Il tempo è un bastardo

Jennifer Egan aveva già scritto quattro romanzi, entrati nelle classifiche americane, ma di lei si è cominciato a parlare davvero nel marzo del 2011, quando con Il tempo è un bastardo ha soffiato il National Book Critics Circle Award a Libertà di Jonathan Franzen. Non sarebbe un evento degno di nota, tranne per il fatto che molti siti e riviste letterarie, riportando la notizia della vittoria della Egan, avevano pubblicato la foto di Franzen e non la sua. Le femministe e i lettori tutti erano insorti, ridando vita alla polemica che vuole gli scrittori maschi presi in considerazione più delle scrittrici femmine. L’autrice aveva dichiarato, in un’intervista di qualche tempo fa: «Se Libertà fosse stato scritto da Johanna Franzen non so se sarebbe finito sulla copertina di Time». E poi: «Il problema è che le lettrici donne leggono i libri degli scrittori uomini, mentre gli uomini raramente leggono noi scrittrici». Poco dopo, ad aprile, è arrivato il Pulitzer per la narrativa, mettendo tutto a tacere. Il tempo è un bastardo, che esce in Italia tradotto da Matteo Colombo per Minimum Fax, è un romanzo nel quale pare di sentire l’eco di altri libri. Completamente diverso dai precedenti lavori di Jennifer Egan, sembra voler fare due chiacchiere con i libri scritti da David Foster Wallace e Jonathan Franzen. Non è chiaro se l’autrice voglia omaggiarli, prenderli in giro, o tutte due le cose. Di certo riesce a mettere insieme le ossessioni di entrambi: la frammentazione del pensiero dovuta ai mille canali televisivi, internet e You Tube per David Foster Wallace, e il doloroso imbarazzo, la segreta vergogna che Franzen ci costringe a provare con i suoi personaggi, incarnata dal pezzo di salmone che unge la camicia di Chip nelle Correzioni. Non a caso Il tempo è un bastardo è stato definito dal Washington Post: «La ricompensa che ci spetta per essere sopravvissuti a tutti i giochetti autoreferenziali e alle trappole ironiche del postmodernismo», e dalla New York Review of Books come: «Una commovente saga umanistica, un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno». Jennifer Egan ha raccontato che l’idea per il libro le è venuta dalla lettura della Recherche di Proust, e dalla serie televisiva I Sopranos. Un accostamento che sembra azzardato. Già che ci siamo è possibile metterci dentro anche Pulp Fiction di Quentin Tarantino, con i suoi salti temporali e la continua attesa di qualcosa di non molto piacevole che inevitabilmente accadrà. La struttura del libro è simile a quella di Pulp Fiction, perché è composto di una serie di capitoli scritti ognuno come un racconto a sé, con il punto di vista che cambia a seconda del personaggio messo a fuoco in quel momento. Un racconto epico che copre un arco temporale di cinquant’anni tra San Francisco e New York, dalla fine degli anni Settanta fino a un futuro prossimo, raccontando le vite di personaggi che ruotano intorno all’industria musicale americana. C’è Lou, produttore di mezza età che sniffa cocaina e seduce ragazzine in età da liceo, e che diviene il mentore del musicista Bennie Salazar, bassista del gruppo punk Flaming Dildos. C’è Bennie vent’anni dopo, che è diventato produttore a sua volta, ha rovinato il proprio matrimonio e spende una fortuna in scaglie d’oro da versare nel caffè, investendo in cantanti fallimentari e post-modernamente pensando: «Il problema era la digitalizzazione, che succhiava via la vita da qualunque cosa filtrasse attraverso le sue maglie microscopiche. Film, fotografia, musica: morti. Un olocausto estetico». C’è Sasha, la sua assistente, che risolve tutti i problemi di Bennie, ma non riesce a curare la propria cleptomania. E poi c’è Scotty, ex-chitarrista del gruppo, che tra i ragazzi era il più promettente e adesso vive di sussidi sociali e passa le mattinate a pescare nell’Hudson, presentandosi nell’ufficio di Bennie con un grosso pesce sanguinolento per posarlo sulla sua scrivania nera, così lussuosa e lucida che «sembrava un oggetto privo di attrito, dava l’idea che facendoci scivolare una moneta questa sarebbe arrivata dall’altra parte e sarebbe caduta giù». In questo fluire di storie, tra prima, seconda e terza persona, quello che sembra non cambiare è il punto di vista del tempo: indifferente, sadico e capriccioso come gli dei dell’Olimpo nei racconti della mitologia greca, forte del fatto che sarà sempre sua l’ultima parola. Viene in mente una frase contenuta nel libro Vite che non sono la mia (Einaudi) di Emmanuel Carrère: «Se sapessimo quello che ci aspetta, non oseremmo mai essere felici». Se lì la forza cieca che portava via tutto era quella dello tsunami in Thailandia, qui sono le piccole tempeste che agitano le vite dei protagonisti, cose come l’impossibilità di non fare del male a se stessi e agli altri, i desideri che non si avverano, i padri che sono troppo egoisti e preoccupati delle proprie erezioni per prendersi cura dei figli. Il tempo non è mai gentile, con nessuno di loro. Chi pronuncia la battuta che dà il titolo italiano al libro è Bosco, che da scatenato cantante punk degli anni Ottanta è diventato obeso, malato e dipendente dai farmaci. Abita in un appartamento con le tende pesanti sempre tirate. Bosco sa che il tempo è un bastardo, e tutto ciò che desidera è diventare il protagonista di un reality show che documenti la propria morte, come un Elvis Presley senza più pudore. Ma potremo solo immaginarlo. Jennifer Egan, su questo, è della vecchia scuola: la scuola di Flaubert che sapeva bene, meglio di chiunque altro e molto tempo prima che ne avessero inventata una, quale era il momento giusto per spegnere la telecamera.

 

(Attenzione, spoiler: Ci tenevo a dire che Bosco non morirà in diretta, ma si comprerà una fattoria e si metterà a allevare mucche. E anche Sasha, sarà felice).

Questo articolo è uscito per Il Messaggero il 16 novembre 2011

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