneo», il film è costato meno di trecentomila dollari. È stato girato questa estate tra Los Angeles e il Canada, in ville prestate da amici e in bar e centri commerciali, ed ora è in post-produzione. La trama è segreta, infatti il trailer che si trova in rete è un montaggio di inquadrature della città . Ma ci sono su youtube dei provini inviati da attori per partecipare al casting. Dalle battute si capisce che la storia si svolge nel mondo del cinema, tra tradimenti e ricatti sessuali. Qualcosa di molto simile all’ultimo romanzo di Ellis, Imperial Bedrooms, anche se lì i protagonisti stanno invecchiando, mentre nel film sono tutti poco più che ventenni.

Come hai iniziato la carriera nel porno?

Sono sempre stato un esibizionista. Al liceo mi divertivo a fare sesso in pubblico alle feste. Quando ho cercato di farmi strada nell’industria del porno mi hanno detto che il mio fisico snello e l’aria da ragazzino non erano adatti, ma in poco tempo sono diventato uno dei performer più richiesti. Il segreto sta nell’avere una vera passione per il sesso.

The Canyons è il primo film mainstream in cui hai lavorato, è stato difficile?

Recitare in The Canyons è stato come lavorare in un qualsiasi film per adulti con un buon budget. All’inizio ero preoccupato, temevo che sarebbe stato molto diverso, ma è stato facile. Forse è stato addirittura più facile che con il porno.

C’è molta differenza tra porno e mainstream?

Credo che quasi tutto sia porno, di tipi diversi che si equivalgono. Prendi il wrestling: drammaturgia poco sofisticata e palesemente falsa, e molta azione fisica. O la maggior parte dei film in circolazione: storie da quattro soldi e un sacco di esplosioni, che stimolano reazioni chimiche nel cervello. Il porno è solo una forma di intrattenimento molto mirato.

Pensi di smettere di fare film per adulti?

Non vorrei mai trovarmi nella situazione di dover scegliere. Sognavo di fare questo lavoro da quando ero in prima elementare. Andando a scuola avevo trovato un giornale per terra, era Playboy, o forse Hustler. È stata un’illuminazione. Poi in terza sono stato mandato dal preside, perché quando la maestra ha chiesto cosa volevamo fare da grandi io ho risposto “il porno”. Credeva che volessi fare lo spiritoso, ma ero serio.

Hai dichiarato che lavori sempre, anche i fine settimana. Non ti manca avere del tempo libero?

Mi piace talmente tanto il lavoro che per me non è un problema farlo ogni giorno. Nei rari momenti liberi che ho di solito mi annoio e guardo la tv.

Su internet circola una tua intervista, di quando avevi diciannove anni, in cui dici: «Lavoro nel porno per fare i soldi, non mi interessa diventare famoso». La pensi ancora così?

Sì, ma adesso lo direi in modo diverso. Quando guardo quell’intervista vorrei poter tornare indietro nel tempo per prendermi a pugni in faccia. Credo ancora in tutte le cose che dicevo allora, ma non ero abbastanza maturo per esprimermi come si deve. Non ho mai voluto essere famoso. Ho iniziato a fare l’attore porno per divertirmi, non per acquistare notorietà. E poi non credo che diventerò mai così famoso. Sono il tipo di persona che se incontra dei fan ci fa amicizia e dopo cinque minuti si ritrova al bar a bere una birra e a scherzare con loro.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 28 settembre 2012

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bo

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Ogni cosa è da lei illuminata

Androginia, freschezza adolescenziale, coraggio, libertà sessuale, ricchezza, vita sregolata, demoni interiori, morte prematura. Gli ingredienti per fare della svizzera Annemarie Schwarzenbach (Zurigo 1908 – Sils in Engadina 1942) un personaggio di culto ci sono tutti.

Eppure c’è anche qualcos’altro, qualcosa che lega la precoce predisposizione di Schwarzenbach per la scrittura con l’affermazione, non comune ai suoi tempi, della certezza di volere (potere?) amare solo le donne.

È uscito questa estate, per la collana Le Silerchie de Il Saggiatore, uno scritto inedito, intitolato in italiano Ogni cosa è da lei illuminata. Si tratta di un manoscritto di sessanta pagine che si trovava nell’Archivio svizzero di letteratura di Berna, catalogato con la dicitura «Frammento senza titolo». Il libro è stato ritrovato nel 2007 dal pronipote Alexis, storico e biografo della famiglia, che ne ha curato la pubblicazione ricopiando tutte le pagine, che erano numerate in modo sbagliato, e riordinandole secondo un criterio di contenuti. Tra i libri già pubblicati di Annemarie (per lungo tempo dimenticata e riscoperta solo verso la fine degli anni Ottanta) ci sono soprattutto racconti di viaggio. Terza figlia di una ricchissima famiglia di produttori di seta dalle simpatie naziste, era stata educata a casa in una villa sul lago di Zurigo fino alla tarda adolescenza. I suoi amici di sempre erano Klaus ed Erika Mann, i figli del grande scrittore. Klaus Mann descrive l’aspetto dell’amica riportando una battuta di suo padre: «Quando cenò con noi per la prima volta a Monaco – racconta – il Mago (così i figli chiamavano Thomas Mann) la guardava con la coda dell’occhio con un misto di ansia e piacere, e a un certo punto le disse che era curioso il fatto che, se fosse stata un ragazzo, si sarebbe potuto dire che era di straordinaria bellezza».

Erika Mann fu per tutta la vita il grande amore di Annemarie, che era di idee politiche molto diverse da quelle della sua famiglia e molto inquieta. La sua passione erano i lunghi viaggi, soprattutto in Oriente, che documentava con scritti e fotografie. Nel 1933 è in Siria e in Iraq, e nel 1935 sposa, forse per volere della famiglia, un diplomatico francese a Teheran. Ovunque vada le donne cadono ai suoi piedi, ma Schwarzenbach è perseguitata da un’infelicità che la conduce alla dipendenza dalla morfina. Più volte ricoverata in clinica, non riesce mai a guarire del tutto. Nel 1942 un trauma cranico per una caduta dalla bicicletta viene scambiato dai medici per schizofrenia, causandone la morte.

Ogni cosa è da lei illuminata svela più cose del carattere della sua autrice di tutte le opere conosciute. Innanzitutto, come racconta il curatore nella postfazione, porta sul frontespizio la data 24 dicembre 1929. A quell’epoca Annemarie aveva appena ventun’anni. Nel racconto, che probabilmente scrive di getto durante quel Natale, illustra la passione per una donna intravista nell’ascensore di un albergo a St.Moritz: «Vedere una donna: solo per un secondo, – sono le prime parole che annota – solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell’oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire”. Da qui la storia va avanti descrivendo da una parte la passione dell’autrice per Ena Bernstein, dall’altra rappresentando la dichiarazione, fiera e romantica, della propria omosessualità: «Così, ogni minuto della mia giornata acquisiva uno splendore senza eguali, respiravo, felice, l’aria pura e chiara del mattino, attendevo, fremente, l’apparizione del sole che sorgeva al di sopra delle cime e si spandeva con prodigalità sul biancore dei campi di neve».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero venerdì 31 agosto 2012

 

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