Io sono vivo, voi siete morti

 

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Dato che parliamo di uomini che di crisi mistiche se ne sono fatte venire eccome, possiamo dire che per Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti, il libro su Philip Dick da poco ripubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza di Lella, pp. 351, euro 19,00) potrebbe aver rappresentato una specie di rito iniziatico, una porta magica oltre la quale ha trovato la voce che gli ha permesso di scrivere La settimana bianca, l’ultimo lavoro di pura fiction, e passare poi a L’avversario e a tutti i libri successivi: «A circa trent’anni avevo scritto un paio di romanzi ma mi sentivo finito», racconta Carrère al telefono da Parigi, dove è appena tornato dopo un viaggio in Giappone. «Non avevo idee per un nuovo libro, né il desiderio di scriverlo. Il mio agente mi ha detto: se non riesci a scrivere, una biografia può essere un’idea da prendere in considerazione. Potrebbe aiutarti a superare il blocco, e in ogni caso avrai comunque fatto qualcosa. Così ho pensato: una biografia, bene, ma di chi? La risposta è arrivata subito. Avrei scritto di Philip Dick. Non sapevo molto della sua vita, ma avevo letto tutti i suoi libri ed ero convinto inoltre, non so perché, che quei romanzi di fantascienza rappresentassero un’autobiografia mascherata».

A pensarci bene, le donne dei romanzi di Philip Dick devono tutte qualcosa alle sue infelici cinque mogli (Carrère ha definito Dick «monogamo seriale», una forma di deriva sentimentale abbastanza comune tra i geni sessuomani nati nella prima metà del Novecento, ancora sotto il dominio di quel super-Io che comandava che per concedersi qualche bella giornata di sesso bisognasse mettere in gioco la vita intera).

Per il resto, poiché le fondamenta del lavoro di Dick sono proprio nel dubbio e nella domanda su «Cosa è Reale?», a un certo punto passa pure la voglia di chiedersi cosa sia vero o meno di tutto quello che sappiamo di lui. Il viaggio nei molti universi dickiani («Secondo Baudelaire il vero genio consiste nel creare un cliché ed è quello che ha fatto Dick. La maggior parte dei luoghi comuni nella fantascienza di oggi arrivano da lui. È diventato un aggettivo, e ha vinto», dice Carrère) vale comunque il prezzo del biglietto. Per quanto riguarda Carrère, nel suo ultimo libro  Il regno (Adelphi, 2015) ha raccontato la storia di Jamie Ottomanelli, ex-hippie strampalata che in quel periodo di crisi religiosa e creativa dei primi anni Novanta si presenta alla sua porta offrendosi come baby-sitter per i suoi due bambini. Carrère non ha alcuna intenzione di affidargli i figli, ma quando Jamie Ottomanelli posa lo sguardo su un libro di Dick e dice di aver lavorato per lui come baby-sitter a Berkeley, Carrère non resiste. Anche se Jamie puzza come se non si lavasse da settimane. Anche se è animata da un’inquietante allegria nervosa che gli ricorda Kathy Bates in Misery non deve morire. Il resto della storia merita di essere letto, l’unica cosa da aggiungere adesso è che Carrère ti lascia con il dubbio: è successo veramente o è stata un’allucinazione? Non importa. Per lavorare a Io sono vivo, voi siete morti (il titolo è una citazione da Ubik, uno dei romanzi più noti di Dick) Carrère se ne è infischiato di aderire totalmente alla realtà: «Esisteva già una biografia americana di Dick,  Divine Invasioni di Laurence Sutin (1989, qui edita da Fanucci, che detiene i diritti in Italia di tutta la sua opera). Lì dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California, dove Dick ha passato tutta la sua vita. Così ho usato l’eccellente lavoro di Sutin per prendere venti pagine di appunti con eventi principali e date. Poi, prima di iniziare a scrivere, ho posato il libro e non l’ho preso in mano mai più».

Philip Dick era nato nel 1928 a Chicago, insieme con una sorella gemella morta un mese dopo la nascita. Il padre se ne era andato di casa molto presto e la madre si era trasferita con lui a Berkeley, in California. Da ragazzo aveva sofferto di attacchi di panico e aveva lasciato gli studi per mettersi a lavorare in un negozio di dischi, dove nel 1948 aveva conosciuto la prima moglie Jeanette Marlin (un matrimonio durato pochi mesi), che lasciò per sposarsi, nel 1950, con Kleo Apostolides (unione che durò fino al 1959, quando Dick si trasferì in un sobborgo di San Francisco e si mise con Anne Williams, vedova con tre figlie e con la quale, nel 1960, fece la figlia Laura). Nei primi anni Cinquanta aveva cominciato a farsi un nome come autore di racconti di fantascienza.  Il primo romanzo, Solar Lottery (Lotteria dello spazio) è del 1954. Negli anni Cinquanta scrisse almeno otto romanzi non di fantascienza, ma vennero tutti rifiutati. Tra gli anni Sessanta e i primi Settanta pubblicò i suoi libri fondamentali come The man in the high castle (La svastica sul sole, 1962),  The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965) Do androids dream of electric sheep? (Blade Runner, 1968), Ubik (1969). Dal 1966 al 1972 si mise con Nancy Hackett, con cui ebbe la seconda figlia, e poi dal 1973 al 1977 fu sposato con la giovane Tessa, madre del suo terzo figlio. Furono anni conditi da largo uso di anfetamine, che probabilmente contribuirono ad alimentarne la leggendaria paranoia, i deliri mistici degli ultimi tempi e favorirono l’infarto che lo uccise, a 54 anni, nel 1982.

Nel novembre 1975 uscì su Rolling Stone un lungo ritratto di Dick firmato da Paul Williams. Williams racconta che, mentre negli Stati Uniti era noto solo nell’ambiente della fantascienza, in Europa (e in particolare in Francia) era vendutissimo e rispettato. Ma come è avvenuto, nel mondo, il suo passaggio dal piano B della fantascienza all’essere universalmente riconosciuto come un autore di classici? «Dick era uno scrittore visionario come Dostoevskij. Se vogliamo capire il Ventesimo secolo dobbiamo leggere I Demoni. Per tentare di comprendere il Ventunesimo dobbiamo leggere i romanzi di Philip Dick», afferma Carrère. «C’è un’altra cosa. Oltre a Dick anche Raymond Chandler o Dashiell Hammett, autori di noir, sono diventati dei classici. Per lo stesso identico motivo: erano dei grandi scrittori, dei veri e propri geni. Dick ha influenzato l’immaginario dei nostri anni come pochi altri e ha ispirato moltissimi film. Alcuni apertamente, come Blade Runner o Minority Report. Altri no, come Matrix o The Truman Show. Anni fa mi indignavo se la sua influenza non era riconosciuta, ora lo considero un segno della sua grandezza». E come capita spesso, la sua grandezza è stata riconosciuta solo dopo: «Quello che voglio sottolineare», scriveva Dick in Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza del 1976, «non è che io sarei lo scrittore di fantascienza più rispettato del mondo, o che il mio agente lo pensi o lo abbia detto, bensì il fatto che mi ritrovo qui, dopo venticinque anni di carriera, con la prospettiva di vedermi tagliare acqua, gas ed elettricità se non pago il dovuto entro tre giorni; allora mi domando: a cosa è servito?». A Carrère si può quasi dire che abbia salvato la vita: «Per molti versi Dick era un uomo insopportabile», dice, «ma nei due anni che ho passato a scrivere la storia della sua vita non ho mai smesso di provare gratitudine nei suoi confronti. Siamo stati bene insieme».

 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 15 luglio 2016

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luglio 20, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Face Paint

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Ci si potrebbe costruire intorno un modello matematico, il coefficiente Ennio Flaiano: «Si levò dal letto: era bruttissima. Passò un’ora davanti allo specchio a farsi brutta» (Diario notturno, 1956). Basta calcolare i minuti necessari a trasformarsi ogni mattina nella persona che più o meno si è sempre stati, e moltiplicarli poi per i soldi che si devono spendere ogni mese per lo stesso motivo. A parte gli scherzi, non si tratta di minuti o investimenti qualsiasi. Nel corso del tempo sul desiderio di bellezza delle donne sono nati imperi economici, mentre la possibilità di scegliere di truccarsi è andata di pari passo con la libertà di fare molte altre cose.

Lo sa bene l’inglese Lisa Eldridge, che ha appena dato alle stampe il libro Face paint: The Story of Makeup (Abrams Image, pp. 240, euro 24 su Amazon): «Ho subìto il fascino del makeup fin da bambina», scrive nell’introduzione. «All’inizio ero attratta soprattutto dai colori, gli odori, gli oggetti in sé. Ma a tredici anni un’amica di famiglia mi ha regalato un manuale sul trucco teatrale e ho capito che volevo diventare makeup artist. I trucchi del passato, presente e futuro sono diventati la mia vita». Lisa Eldridge è una celebrità quasi quanto le attici che prepara per i tappeti rossi degli Oscar. Negli ultimi vent’anni ha lavorato con i più importanti fotografi di moda per campagne pubblicitarie, editoriali e sfilate, ed è diventata la truccatrice preferita di bellezze come Kate Moss, Kate Winslet, Keira Knightley, Cara Delevigne, Alexa Chung. È stata consulente per Shiseido, Boots No7, Chanel. Ora è direttore creativo internazionale di Lancôme. Nel 2008 ha aperto un canale YouTube che oggi conta più di un milione di iscritti. Non è strano, perché si tratta forse del primo caso di professionista del mondo della moda che si siede davanti a una videocamera per svelare i segreti del mestiere. E, perché no, mostrare a tutti il proprio coefficiente flaianesco: quanto tempo e quali prodotti ci vogliono per nascondere i brufoli da sindrome premestruale, minimizzare le occhiaie da postumi di sbronza dopo una festa, darsi un tono per l’incontro con qualcuno che ci ha appena scaricato?

Lisa Eldridge ha il tocco magico. Con voce suadente e l’ausilio di un buon pennello da fondotinta in pochi minuti si trasforma nella migliore versione di se stessa. Certo, imitarla adesso è quasi facile. Basta andare in profumeria o al supermercato per trovare decine di correttori, ombretti, illuminanti. Ma è  una possibilità che esiste da relativamente poco tempo, forse poco più di un secolo. In Face Paint Eldridge ripercorre la storia del makeup fin dall’antichità, quando truccarsi era permesso a principesse e prostitute. Il filo del discorso, per la prima parte del libro, passa attraverso tre colori simbolo: il rosso «il cui significato cambia da cultura a cultura, ma che è da sempre associato a desiderabilità, amore, passione, gioventù e salute», il bianco «che per lungo tempo nella storia ha prevalso in tutto il mondo con la tendenza dell’incarnato chiaro, che era possibile ottenere con creme, unguenti e polveri a base di tossicissimo piombo…» e il nero «ad esempio il kohl, invenzione degli antichi egizi e associato, più di ogni altro prodotto cosmetico, a periodi specifici e movimenti culturali come l’epoca del cinema muto, i beatniks e gli hippies degli anni Cinquanta e Sessanta o i look grunge dei primi anni Novanta». Nella seconda parte del libro, intitolata Il business della bellezza, Lisa Eldridge scrive dei manuali di bellezza che avevano iniziato a circolare nel Rinascimento, come Gli Experimenti (ca.1500) di Caterina Sforza, che conteneva, accanto alle ricette su come sbiancare la pelle o tingere i capelli, consigli su come avvelenare i nemici o trasformare gli oggetti in oro. Qualche centinaio di anni più tardi qualcuno si renderà conto che sulle insicurezze delle donne si può costruire una fortuna. Lo afferma la storica del costume Madeleine Marsh in un video sul sito di Eldridge, mentre mostra la sua collezione di trucchi e accessori d’epoca. Come la polvere per indossare i guanti di epoca vittoriana: «La donna vittoriana», dice Marsh, «non era in teoria autorizzata a truccarsi. Gli abiti che indossava erano costrittivi. È in periodi come questi che è fiorito il mercato delle creme per la pelle e l’ossessione per le chiome folte». Poco più tardi, nei primi anni del ventesimo secolo, nasce l’industria cosmetica: «Un mercato nuovo», scrive Eldridge, «che crebbe e prosperò nel corso di due guerre mondiali e della grande depressione. Durante la Prima guerra mondiale le donne assaporarono per la prima volta il gusto di guadagnare il proprio denaro, e i cosmetici divennero una sorta di bene di lusso alla portata di tutte».

In quegli anni vennero fuori i marchi Max Factor, Elizabeth Arden, Revlon e Maybelline, e la leggendaria rivalità tra Estée Lauder e Helena Rubinstein. Insieme all’industria fiorì il mercato della pubblicità. Negli anni Trenta l’aggettivo più usato sulle riviste americane era dainty (fine, delicato, grazioso): così si doveva aspirare a essere. Qualche tempo prima era stata introdotta anche la pubblicità negativa, con lo spauracchio dei peli e degli odori: «Tuo marito ti risposerebbe?», recitava uno slogan della Palmolive nel 1921. Perché qualcosa cambi bisognerà aspettare gli anni Sessanta, con  l’arrivo della lattina con i pastelli di Mary Quant, e poi i Settanta, con i colori psichedelici e le ciglia da bambola di Biba. Più che da un’altra epoca, i nuovi trucchi sembravano arrivare da un altro pianeta. Da quel momento in poi, le regole furono scompaginate, ognuno poté iniziare a truccarsi nel modo che preferiva o scegliere di non farlo: «Ci sono giorni», scrive Eldridge, «in cui esco senza truccarmi e il mondo deve accettarmi così come sono». Meglio non darle retta, per uscire di casa così perfettamente non truccate ci vogliono almeno venti prodotti e due ore di preparazione.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica a dicembre 2015

aprile 26, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Mary Shelley e le sue lettere

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Si intitola I miei sogni mi appartengono la raccolta di lettere di Mary Shelley mai pubblicate in Italia in libreria per I pacchetti di Lorma editore (introduzione, traduzione e note biografiche a cura di Marco Federici Solari, pp. 60, 5 euro. Il libro, come gli altri della collana I pacchetti, si può affrancare e spedire per posta). Mary Shelley ha avuto una vita straordinaria. Prima dei ventanni, tra il 1816 e il 1818 (era nata nel 1798) ha scritto il romanzo Frankenstein, mito moderno ormai radicato nellimmaginario collettivo, considerato tra le altre cose come la prima opera di fantascienza della storia e da cui sono state tratte infinite riduzioni per il cinema e il teatro lultima nel 2011 per il National Theatre di Londra, diretta da Danny Boyle e interpretata da Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller, che si alternavano sera dopo sera nei ruoli di Victor Frankenstein e della Creatura.

È leggendario anche il racconto della notte che portò alla nascita del libro. Ne scrisse Mary Shelley nellintroduzione alledizione definitiva di Frankenstein nel 1831: «Nellestate del 1816 visitammo la Svizzera e diventammo amici di Lord Byron» scrive. Mary e il poeta Percy Shelley, sposato, erano partiti da Londra per allontanarsi dai creditori e dallo scandalo della loro storia damore. Viaggiavano con il figlio William di pochi mesi e la sorella acquisita di Mary, Claire Clairmont (che a Londra era stata lamante di Byron e adesso era incinta di lui). «Ma quella si rivelò unestate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni», continua. Mary Shelley non può sapere che si trovano nel mezzo di quello che verrà ricordato come il terribile anno senza estate. La compagnia passava il tempo a leggere racconti gotici dellorrore: «Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi disse Lord Byron; e la sua proposta fu accolta da tutti». Ma se i poeti presenti nella stanza non ne trarranno nulla di compiuto, Mary Shelley e John William Polidori, giovane belloccio e ambizioso che seguiva Byron come medico personale, avranno lidea per due degli archetipi fondanti dellimmaginario horror contemporaneo: da una parte la creatura mostruosa di Frankenstein, dallaltra Il vampiro, scalcinato e ingenuo come può essere un libro scritto in tre giorni, ma che ha dentro il germe di quello che diventerà poi il Dracula di Bram Stoker (1897).

C’è da dire che Byron e i suoi amici erano, per lepoca, la cosa più vicina a delle celebrità come le conosciamo oggi. Byron era oggetto di culto e pettegolezzi nei salotti di tutta lEuropa, riceveva per posta dichiarazioni damore e proposte di matrimonio, e si portava dietro la fama gli aveva dato il commento di Lady Caroline Lamb, una delle sue amanti abbandonate: Mad, bad and dangerous to know (letteralmente, ma non rende: pazzo, cattivo e pericoloso da frequentare). Va ricordato anche solo per togliere la polvere dallidea che può dare il racconto di fatti avvenuti quasi duecento anni fa. Questi ragazzi, un pocome la Marie Antoinette di Sofia Coppola, vivevano a colori e sapevano di farlo. Le lettere di Mary Shelley sono loccasione per infilarsi nelle pieghe di una vicenda nota, e illuminarne dettagli non ancora conosciuti. Ecco cosa scrive Mary da Ginevra il 17 maggio, un mese prima della famosa notte di Villa Diodati: «Durante la canicola meridiana leggiamo libri in latino e in italiano, e al tramonto passeggiamo nel giardino dellalbergo, guardiamo i conigli, soccorriamo i maggiolini caduti in terra e contempliamo i movimenti di miriadi di lucertole che popolano il muro a sud del parco. Come sai, siamo appena scappati dal buio di Londra e dellinverno». In quel momento non sa che il buio e lorrore le stanno dando la caccia. Nel 1817 perderà Clara, la figlia di quasi un anno che muore durante un viaggio verso Venezia. Nel 1819 a Roma muore, dopo aver contratto la malaria, anche il primogenito William. Nonostante il dolore acutissimo, forse Mary è uno di quei casi rari in cui il proprio marito (con Percy si erano sposati a Londra alla fine del 1816) resta in cima ai pensieri damore anche dopo la nascita dei figli. Purtroppo anche il poeta muore. Nel 1822, durante una traversata in barca nel Golfo della Spezia con lamico Edward Williams: «Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità», scrive Mary a unamica italiana nello stesso anno. «Sono stata così felice che non cambierei la mia condizione di vedova di Shelley con quella della donna più agiata del mondo, e sono certa che col tempo ritroverò la pace, e la mia mente e il mio cuore non saranno più preda di unangoscia senza nome». In una lettera successiva alla stessa amica fa un lungo resoconto dei giorni terribili in cui Shelley e Williams erano dispersi. Come scrive Marco Federici Solari: «Si tratta di un piccolo capolavoro narrativo, carico di sogni, presagi e suspense, in cui Mary conferma tutte le sue doti di grande scrittrice gotica e horror, riuscendo a trasformare in accorata e appassionante comunicazione agli altri i materiali incandescenti del suo dolore immenso». Mary non si sposerà più. Tornerà a vivere a Londra con il figlio Percy Florence (nato nel 1919), continuando a scrivere e a curare lopera del marito. Di lei ci resta, oltre a Frankenstein, lidea di un modo di vivere, nuovo per il suo tempo e valido ancora oggi. Come scrive il curatore nellintroduzione a I miei sogni mi appartengono: «La felicità come un dovere, lamicizia come una religione e lesistenza tutta come un esperimento di libertà, coraggio e responsabilità».

aprile 26, 2016. Tag: , , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Joe Sacco, intervista

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Joe Sacco non ama il termine graphic novels, preferisce chiamarli comics, fumetti. Come quando erano considerati arte per bambini, o al massimo per adolescenti, molto prima che i piccoli focolai di cultura sotterranea disseminati nel mondo si accendessero nella rete come tante lampadine, facendoci rendere conto che un po’ underground lo eravamo tutti.

Sacco, 54 anni, in fatto di stile deve moltissimo al mitologico Robert Crumb. Nato a Malta, cresciuto in Australia e poi negli Stati Uniti, ha lasciato perdere avventure erotiche e psichedeliche, dedicandosi invece al reportage dalle zone di guerra: «L’idea è venuta per caso. Dopo la laurea in giornalismo non riuscivo a trovare un lavoro interessante in una redazione. Così ho cominciato a disegnare fumetti», ci ha raccontato dalla sua casa di Portland, Oregon. «Volevo però occuparmi di quello che accadeva nel mondo, in particolare in Medio Oriente, così sono partito. Una volta lì mi sono accorto di lavorare come un giornalista, intervistando le persone e raccogliendo dati. Stavo facendo qualcosa di diverso dal semplice resoconto delle mie esperienze. Non c’è stato nulla  che abbia deciso a tavolino, la mia spinta a creare reportage a fumetti si è sviluppata in modo organico, sul campo».  Il risultato dei primi viaggi di Joe Sacco, tra il 1991 e nel 1992, è raccolto in due volumi usciti in Italia nel 2006 con il titolo Palestina. Una nazione occupata (Mondadori). È stata poi la volta della guerra in Bosnia, con quello che forse è il suo capolavoro, ormai purtroppo introvabile, Gorazde. Area protetta (Mondadori, 2006).  E poi ci sono i reportage brevi, come quelli dall’India, in cui Sacco racconta la vita segnata dalla superstizione degli appartenenti alle caste più basse, o dall’Iraq.

Nei suoi disegni ci sono guerra, povertà e dolore, temi non usuali per il fumetto: «In realtà sono argomenti che molti hanno trattato prima di me», spiega Joe Sacco. «Mi viene in mente subito Art Spiegelman, che in Maus ha raccontato la storia di suo padre deportato e sopravvissuto ad Auschwitz. Un’altra cosa a cui non si pensa è che i disegni hanno avuto per secoli valore di reperti storici, come nel caso di Goya con la serie i Disastri della guerra. È solo che a un certo punto sono stati soppiantati dalla fotografia». C’è molto testo nei lavori di Sacco, ma c’è qualcosa che il disegno può raccontare meglio delle parole? « I disegni sono in grado di ricreare l’atmosfera di un posto, la sensazione di esserci. Se uno scrittore sottolinea troppe volte che un luogo è coperto di fango finisce per essere pedante. Ma se nei disegni il fango è sempre lì, come sfondo di ogni vignetta, ecco che il lettore ha esattamente il senso del luogo che sto cercando di raccontare. Inoltre il disegno parla una lingua comprensibile da tutti: spesso ho usato i miei primi libri per conquistare la fiducia di gente che volevo intervistare. Se mi fossi presentato con un articolo di giornale non sarebbe servito a molto». Ci è voluto coraggio. I fumetti non erano ancora così di moda, e per molto tempo nessuno, tra giornali e case editrici, è stato disposto a investire nei viaggi di Sacco. Lui dormiva a casa dei protagonisti delle sue storie, nelle baracche dei campi profughi, andava a bere con i colleghi inviati dei grandi giornali nei bar degli alberghi, raccoglieva voci e immagini e scriveva tutto, a mano, con la grafia fitta e minuta, su un grande quaderno dalla copertina nera. Nelle sue storie lui c’è sempre. Si disegna con le labbra sporgenti, il cappellino e gli occhi nascosti dietro lenti da vista bianche: «Quando ho iniziato a fare fumetti disegnavo storie autobiografiche, come quasi tutti i giovani cartoonist. E così quando mi sono messo a lavorare al libro sui palestinesi l’ho pensato nello stesso modo, come la storia dei miei viaggi e del mio incontro con delle persone. Solo più tardi mi sono reso conto che il mio personaggio serviva a chiarire al lettore che la storia che stava leggendo era raccontata attraverso il mio sguardo. Non ho mai avuto la pretesa di essere onnisciente, né di essere oggettivo. Mi interessa di più mostrare che dietro il mio lavoro c’è un essere umano, e come questo approccio mi abbia permesso di conoscere intimamente le persone che mi hanno raccontato le loro storie. Il narratore in prima persona mi sembra onesto, ti ricorda sempre che il giornalismo non può usare altro che lenti soggettive e imperfette per raccontare il mondo».Gli argomenti scelti da Sacco non sono facili da affrontare e una qualche forma di censura deve averla subita. Il suo primo libro Palestine ha vinto nel 1996 l’American Book Award, eppure sembrano esserci pochissime recensioni dell’epoca negli archivi della rete.  In ogni caso Joe Sacco negli ultimi anni ha rivolto lo sguardo su problemi geograficamente più prossimi, come nel caso del libro firmato con il giornalista premio Pulitzer Chris Hedges sulla povertà negli Stati Uniti, Days of destruction, days of revolt (2012).E su altri più lontani nel tempo, come nel suo ultimo lavoro, La grande Guerra (Rizzoli Lizard, 2014): un libro che è un’unica tavola lunga più di sette metri, un’opera panoramica muta che ricostruisce minuziosamente la battaglia delle Somme del 1 luglio 1916 che è diventata il simbolo del potere di distruzione, universale, di tutte le guerre: «Sto lavorando a un fumetto sulla Mesopotamia, sono stato a lungo ossessionato dal Medio Evo e dal mondo antico» ha scritto parlando di questo libro. «Mi sento vicino alle persone di cui leggo nei libri di storia. Per me si tratta sempre di persone viventi, persone che semplicemente non sono più con noi». Forse due talenti sono troppi da portare avanti per sempre, e Sacco sembra aver fatto una scelta: «È stato un sollievo non dover pensare alle parole. Ho passato moltissimo tempo facendo giornalismo, e mi interessa tutt’ora, ma credo che il lato artistico voglia prevalere».  Presto dovrebbe arrivare anche un libro sui Rolling Stones, annunciato ma non ancora realizzato. E finalmente non ci sarà più bisogno di specificare che alla fine si tratta solo fumetti, da riporre nel lato B della storia.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 6 febbraio 2015

febbraio 14, 2015. Il venerdì, Joe Sacco, Mondadori, Rizzoli, Robert Crumb. Lascia un commento.