Mary Shelley e le sue lettere

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Si intitola I miei sogni mi appartengono la raccolta di lettere di Mary Shelley mai pubblicate in Italia in libreria per I pacchetti di Lorma editore (introduzione, traduzione e note biografiche a cura di Marco Federici Solari, pp. 60, 5 euro. Il libro, come gli altri della collana I pacchetti, si può affrancare e spedire per posta). Mary Shelley ha avuto una vita straordinaria. Prima dei ventanni, tra il 1816 e il 1818 (era nata nel 1798) ha scritto il romanzo Frankenstein, mito moderno ormai radicato nellimmaginario collettivo, considerato tra le altre cose come la prima opera di fantascienza della storia e da cui sono state tratte infinite riduzioni per il cinema e il teatro lultima nel 2011 per il National Theatre di Londra, diretta da Danny Boyle e interpretata da Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller, che si alternavano sera dopo sera nei ruoli di Victor Frankenstein e della Creatura.

È leggendario anche il racconto della notte che portò alla nascita del libro. Ne scrisse Mary Shelley nellintroduzione alledizione definitiva di Frankenstein nel 1831: «Nellestate del 1816 visitammo la Svizzera e diventammo amici di Lord Byron» scrive. Mary e il poeta Percy Shelley, sposato, erano partiti da Londra per allontanarsi dai creditori e dallo scandalo della loro storia damore. Viaggiavano con il figlio William di pochi mesi e la sorella acquisita di Mary, Claire Clairmont (che a Londra era stata lamante di Byron e adesso era incinta di lui). «Ma quella si rivelò unestate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni», continua. Mary Shelley non può sapere che si trovano nel mezzo di quello che verrà ricordato come il terribile anno senza estate. La compagnia passava il tempo a leggere racconti gotici dellorrore: «Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi disse Lord Byron; e la sua proposta fu accolta da tutti». Ma se i poeti presenti nella stanza non ne trarranno nulla di compiuto, Mary Shelley e John William Polidori, giovane belloccio e ambizioso che seguiva Byron come medico personale, avranno lidea per due degli archetipi fondanti dellimmaginario horror contemporaneo: da una parte la creatura mostruosa di Frankenstein, dallaltra Il vampiro, scalcinato e ingenuo come può essere un libro scritto in tre giorni, ma che ha dentro il germe di quello che diventerà poi il Dracula di Bram Stoker (1897).

C’è da dire che Byron e i suoi amici erano, per lepoca, la cosa più vicina a delle celebrità come le conosciamo oggi. Byron era oggetto di culto e pettegolezzi nei salotti di tutta lEuropa, riceveva per posta dichiarazioni damore e proposte di matrimonio, e si portava dietro la fama gli aveva dato il commento di Lady Caroline Lamb, una delle sue amanti abbandonate: Mad, bad and dangerous to know (letteralmente, ma non rende: pazzo, cattivo e pericoloso da frequentare). Va ricordato anche solo per togliere la polvere dallidea che può dare il racconto di fatti avvenuti quasi duecento anni fa. Questi ragazzi, un pocome la Marie Antoinette di Sofia Coppola, vivevano a colori e sapevano di farlo. Le lettere di Mary Shelley sono loccasione per infilarsi nelle pieghe di una vicenda nota, e illuminarne dettagli non ancora conosciuti. Ecco cosa scrive Mary da Ginevra il 17 maggio, un mese prima della famosa notte di Villa Diodati: «Durante la canicola meridiana leggiamo libri in latino e in italiano, e al tramonto passeggiamo nel giardino dellalbergo, guardiamo i conigli, soccorriamo i maggiolini caduti in terra e contempliamo i movimenti di miriadi di lucertole che popolano il muro a sud del parco. Come sai, siamo appena scappati dal buio di Londra e dellinverno». In quel momento non sa che il buio e lorrore le stanno dando la caccia. Nel 1817 perderà Clara, la figlia di quasi un anno che muore durante un viaggio verso Venezia. Nel 1819 a Roma muore, dopo aver contratto la malaria, anche il primogenito William. Nonostante il dolore acutissimo, forse Mary è uno di quei casi rari in cui il proprio marito (con Percy si erano sposati a Londra alla fine del 1816) resta in cima ai pensieri damore anche dopo la nascita dei figli. Purtroppo anche il poeta muore. Nel 1822, durante una traversata in barca nel Golfo della Spezia con lamico Edward Williams: «Sono stata fortunata ad aver messo senza paura il mio destino nelle mani di un essere superiore, un luminoso spirito cosmico, custodito in un tempio terreno, che mi ha fatto toccare le vette della felicità», scrive Mary a unamica italiana nello stesso anno. «Sono stata così felice che non cambierei la mia condizione di vedova di Shelley con quella della donna più agiata del mondo, e sono certa che col tempo ritroverò la pace, e la mia mente e il mio cuore non saranno più preda di unangoscia senza nome». In una lettera successiva alla stessa amica fa un lungo resoconto dei giorni terribili in cui Shelley e Williams erano dispersi. Come scrive Marco Federici Solari: «Si tratta di un piccolo capolavoro narrativo, carico di sogni, presagi e suspense, in cui Mary conferma tutte le sue doti di grande scrittrice gotica e horror, riuscendo a trasformare in accorata e appassionante comunicazione agli altri i materiali incandescenti del suo dolore immenso». Mary non si sposerà più. Tornerà a vivere a Londra con il figlio Percy Florence (nato nel 1919), continuando a scrivere e a curare lopera del marito. Di lei ci resta, oltre a Frankenstein, lidea di un modo di vivere, nuovo per il suo tempo e valido ancora oggi. Come scrive il curatore nellintroduzione a I miei sogni mi appartengono: «La felicità come un dovere, lamicizia come una religione e lesistenza tutta come un esperimento di libertà, coraggio e responsabilità».

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aprile 26, 2016. Tag: , , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Oliver Sacks, sull’amore

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Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere molto malato: «Fino a un mese fa mi sentivo in perfetta salute. A ottantuno anni nuoto ancora per un miglio tutti i giorni» racconta. «Ma adesso la fortuna sembra avermi abbandonato». Sacks è inglese, ebreo, ateo. Conclude il suo breve saggio esprimendo gratitudine per avere avuto il tempo di «esistere, come animale pensante, su questo bellissimo pianeta».

Sono passati più di quarant’anni, era il 1973, da quando l’editore inglese Duckworth pubblicò la prima edizione di Risvegli. Nel libro Sacks descrive la propria esperienza con i pazienti post-encefalitici dell’ospedale Mount Carmel nel Bronx, a cui aveva cominciato a somministrare un farmaco sperimentale. Nel 1990 è uscito anche un film tratto da Risvegli, diretto da Penny Marshall e interpretato da Robert de Niro e da Robin Williams, che è il dottor Sacks. Ci eravamo abituati a immaginarlo così: camicia bianca con il taschino gonfio di penne e matite, cravatta, camice stazzonato, barba, occhiali con la montatura metallica, timido e gentile, disponibilissimo con i pazienti ma refrattario a qualunque contatto umano al di fuori dell’ospedale. Dopo aver visto la foto sulla copertina dell’autobiografia On the Move: A life (Knopf), abbiamo dovuto ripensarlo tutto da capo.

La fotografia deve essere della fine degli anni Cinquanta: Sacks è un bellissimo ragazzo a cavallo di una Bmw e indossa una giacca di pelle aderente. Le spalle e i quadricipiti femorali ricordano quelli dei modelli delle riviste beefcake, che ritraevano uomini muscolosi seminudi e che hanno avuto un boom negli Stati Uniti proprio negli anni del dopoguerra. 

Si tratta di un periodo in cui si registra, come scrive lo storico Giovanni Dall’Orto in Tutta un’altra storia (Il Saggiatore): «il picco più alto di isteria omofobica dell’intera storia umana. Negli Usa questo fenomeno portò a proclamare ufficialmente per la prima volta che l’omosessualità era una malattia mentale nel 1952, e nel 1953 l’Executive Order 10450 del presidente Eisenhower stabilì che il puro e semplice fatto d’essere omosessuale, indipendentemente dal fatto d’aver infranto qualche legge, era motivo sufficiente di licenziamento da qualsiasi impiego pubblico». Anche in Gran Bretagna la legge vietava l’omosessualità (basta pensare al caso di Alan Turing, morto suicida nel 1952, dopo essere stato costretto alla scelta tra la prigione e la terapia ormonale). Ecco perché forse fino ad oggi, nelle centinaia di pagine in cui ha accostato il racconto dei casi clinici alle storie della sua vita (come in Zio Tungsteno, Allucinazioni o Su una gamba sola), Sacks non aveva mai accennato al fatto di essere omosessuale.

On the Move sembra scritto quasi per rimediare a questo. Non siamo di fronte, come potrebbe sembrare, alle confessioni di un uomo che si trova al cospetto della morte (anche perché il libro, che non ha certo l’aria di un lavoro finito in quattro e quattr’otto, doveva essere ormai bello e pronto a febbraio, quando Sacks ha scoperto di essere malato).

Al grande neurologo Oliver Sacks, riservatissimo, deve essere venuta voglia di scrivere dell’amore dopo averne sperimentato le magiche profondità domestiche. Nel suo caso, come racconta, è accaduto solo pochi anni fa, quando ha incontrato lo scrittore Billy Hayes, con cui vive da allora e a cui il libro è dedicato. In quel periodo Sacks aveva settantasette anni, era costretto a scrivere restando in piedi per via di una sciatica dolorosissima e ostinata. Gli avevano sostituito il ginocchio destro con una protesi artificiale. Si nutriva da anni di cereali e sardine, mangiate direttamente dalla lattina. Aveva l’impressione di essersi tenuto sempre «a una certa distanza dalla vita. Ma tutto è cambiato quando Billy e io ci siamo innamorati».

In On the Move usa come epigrafe una frase di Kierkegaard che dice più o meno così: «La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro». E leggendo della sua vita, non si può fare a meno di notare come, nel corso degli anni, abbia incarnato i diversi sottotipi iconici della cultura gaia: da ragazzo è stato il motociclista vestito di pelle, poi il culturista (nei primi anni Sessanta, a Venice Beach in California, detta anche Muscle beach), poi il bear (rotondetto e peloso come un orso), e infine il daddy (il fidanzato Billy ha una trentina d’anni di meno). Probabilmente senza farlo apposta. La parola gay, in senso di omosessuale, Sacks l’ha sentita pronunciare per la prima volta solo nel 1956, ad Amsterdam.

Da ragazzino si eccitava alla vista di una statua di Lacoonte in cima alle scale della scuola media, ma i suoi pensieri erano presi soprattutto dalla chimica inorganica e non si faceva tante domande. I suoi amici sapevano e non gli interessava, semplicemente avevano smesso di invitarlo alle festicciole organizzate per pomiciare con le ragazze.

A diciotto anni Sacks vince una borsa di studio per andare a Oxford, ma è ancora indeciso tra lo studio della biologia marina o della medicina. Il padre lo prende da parte e gli chiede se ha una ragazza. Oliver risponde di no. Il padre gli chiede allora se per caso è omosessuale. Lui risponde di sì, ma che la madre non deve saperlo. Le cose non vanno così. La mattina dopo Sacks vede sua madre infuriata come non l’aveva mai vista: lo chiama «abominio», gli dice che preferirebbe non fosse mai nato. Non gli rivolge la parola per tre giorni. Poi torna a comportarsi normalmente, senza più fare cenno all’accaduto. La famiglia di Sacks è, per molti versi, evoluta: sua madre viene da una famiglia in cui anche le figlie vengono mandate all’Università. Muriel Elsie Landau è una delle prime chirurghe di Londra. Ma è pur sempre, scrive Sacks nel libro, una donna nata nell’Ottocento, educata come ebrea ortodossa e cresciuta leggendo la Bibbia: «La morte di mia madre», scrive Sacks, «è stato il più grande dolore della mia vita». Anche se le sue parole, aggiunge, lo hanno perseguitato per moltissimo tempo, inquinando con senso di colpa e inibizioni una vita sessuale che avrebbe dovuto essere libera e gioiosa.

Sacks si innamora per la prima volta quando incontra il poeta Richard Selig a Oxford, nel 1953. Selig ha ventiquattro anni, Sacks ne ha venti e perde la testa: «Amavo il suo viso, il suo corpo, la sua mente, le sue poesie, tutto». Quando lo dice a Selig, questi gli risponde che aveva capito, che gli vuole molto bene, ma non lo ricambia. Dopo poco tempo Selig chiede all’amico Sacks di dare un’occhiata a una ghiandola che gli da fastidio. È un linfoma, Sacks lo capisce al volo. Non si vedranno più: Selig si sposa con l’arpista irlandese Mary O’Hara, si trasferisce con lei a New York e muore pochi mesi dopo.

Due anni dopo Sacks è ancora vergine. Ha passato l’estate a spaccare legna in un kibbutz in Israele. Al ritorno è come se si accorgesse per la prima volta di avere un corpo: ha ventidue anni, è dimagrito, bello e non è mai stato toccato da nessuno. Va ad Amsterdam, dove l’omosessualità è più libera. Ma comunque ha bisogno di vincere la timidezza ubriacandosi fino a svenire. La mattina si sveglia nel letto di un ragazzo sconosciuto, che gli porge una tazza di caffè e gli racconta che hanno fatto l’amore. La sola cosa sbagliata e pericolosa, gli dice il ragazzo, è aver bevuto così tanti superalcolici. Passa ancora del tempo. Sacks si è laureato e fa il tirocinio in un ospedale di Londra. L’ospedale è a pochi passi da Soho e dalla famosa Old Compton Street (ancora oggi sede di molti bar gay della città). Qui, in una vetrina, legge un annuncio velatissimo: motociclista cerca compagno per andare in giro durante il fine settimana. È così che inizia la relazione con Bud: a letto insieme il sabato pomeriggio e in motocicletta nella campagna inglese la domenica mattina. Ma poi Sacks decide di partire per il Canada per specializzarsi in neurologia. Come spiega in On the move, a Londra era più difficile fare carriera. C’erano già troppi medici, e soprattutto troppi che di cognome si chiamavano Sacks.

Dal Canada il giovane Oliver si sposta a a San Francisco, una città di cui ha sognato per anni. Lavora in nero in ospedale (il suo talento viene subito riconosciuto, ma non possono assumerlo perché non ha ancora la green card) e ha qualche altra relazione occasionale. A 32 anni, durante un periodaccio in cui abusa di anfetamine, vive una storia con un certo Karl. Poi, per più di tre decenni, pratica la castità. È in questo arco di tempo che inizia ad assomigliare al dottor Sacks dell’iconografia ufficiale, il Sacks reso famoso da Robin Williams.

Su Vanity Fair Usa un suo vecchio amico, Lawrence Weschler, racconta di come abbia tentato di scrivere, negli anni tra la pubblicazione di Risvegli e di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), una biografia di Sacks: «A quell’epoca viveva in un appartamentino a New York. Usciva praticamente solo per andare negli ospedali in cui lavorava, non aveva molti amici ed era quasi sempre libero per i pranzi e le uscite che costituirono l’inizio della nostra amicizia». Weschler aveva riempito interi taccuini di appunti. Da questi viene fuori il dramma di una vita vissuta quasi tutta sotto copertura, insieme con il gusto per la boutade, che non manca mai: «Il mio analista», gli confessa una volta Sacks, «dice che non ha mai incontrato nessuno meno toccato dal movimento di liberazione dei gay. È come se me ne restassi chiuso in cella, mentre si scatenano le danze ai cancelli della prigione».

Se c’è una cosa che attraversa tutta la sua scrittura negli anni è forse la capacità di descrivere anche il benessere, l’equilibrio, lo stato che in biologia è definito omeostasi. Sacks ne parla anche in un lungo articolo del 23 aprile, sulla New York Review of Books, in cui descrive un fastidioso intervento per tenere a bada la malattia. Il suo medico lo ha avvisato che i postumi sono dolorosi. Ma poi, dopo dieci giorni, comincia a sentirsi meglio: «Mi sono ritrovato all’improvviso pieno di energia fisica e creativa così potenti da sfociare quasi nell’ipomania. Ho cominciato a camminare su e giù per il corridoio del mio appartamento, mentre pensieri esuberanti mi attraversavano la mente».  Chissà, è improbabile, se Oliver Sacks ha mai visto una puntata Il trono di spade. Magari proprio quella in cui un maestro d’armi addestra una ragazzina al combattimento, e le spiega che «c’è solo una cosa che possiamo dire alla morte: non oggi». 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 26 giugno 2015

luglio 5, 2015. Uncategorized. Lascia un commento.

Ouarzazate, Marocco: il set nel deserto.

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A guardia delle antiche mura di Gerusalemme c’è un uomo con un cagnolino bianco male in arnese che abbaia alla polvere sollevata dalle ruote del nostro fuoristrada. Non siamo in Israele ma nel Sudest del Marocco, nel deserto nei pressi di Ouarzazate, pendici dell’Atlante dal lato opposto di Marrakech. È il confine del Sahara, tutto intorno è terra che scintilla di riflessi rossi sotto il sole e, a marzo, l’aria fresca porta con sé atomi di ossigeno grandi il triplo di quelli cittadini. La parte più nuova della città è fatta di costruzioni a due piani, tutte uguali e leziose: se ci si dimentica per un attimo di essere in Africa viene in mente Santa Teresa di Gallura, e dietro ogni curva ci si stupisce di non trovare il mare. Ma l’orizzonte lo segnano le montagne, con le cime bianche di neve semi nascoste tra le nuvole. Lungo la strada principale di Ouarzazate le rotatorie sono decorate con brutte sculture dedicate al cinema, come un grosso ciak o un mega rotolone di pellicola di plastica argentata. Non è strano, perché l’economia di questa città, costruita dai francesi nel primo Novecento, gira intorno alle produzioni internazionali che negli anni l’hanno scelta come location, per riprodurre la  Palestina, l’Arizona, l’Antica Grecia, l’Afghanistan, la Persia e, qualche volta pure l’Africa del nord. Nel tempo c’è l’ha rinominata, facendo il verso alla mecca del cinema di Los Angeles, Ouarzawood.

La Gerusalemme di vetroresina si trova appena fuori dalla periferia di Ouarzazate, lungo la Route de Marrakech (nome curioso, dato che per arrivare a Marrakech da qui bisogna scavalcare la montagna, che in macchina significa quasi quattro ore di tornanti). È nella parte più remota della piana di sassi all’interno degli Atlas Corporation Studios, fondati nel 1983 da un imprenditore marocchino che aveva fiutato l’affare. Subito dietro i cancelli c’è la riproduzione in plastica di un bimotore, l’aereo di Michael Douglas nel Gioiello del Nilo (1985). E poi catapulte, torrette, il relitto rovesciato di una nave antica. E una Ferrari, che da vicino è un blocco compatto di plastica rossa. Come una gomma enorme, masticata e sputata infinite volte dal vento del Sahara nel corso degli anni. Questa Gerusalemme è in piedi dal 2005, costruita per Le crociate di Ridley Scott. Resiste abbastanza bene. Qualche tempo fa davanti a una delle sue porte e nei vicoli sono state girate alcune scene della terza serie del Trono di Spade (2013) e una mini-serie di National Geographic non ancora andata in onda, Killing Jesus. A poche centinaia di metri sorge un tempio egizio, set, tra le altre cose, di Asterix e Obelix – Missione Cleopatra (2002), pieno di colonne e porte dipinte con i geroglifici. E poi il palazzo tibetano del Dalai Lama, progettato da Dante Ferretti per il film Kundun di Martin Scorsese (1997). Dentro ci sono ancora, intatti, la sala del trono, i tavoli con sopra gli oggetti di scena e varie statue di Buddha: «Tutto finto, tutto finto», ripete Mohammed, un giovane studente di sociologia che ci fa da guida, battendo sui muri con le nocche.

Dante Ferretti era stato qui già nel 1967, per lavorare all’Edipo Re di Pasolini: «Silvana Mangano per il terrore di incontrare scorpioni e serpenti stava per rifiutare il film», mi ha raccontato durante una cena il regista e produttore Souehil Ben Barka, settantatreenne originario del Mali e pioniere del cinema marocchino che, a Roma negli anni Sessanta per studiare ingegneria, è restato folgorato da un set di Fellini in via Nazionale, lasciando tutto per diplomarsi al Centro Sperimentale. «Quando mi hanno presentato Federico Fellini ero emozionatissimo», dice Ben Barka, «ma lui mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto bravo, bravo, si è girato e se ne è andato». Undici anni prima di Pasolini a Ouarzazate era arrivato Hitchcock per L’uomo che sapeva troppo (1956) e poi David Lean con Lawrence D’Arabia (1962). Più tardi, nel 1975, John Houston ha girato qui L’uomo che volle farsi re, con Sean Connery, mentre Martin Scorsese ci è venuto per la prima volta nel 1988 per L’ultima tentazione di Cristo. Fa un certo effetto il contrasto tra il paesaggio senza tempo del deserto e i set cinematografici che, inevitabilmente, un minuto dopo la fine delle riprese invecchiano di colpo, trasformandosi in residui di archeologia post-moderna: «Ho passato un paio d’anni a documentare con foto e video le rovine dei set cinematografici», dice l’artista e regista Ra Di Martino, romana che ha studiato a Londra (dove ha vissuto per molti anni, prima di passarne qualcuno a New York e trasferirsi poi a Torino), autrice del film di otto minuti Copies Récentes de paysages anciens / Petite Histoire des plateaux abbandonnès, da cui sono tratte le immagini di queste pagine, che sono state esposte, tra le altre cose, alla Tate di Londra. «Ho cominciato dal deserto tunisino dove in una zona raggiungibile solo con il quad ho trovato i resti quasi sepolti da una duna di quella che era la prima casetta di Luke Skywalker in Star Wars, Una nuova speranza del 1977. Mi ha colpito come quelle rovine rappresentassero il futuro, ma come ce lo eravamo immaginato nel passato». Il viaggio è continuato in Marocco: «Su una delle strade che da Ouarzazate portano nel deserto c’è una stazione di benzina anni Cinquanta. È stata costruita per il remake dell’horror Le colline hanno gli occhi (2006) di Wes Craven del 1977, ambientato in New Mexico. Ora ci vive un senzatetto con il suo cane». La stazione fantasma è al centro del film della Di Martino, ma ci sono anche due bambini, che recitano, tra le rovine dei set, battute da Lawrence D’Arabia, Kundun e Le colline hanno gli occhi: «È un po’ come se quelle battute fossero sempre nell’aria» dice la regista. «I bambini li ho trovati per caso, sono allievi di una piccola scuola di recitazione di Skoura, una kasbah nei paraggi. L’uomo che suona il flauto è il loro insegnante». Di Martino è appena tornata da Marrakech: «Ho fatto un casting di piscine. Sto per realizzare il mio primo lungometraggio, remake di Il Nuotatore, film del 1968 con Burt Lancaster, tratto dal racconto di Cheever». Il protagonista sarà Filippo Timi, con cui la regista collabora da sempre (e che ha cantato, in un’epica scena del mediometraggio The show Mas go on (2014), una versione riscritta di Perfect Day di Lou Reed immerso fino al collo nella pila di mutandoni del grande magazzino romano). Marrakesch è molto diversa da Ouarzazate: «Vorrei riambientare la storia nel milieu dei ricchi espatriati che vivono lì. Sono soprattutto russi e francesi, costruiscono senza sosta. Come ha detto un’amica che vive qui: se non ci fosse di mezzo l’Atlante ci troveremmo con un’unica distesa di piscine e campi da golf da Marrakesh fino al Sahara». 

Questo reportage è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 3 aprile 2015

aprile 5, 2015. Tag: , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Joe Sacco, intervista

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Joe Sacco non ama il termine graphic novels, preferisce chiamarli comics, fumetti. Come quando erano considerati arte per bambini, o al massimo per adolescenti, molto prima che i piccoli focolai di cultura sotterranea disseminati nel mondo si accendessero nella rete come tante lampadine, facendoci rendere conto che un po’ underground lo eravamo tutti.

Sacco, 54 anni, in fatto di stile deve moltissimo al mitologico Robert Crumb. Nato a Malta, cresciuto in Australia e poi negli Stati Uniti, ha lasciato perdere avventure erotiche e psichedeliche, dedicandosi invece al reportage dalle zone di guerra: «L’idea è venuta per caso. Dopo la laurea in giornalismo non riuscivo a trovare un lavoro interessante in una redazione. Così ho cominciato a disegnare fumetti», ci ha raccontato dalla sua casa di Portland, Oregon. «Volevo però occuparmi di quello che accadeva nel mondo, in particolare in Medio Oriente, così sono partito. Una volta lì mi sono accorto di lavorare come un giornalista, intervistando le persone e raccogliendo dati. Stavo facendo qualcosa di diverso dal semplice resoconto delle mie esperienze. Non c’è stato nulla  che abbia deciso a tavolino, la mia spinta a creare reportage a fumetti si è sviluppata in modo organico, sul campo».  Il risultato dei primi viaggi di Joe Sacco, tra il 1991 e nel 1992, è raccolto in due volumi usciti in Italia nel 2006 con il titolo Palestina. Una nazione occupata (Mondadori). È stata poi la volta della guerra in Bosnia, con quello che forse è il suo capolavoro, ormai purtroppo introvabile, Gorazde. Area protetta (Mondadori, 2006).  E poi ci sono i reportage brevi, come quelli dall’India, in cui Sacco racconta la vita segnata dalla superstizione degli appartenenti alle caste più basse, o dall’Iraq.

Nei suoi disegni ci sono guerra, povertà e dolore, temi non usuali per il fumetto: «In realtà sono argomenti che molti hanno trattato prima di me», spiega Joe Sacco. «Mi viene in mente subito Art Spiegelman, che in Maus ha raccontato la storia di suo padre deportato e sopravvissuto ad Auschwitz. Un’altra cosa a cui non si pensa è che i disegni hanno avuto per secoli valore di reperti storici, come nel caso di Goya con la serie i Disastri della guerra. È solo che a un certo punto sono stati soppiantati dalla fotografia». C’è molto testo nei lavori di Sacco, ma c’è qualcosa che il disegno può raccontare meglio delle parole? « I disegni sono in grado di ricreare l’atmosfera di un posto, la sensazione di esserci. Se uno scrittore sottolinea troppe volte che un luogo è coperto di fango finisce per essere pedante. Ma se nei disegni il fango è sempre lì, come sfondo di ogni vignetta, ecco che il lettore ha esattamente il senso del luogo che sto cercando di raccontare. Inoltre il disegno parla una lingua comprensibile da tutti: spesso ho usato i miei primi libri per conquistare la fiducia di gente che volevo intervistare. Se mi fossi presentato con un articolo di giornale non sarebbe servito a molto». Ci è voluto coraggio. I fumetti non erano ancora così di moda, e per molto tempo nessuno, tra giornali e case editrici, è stato disposto a investire nei viaggi di Sacco. Lui dormiva a casa dei protagonisti delle sue storie, nelle baracche dei campi profughi, andava a bere con i colleghi inviati dei grandi giornali nei bar degli alberghi, raccoglieva voci e immagini e scriveva tutto, a mano, con la grafia fitta e minuta, su un grande quaderno dalla copertina nera. Nelle sue storie lui c’è sempre. Si disegna con le labbra sporgenti, il cappellino e gli occhi nascosti dietro lenti da vista bianche: «Quando ho iniziato a fare fumetti disegnavo storie autobiografiche, come quasi tutti i giovani cartoonist. E così quando mi sono messo a lavorare al libro sui palestinesi l’ho pensato nello stesso modo, come la storia dei miei viaggi e del mio incontro con delle persone. Solo più tardi mi sono reso conto che il mio personaggio serviva a chiarire al lettore che la storia che stava leggendo era raccontata attraverso il mio sguardo. Non ho mai avuto la pretesa di essere onnisciente, né di essere oggettivo. Mi interessa di più mostrare che dietro il mio lavoro c’è un essere umano, e come questo approccio mi abbia permesso di conoscere intimamente le persone che mi hanno raccontato le loro storie. Il narratore in prima persona mi sembra onesto, ti ricorda sempre che il giornalismo non può usare altro che lenti soggettive e imperfette per raccontare il mondo».Gli argomenti scelti da Sacco non sono facili da affrontare e una qualche forma di censura deve averla subita. Il suo primo libro Palestine ha vinto nel 1996 l’American Book Award, eppure sembrano esserci pochissime recensioni dell’epoca negli archivi della rete.  In ogni caso Joe Sacco negli ultimi anni ha rivolto lo sguardo su problemi geograficamente più prossimi, come nel caso del libro firmato con il giornalista premio Pulitzer Chris Hedges sulla povertà negli Stati Uniti, Days of destruction, days of revolt (2012).E su altri più lontani nel tempo, come nel suo ultimo lavoro, La grande Guerra (Rizzoli Lizard, 2014): un libro che è un’unica tavola lunga più di sette metri, un’opera panoramica muta che ricostruisce minuziosamente la battaglia delle Somme del 1 luglio 1916 che è diventata il simbolo del potere di distruzione, universale, di tutte le guerre: «Sto lavorando a un fumetto sulla Mesopotamia, sono stato a lungo ossessionato dal Medio Evo e dal mondo antico» ha scritto parlando di questo libro. «Mi sento vicino alle persone di cui leggo nei libri di storia. Per me si tratta sempre di persone viventi, persone che semplicemente non sono più con noi». Forse due talenti sono troppi da portare avanti per sempre, e Sacco sembra aver fatto una scelta: «È stato un sollievo non dover pensare alle parole. Ho passato moltissimo tempo facendo giornalismo, e mi interessa tutt’ora, ma credo che il lato artistico voglia prevalere».  Presto dovrebbe arrivare anche un libro sui Rolling Stones, annunciato ma non ancora realizzato. E finalmente non ci sarà più bisogno di specificare che alla fine si tratta solo fumetti, da riporre nel lato B della storia.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 6 febbraio 2015

febbraio 14, 2015. Il venerdì, Joe Sacco, Mondadori, Rizzoli, Robert Crumb. Lascia un commento.

John Cheever, Le lettere

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Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).

Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e l’Ovidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni. In Italia il suo nome, fino qualche tempo fa, non era molto noto, anche se Cheever aveva vissuto per un anno a Roma nel 1957, ne aveva scritto e vi era nato il suo figlio minore Federico (i suoi primi romanzi, usciti in quegli anni, furono pubblicati in Italia da Garzanti e Longanesi. Poi riscoperti, a partire dal 2000, da Fandango). Cheever,  troppo giovane per sentirsi parte della lost generation di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, troppo vecchio per essere annoverato tra i cantori della liberazione sessuale al maschile, come Philip Roth o John Updike, era riuscito a mantenere fino all’ultimo, agli occhi del mondo, la propria immagine di aristocratico wasp, padre di famiglia sposato per quarant’anni con la stessa donna, amante dei cani Labrador, delle passeggiate in campagna e delle camicie azzurre di Brooks Brothers.

Ma è anche un altro l’uomo che viene fuori dalla corrispondenza. E dai diari, usciti in Italia per la prima volta nel 2012, tradotti da Adelaide Cioni, con il titolo Una specie di solitudine.I diari testimoniano come Cheever fosse consapevole, e sempre di più man a mano che li scriveva, di stare mettendo in atto il raffinato artificio di mettersi a nudo: «Quando un autore affermato tiene un diario» scrive Tommaso Pincio nella postfazione alle Lettere, «non scrive soltanto per se stesso. A meno di mettere in conto di distruggerli, sa che i suoi pensieri intimi possono diventare materiale per un libro postumo. Cheever non distrusse nulla né chiese ai suoi cari di farlo, anzi sollecitò uno dei suoi figli a leggere i suoi diari. Possiamo dunque pensare che in essi abbia messo cose che non poteva dire apertamente in vita, ma che non voleva tenere segrete per sempre». I segreti di Cheever avevano a che fare soprattutto con il sesso, con il contrasto tra i propri desideri, che non gli davano tregua, e le opinioni che credeva di avere: «Mio padre era un uomo di enormi e importanti contraddizioni» racconta Benjamin nella sua prefazione che, insieme con le note, ne fa un libro nel libro. «Fu un adultero che scrisse convincenti elogi della monogamia. Fu un bisessuale che detestava qualunque segno di ambiguità sessuale. Da ragazzo ignoravo il significato della parola “omofobico”, ma sapevo cosa volesse dire “checca” e la sentii usare». Ecco cosa scrive nei diari, in una pagina senza data dei tardi anni Cinquanta: «Pranzo al Plaza. C’è Truman Capote nella Oak Room. Ha la frangia tinta di giallo, la voce da bambina, la risata da baritono, e sembra un appariscente cocotte maschio. Chissà quanto tempo ci perde, d’altro canto deve essere un modo molto limitato di muoversi nella vita». Cheever invece ha vissuto molte vite, una dentro l’altra, soffrendo ma anche divertendosi molto, e di certo amandole tutte. Per capirlo basta leggere in parallelo la narrativa, i diari e le lettere: tre binari che alla fine si ricongiungono, nonostante la malattia degli ultimi anni, in una sorta di lieto fine.

Cheever, annota Pincio, nei diari è un uomo che sa di essere guardato. Nelle lettere, che non desiderava fossero rese pubbliche e di cui infatti non aveva mai conservato le minute (sono state recuperate tra i destinatari), è impegnato a sedurre donne e uomini, a congratularsi con gli scrittori amici come John Updike e Saul Bellow, e a invidiarli e denigrarli dietro le spalle, a volte a colpirli con frecciate sottili. Come nel caso dell’aneddoto su Philip Roth, raccontato da Blake Bailey nella biografia, minuziosa fino all’ossessione, che ha dedicato a Cheever nel 2009. All’uscita del romanzo Bullet Park (1969) Roth gli aveva scritto una lettera enumerando le pagine del libro che gli erano piaciute di più. La risposta di Cheever era stata più o meno questa: «Grazie per avermi scritto i numeri delle pagine. Sono andato a rileggere tutte. Io ho trovato Portnoy grandioso, dalla prima pagina fino all’ultima». Le lettere sono il luogo dove Cheever abbassa la guardia, e le tragedie della sua vita prendono la piega di tragicommedie: «Vorrei vivere in un mondo in cui non ci siano omosessuali ma immagino che in Paradiso ve ne siano tantissimi», scrive in una lettera del 1968 alla amica e traduttrice in russo Tanya Litvinov. John Cheever, tra le altre cose, ha saputo descrivere la felicità come pochi altri: «I bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini» scrive ne I gioielli dei Cabot (1972), «ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra».

E poi c’è Falconer (1977), forse il suo lavoro di narrativa più bello. Cheever era nato con il dono di creare storie avvincenti mettendo insieme piccoli dettagli. Da bambino, a Quincy in Massachussets,  frequentava una scuola anti-autoritaria e si racconta che la maestra, se la classe si comportava bene, la premiasse con una storia improvvisata da John. Da adulto, pur guadagnandosi da vivere soprattutto con i racconti rassicuranti che piacevano al New Yorker dell’epoca (una rivista elegante, ma per famiglie) Cheever sapeva di valere molto di più. E nonostante il gin, il whisky, le birrette, le faticose e quasi mortali alternanze di sbronze e dopo-sbronze, era riuscito a non smettere mai di sperimentare. Cheever aveva iniziato a buttare giù Falconer quando ancora beveva, nel 1975. Poi, a sessantatré anni, ormai sul punto di schiattare e con nessun organo che funzionava a dovere, si era disintossicato. Ed era riuscito a finire il libro: l’epopea di un brav’uomo, il professore universitario Farragut, in galera per l’omicidio del fratello; eroinomane; bramosamente innamorato di un galeotto sexy e approfittatore (Si sedette nella cuccetta e prese nella mano destra l’oggetto più interessante, più mondano, più sensibile e più nostalgico che c’era nella cella, scrive a proposito del sesso del protagonista). Falconer è a conti fatti la storia di una liberazione in prigione, un po’ come la vita del suo autore: «Alla soglia dei settanta» racconta il figlio, «pur scrivendo lettere d’amore depravatamente oscene a più di un giovanotto (Carissimo Allan, le mie insistenze sessuali ed epistolari sono ben note. Mi auguro davvero che tu sia stato più accondiscendente con le prime…), si alzava anche alle sette del mattino e preparava il vassoio della colazione per mia madre. Vi metteva un muffin inglese, un uovo, un succo di arance fresche e un vaso di vetro con una rosa. Le portava il vassoio a letto e cercava d’infilarsi sotto coperte». In foto Cheever non sembra particolarmente bello, ha l’aria mesta e un po’ fané. Ma poi ci si imbatte su YouTube in una registrazione del 19 dicembre 1977 in cui legge una parte del racconto Il Nuotatore: «Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario». Leggendario, e con una voce perfetta per sussurrare frasi oscene.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 23 gennaio 2015

febbraio 14, 2015. Tag: , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Thomas Pynchon, La cresta dell’onda

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Forse solo Thomas Pynchon se lo può permettere, di sfornare un romanzo di quasi settecento pagine di presa in giro. Con La cresta dell’onda (Einaudi Stile Libero, traduzione di Massimo Bocchiola, pp. 670, euro 21,00), lo scrittore più misterioso del mondo (assieme alla nostra Elena Ferrante, di cui gli americani non a caso vanno pazzi) torna con un libro che è la parodia di una detective-story, con infiniti dettagli di satira di costume, citazioni di cultura popolare e una miriade di personaggi che sbucano istericamente come in un cartone animato. Ma non è tutto. La vicenda si snoda, o si annoda, a New York a partire dalla primavera subito prima dell’11 settembre.

Anche se all’innocenza del sogno americano Pynchon sembra non averci mai creduto, qui si diverte a raccontare l’adolescenza dell’epoca che stiamo vivendo adesso, quando la Rete assomigliava più a una lolita tentatrice che non al mostro miyazakiano della Città Incantata, pronto a inghiottire la fragile economia del secolo scorso per risputarla come un mucchio di detriti.

Il personaggio principale di La cresta dell’Onda è Maxine Tarnow, mamma separata dell’Upper West Side che accompagna i figli Otis e Ziggy a scuola per poi dedicarsi alla sua piccola agenzia antifrode, la Visti e Presi. Un giorno Maxine riceve la visita di un vecchio amico, Reg, che le suggerisce di indagare su una società di sicurezza informatica chiamata hashslingrz, a cui fa capo il ricchissimo Gabriel Ice. Meglio non dire altro, se non che presto verranno fuori cadaveri sul tetto del palazzo vicino, misteriosi arabi al lavoro su dei computer, agenti del Mossad, programmi di realtà virtuale forse accessibili dall’aldilà.

Una delle parole più usate per descrivere l’opera di Pynchon, fin dal suo esordio nel 1963 con V., è stata paranoia. E anche con questo libro l’autore fa di tutto per farci prendere la direzione sbagliata, illudendoci che si possa arrivare al fondo del complotto, a smascherare i cattivi che tramano nell’ombra per gestire il disordine mondiale. È inutile tentare una mappa. Inutile anche cercare in La cresta dell’onda la grandezza psicotica de L’arcobaleno della gravità (1973) o in Maxine Tarnow l’ingenuità romantica di Oedipa Maas di L’incanto del lotto 49 (1965). Ma non si può pretendere troppo. Se quello che si sa di lui è vero, Thomas Pynchon ha settantasette anni. Per la prima volta scrive una storia ambientata interamente a New York, dove vive da più di trent’anni: «Giuliani e i suoi amici palazzinari e le forze del moralismo suburbano l’hanno sterilizzata e disneyficata». E se è questo il grande romanzo epico del nuovo millennio, è quello che ci meritiamo.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì il 26 settembre 2014

settembre 26, 2014. Tag: , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Joan Didion

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Joan Didion, la scrittrice che ha passato l’adolescenza a battere a macchina i passaggi migliori di Hemingway, e dalla quale Bret Easton Ellis ha dichiarato di aver rubato tutto, compirà ottant’anni il prossimo 5 dicembre.

Per quel che si sa, vive sola nel grande appartamento di Manhattan che divideva con il marito. Ha lasciato, con eleganza, che il suo viso invecchiasse senza toccarlo. Vi si intravede l’antica bellezza, immortalata da fotografie nella casa di Malibù negli anni ’60: sottile e vestita di bianco, gli occhiali da sole, la sigaretta in mano e un drink appoggiato da qualche parte sulla balaustra con vista sull’Oceano.

Ciò che le è accaduto negli ultimi anni Didion lo ha raccontato in L’anno del pensiero magico (Il saggiatore, 2005), che ha vinto il National Book Award, e in Blue Nights (2011), due memoir che descrivono la reazione alla morte improvvisa del marito John Dunne, e poi della figlia adottiva Quintana Roo dopo una serie di strane malattie; libri straordinari sul lutto, l’amore e la memoria. Sul fatto che alla fine devi accettare l’idea che forse non sei stata una buona madre, o che il luccichio dei momenti felici lo riconosci davvero solo quando è tardi, vedendolo in fotografia.

Ma nel 1984 tutto questo era ancora lontano. Nell’anno in cui morivano Truman Capote e Julio Cortàzar, La fiera delle vanità di Tom Wolfe iniziava a uscire a puntate su Rolling Stone e Joan Didion pubblicava Democracy.Democracy (Edizioni E/O traduzione di Rossella Bernascone, pp. 224, euro 14,50), è il quarto romanzo di una scrittrice che è tra i nomi più importanti del giornalismo letterario. Nata a Sacramento in California, si trasferisce a New York verso la fine degli anni ’50. Lavora a Vogue, dove pubblica i primi saggi: «Una volta» scrive in Sul rispetto di sé (1961), «in una stagione secca, scrissi a grandi lettere su due pagine di un quaderno che l’innocenza finisce quando veniamo privati dell’illusione di piacere a noi stessi».

C’era già, fin dall’inizio, lo sguardo capace di osservare le cose da una distanza malinconica, lo sguardo di una persona troppo disincantata per assistere con entusiasmo al fiorire delle controculture, troppo intelligente per aderire a uno slogan; forse certa solo del fatto che la verità è un’entità troppo privata e sfuggente per essere affidata a qualcosa di meno solido della sintassi.

Poco a suo agio con le persone, Joan Didion sposa nel 1964 lo scrittore e sceneggiatore John Gregory Dunne, l’amore della sua vita: «Hanno avuto un matrimonio superbo durato quarant’anni», ha scritto Dominick Dunne, il fratello di John, «erano perfettamente assortiti. Ognuno finiva la frase dell’altro. Cominciavano ogni giornata con una passeggiata a Central Park».I Didion-Dunnes, come avevano cominciato a chiamarli gli amici, si trasferiscono in una casa sulla spiaggia vicino a Los Angeles e adottano, ancora neonata, la figlia Quintana. I racconti e le immagini di quel periodo danno l’idea di un’estate lunga due decenni. La coppia lavora a sceneggiature per il cinema, e ognuno è il primo lettore degli articoli e dei libri dell’altro. Sono gli anni in cui Joan Didion mette insieme le pagine migliori della sua carriera; affreschi di costume, cultura e politica raccolti nei volumi Verso Betlemme del 1968 (Il saggiatore, 2008) e White Album (1979), ancora inedito in Italia.

I due tornano a New York nei primi anni ’80, quando la figlia va al college. È allora che Didion comincia a lavorare a Democracy. Ha raccontato che fin dalla stesura del primo romanzo Run,River (1964) avrebbe voluto sperimentare tecniche diverse, come accelerazioni cronologiche e salti temporali. Allora aveva lasciato perdere, ma è proprio questo che fa adesso con Democracy, dimostrando una maestria impressionante. La scrittrice Mary McCarty, nella sua recensione sul New York Times del 1984 lo aveva definito come «Una sorta di puzzle, ipnotizzato dal cinema». Democracy, tra echi di personaggi femminili fitzgeraldiani e minimalismo alla Carver (Cattedrale era uscito l’anno prima) è insieme storia d’amore, spy-story, ritratto di una certa società che si lascia vivere bevendo alcolici a bordo piscina tra le Hawaii e il Sud-est asiatico, e riflessione sulla politica americana alla fine della guerra del Vietnam. L’autrice comincia infatti a pensare al libro nel 1975, mentre tiene un corso a Berkeley: «Volevo dimostrare», avrebbe detto anni dopo «che si poteva scrivere una storia d’amore e parlare della caduta di Saigon, o dell’Irangate».

Cresciuta dai suoi genitori come una «californiana repubblicana e conservatrice», nel 1964 aveva votato per Barry Goldwater, avversario di Lyndon Johnson, per poi dichiarare, orgogliosamente, di essere stata la prima nella sua famiglia ad aver preso la tessera del Partito Democratico. Dal 1988 in poi Didion ha scritto molto di politica, seguendo le campagne presidenziali per la New York Review of Books: «Non ero mai stata a una convention prima, non sapevo quasi niente di politica interna», ha detto.

Sembra chiaro che desiderava, ancora una volta, superare i confini della sua scrittura. E quelli imposti dalla visione della società nei confronti delle donne che scrivono: «Quando ho iniziato, lo scenario in cui si muoveva un romanziere era fatto di grandi bevute, mogli, guerre, Africa, Parigi. Una donna invece era spesso percepita come una specie di reclusa o di invalida, come Flannery O’Connor o Carson McCullers. I romanzi delle scrittrici tendevano a essere descritti, a partire dagli stessi editori, con la parola sensibilità». Non è facile definire con una parola il lavoro di una persona che è riuscita a trovare, in tutte le case e gli alberghi in giro per il mondo, una scrivania per lavorare ogni giorno. Probabilmente anche in questo momento è seduta lì. Una donna di settantanove anni al suo tavolo, nella grande casa di Manhattan, che non smette di cercare la parola perfetta.

settembre 25, 2014. Tag: , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Lui sa perché

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I ringraziamenti alla fine dei romanzi sono come attori che fanno l’inchino dal palco a una platea di sedie vuote, hanno un sapore di

auto-indulgenza e vanagloria.

Eppure sembra che nessuno, dagli scrittori affermati agli esordienti che si affidano a editori a pagamento, riesca a farne a meno.

La vanità, si sa, è roba di tutti, ma se c’è chi si limita a tre righe, altri riempiono pagine e pagine di dediche alla mamma, al maestro delle elementari, al cane, a Bono Vox e a quella persona che spezzandogli il cuore ha seminato l’idea per il nuovo grande romanzo italiano.

È a loro che devono aver pensato Carolina Cutolo e Sergio Garufi per mettere insieme Lui sa perché  (con prefazione di Stefano Bartezzaghi e un contributo di Umberto Eco, Isbn, pp. 204, euro 14,00), antologia ironica di ringraziamenti tratti dai libri usciti in Italia negli ultimi vent’anni e suddivisi per categorie.

Ci sono iTolemaici: «Lo scrittore tolemaico, centro immobile del proprio universo, usa l’espressione della riconoscenza quasi adombrando il ringraziato-satellite e anzi ponendo decisamente se stesso sotto i riflettori», i Mani Avanti: «Sentono il bisogno di dichiarare che i ringraziamenti sono uno strumento fasullo e narcisista salvo poi far seguire a questa premessa duemila battute di gratitudine», e poi, tra gli altri, i V per Vendetta, i Nostalgia Canaglia e i Come se fosse Antani (dall’indimenticabile Ugo Tognazzi di Amici Miei di Mario Monicelli). 

Insomma, se i modi di dire grazie sono molti, il risultato è quasi sempre lo stesso: «Una passerella, stretta, precaria e un po’ patetica», scrive Bartezzaghi nella prefazione, «fra chi parla nel libro e chi parlerà del libro, e fuori dal libro l’autore restituito al suo corpo, ai suoi abiti e alla sua pettinatura; la persona in carne e ossa che, pubblicato il libro, dovrà inseguire e conseguire la propria «visibilità».

Non è facile dire quando abbia iniziato a diffondersi il contagio di questa mitologia dell’autore letterario; quando, in certi ambienti, scrivere un romanzo sia diventato più prestigioso, più fico, che recitare in un film o incidere un disco. Forse è qualcosa che ha a che fare con i crediti, in felicità e amore, che ognuno di noi in qualche modo sente di avere con la vita.

Non a caso Garufi, nel suo saggio, afferma: «La letteratura è  essenzialmente uno spietato regolamento di conti».

La materia, insomma, è delicata.

Sembra che gli autori abbiano faticato a trovare un editore con il coraggio di pubblicare Lui sa perché, anche se il libro ha un apparato critico di tutto rispetto. Per non dire delle definizioni di Carolina Cutolo, che hanno la scintilla della comicità intelligente, quella in cui si ride del mondo mettendoci dentro prima di tutto se stessi.

Certo, a qualcuno trovarsi nel libro farà l’effetto della propria immagine riflessa in uno specchio a lente di ingrandimento, il piccolo trauma dello scoprire difetti che non sapevi di avere.

Basta non dimenticare che il pubblico, intanto, si sta divertendo moltissimo.

settembre 25, 2014. Tag: , , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

Irvine Welsh, Trainspotting e le gemelle siamesi.

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Sembra impossibile che sia lo stesso uomo che prendeva un personaggio di Trainspotting e lo faceva immergere nella latrina del peggior bagno pubblico della Scozia a ripescare due supposte di morfina ad affermare oggi: «Quello che più amo è andare in giro per musei, ammirare i paesaggi, fare sport la mattina presto».

Eppure dice proprio così Irvine Welsh, al telefono dagli Stati Uniti, dove vive da cinque anni con la moglie americana Elizabeth, dividendosi tra Chicago e Miami.

Ed è nel quartiere di South Beach a Miami che Welsh ha ambientato il suo nono romanzo, La vita sessuale delle gemelle siamesi (Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola, pp. 450, euro 18,50): «Un pomeriggio ero in palestra», racconta Welsh, «quando ho notato questa donna, abbastanza sovrappeso, che si allenava con una personal trainer. A un certo punto la trainer ha cominciato a urlarle in faccia e lei si è messa a piangere. Ho pensato: “Sta perfino pagando per questo trattamento”. Così è nata l’idea per il libro».

Voce narrante della storia è Lucy Brennan, allenatrice bisessuale con una preferenza per le donne; ossessionata da dieta e arti marziali; degna nipotina dei personaggi di Trainspotting per la capacità di colpire più bersagli con una sola frase: «I pochi maschi in questa palestra sembrano di quelli che avevano già elaborato un piano per entrare nel loro liceo con il mitra e seccare tutti, ma sul più bello se la son fatta sotto», dice a un certo punto.

E poi: «La gente è talmente impaurita, rincoglionita e influenzabile che se si sente stimolata cambia canale, passando a un mondo di inutili parassite come Paris o le Kardashian, perché quelle hanno i soldi. Vogliono o immaginarsi in quella cerchia, o semplicemente guardarle mentre si fanno scopare».

Lucy diventa una celebrità dei notiziari televisivi locali la notte in cui Lena, artista grassa e triste, la riprende con il telefonino mentre sventa un omicidio. Lena chiede a Lucy di aiutarla a dimagrire, innescando una serie di conseguenze che porteranno le due ragazze molto lontano.

L’evoluzione del loro rapporto diventa inoltre l’occasione per raccontare una società completamente diversa da quella delle case popolari di Edimburgo, da cui Welsh è partito: «Per me la vita qui ha ancora un sapore esotico, non mi sono del tutto abituato» dice lo scrittore. «A volte mi chiedo cosa sia più strano, se l’abitudine scozzese di sedersi al pub a bere birra fino a stramazzare, o la mania di un certo tipo di americani per il salutismo. Ma la vera grande differenza con l’Europa è che qui tutto sembra dover passare attraverso il consumo. Diventi grasso perché consumi troppo cibo, e per risolvere la cosa non è che mangi di meno. Inizi invece a consumare altre cose, come abbonamenti in palestra, cibi speciali, attrezzature per l’allenamento».

Può sembrare una visione forse semplicistica delle cose, ma in fondo, come fa dire Irvine Welsh alla sua Lucy: « Nel mio lavoro si impara a rispettare i cliché e gli stereotipi: raramente ti raccontano palle».

Certo è strano trovarsi a parlare di palestre e tè verde con uno scrittore che, secondo la leggenda, ha passato gli anni Novanta immerso in una nebbia alcolica e stupefacente.

Vale la pena riportare il racconto del giornalista Craig McLean, che lo frequentava in quel periodo: «L’ultima volta che sono uscito con Irvine Welsh a Edimburgo», scrive, «ha cercato di baciare la mia ragazza sul taxi, davanti ai miei occhi. Poi ha cercato di fare lo stesso con Damon Albarn. E alla fine ho dovuto pagare io la corsa».

Stiamo parlando di anni in cui Londra era il centro di tutto: Kate Moss, i Blur, gli Oasis, The Face, ID, Nick Hornby, Glen Luchford, e poi l’universo underground della scena rave e techno, l’heroin chic, l’MDMA, che allora si chiamava Ecstasy: «Quei tempi mi mancano», ammette lo scrittore, «Adoravo ubriacarmi, drogarmi e fare casino. Oggi, alla terza birra mi viene sonno».

Trainspotting, uscito nel 1993, è stato definito da qualcuno come «la voce del punk diventato grande, saggio ed eloquente», e ha venduto tante di quelle copie nel mondo da aver tolto ogni preoccupazione economica al suo autore per la vita. Per non dire del film, diretto da Danny Boyle nel 1996 e presentato fuori concorso al Festival di Cannes, che ha lanciato una generazione di attori (come Ewan McGregor e Robert Carlyle) ed è considerato il miglior film scozzese di tutti i tempi: «Che posso dire», commenta Welsh, «qualsiasi scrittore sogna il successo, scrive per vendere i propri libri. Se lo negassi sarei un bugiardo».

Certo, quando un’opera prima diventa subito così di culto, le cose si fanno difficili. Irvine Welsh ormai deve essersi rassegnato a sentirsi dire che certo, il libro nuovo non è male, ma vuoi mettere.

Di Trainspotting ha scritto un prequel, Skagboys (2012) e molto prima un sequel, Porno (2002), da cui forse si farà un film, sempre con la regia di Danny Boyle.

Per essere uno che è partito trasformando in romanzo parti di un diario che non parlavano di molto altro che della propria vita e dei suoi amici, Irvine Welsh di strada ne ha fatta. Tanta da arrivare a mettersi, da scozzese di mezza età, nella testa e nel corpo di una trentenne lesbica americana: «Non ho dovuto sforzarmi molto per entrare nei panni di una donna», dice, «mi è semplicemente venuto in mente il personaggio e il suo modo di parlare». E l’insistenza sulle scene di sesso? «Il sesso mi serviva per sottolineare la profondità della relazione tra Lucy e Lena, la forza del loro legame. È per questo che sono le gemelle siamesi, personaggi che restano sullo sfondo, a dare il titolo al libro».

E tutte quelle conoscenze in termini di stili di allenamento, ginnastica cardio, isometrica, squat e addominali vari? «Un tempo per documentarmi per un libro andavo in giro per bar e locali notturni», racconta Welsh, «questa volta ho parlato con gli allenatori di un fitness club. Lo so che sembra strano, ma sono sempre stato un gym-rat, un “topo da palestra”. La differenza è che una volta ci andavo a smaltire i postumi delle serate».

Tanto per restare nel tema, un po’ deprimente ma inevitabile, di come è passato il tempo, di come siamo invecchiati eccetera, gli facciamo notare che i bambini nati all’epoca di Trainspotting hanno ormai raggiunto l’età per leggere il libro e guardare il film: «Sono sempre di più i ragazzi», dice, «magari figli di amici, che mi dicono che hanno letto i miei libri e gli sono piaciuti. Eppure quando ho scritto Trainspotting lo pensavo così racchiuso dentro un’epoca che non ero certo che avrebbe retto alla prova del tempo».

Se è per questo, è ancora più strano che il suo autore abbia retto alla prova del tempo.

Avrebbe potuto fare come tutti quelli che si bruciano in fretta, lasciando dietro di sé un disco, un libro, una memorabile interpretazione in un film. E a proposito di film, viene in mente Una vita al massimo, diretto nel 1993 da Tony Scott. Parafrasando il motto del protagonista si potrebbe dire: «Vivi al massimo, muori vecchio e lascia di te un bel cadavere».

In questo caso, Irvine Welsh ha capito tutto.

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 4 luglio 2014

agosto 3, 2014. Uncategorized. Lascia un commento.

Emmanuel Carrère, tra Parigi e la Russia

 

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Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno». Verrà fuori che, durante l’occupazione, ha collaborato come traduttore per i tedeschi e che nel 1944 un gruppo di uomini armati verrà a prenderlo a casa e di lui non si saprà più niente: «Mia madre mi aveva chiesto di non parlare di questa storia», spiega Carrère, mentre prepara il caffè nella cucina dell’appartamento nel bel palazzo nella zona nord-est di Parigi che divide con la moglie e la figlia di sette anni, «ma non ho potuto darle ascolto, portare alla luce questi segreti è stata una grande liberazione». Sembra che la madre non gli abbia rivolto la parola per molto tempo, ma è un rischio che si corre, a scrivere di persone vere.

Come nel caso di Limonov (Adelphi, 2012), la biografia del dissidente e scrittore russo che è forse il suo libro di maggior successo. Eduard Limonov, che tra le altre cose aveva sognato di diventare uno scrittore famoso ma era riuscito solo a conquistarsi una piccola fama come autore vagamente di culto, è stato felice del libro, di essere una star internazionale, anche se con le parole di un altro.

Chi se l’è presa è stato invece un personaggio minore, lo scrittore quarantenne Zachar Prilepin, autore di tre romanzi e militante del Partito nazionalbolscevico, di cui Carrère aveva scritto: «Onesto, coraggioso, tollerante, uno che guarda la vita come guarda le persone, dritto negli occhi». E poi: «È uno scrittore eccellente, serio e delicato, i suoi libri sono tradotti e li consiglio vivamente». A sentir nominare Prilepin, Carrère ride: «Su un quotidiano russo è uscita una sua recensione al mio libro. In poche parole dice che sono un bastardo e un traditore perché ho scritto che Limonov, a New York, ha fatto sesso con degli uomini. La cosa mi diverte, soprattutto perché sono cose ha raccontato lo stesso Limonov nei suoi romanzi».

Molto diverso deve essere stato affrontare la reazione dell’uomo al centro di L’avversario, Jean-Claude Romand, che nel 1993 ha ucciso la moglie, i figli e i genitori perché non scoprissero che non aveva un lavoro ed era pieno di debiti: «Ho raccontato la sua storia partendo da un’idea che mi ossessionava, l’immagine di un padre che cammina nei boschi», racconta Carrère, seduto su uno dei due vecchi e morbidi divani in pelle nel suo studio con le grandi finestre, «intorno c’è solo neve; l’uomo ha un segreto assurdo e terribile, di cui non può parlare a nessuno».

È stato un libro difficile da mettere insieme: «Volevo scriverlo, ma non sapevo da dove cominciare. Avevo cercato di contattare Romand in carcere ma senza successo, forse anche perché gli avevo mandato da leggere la mia biografia di Philip Dick che si intitola, me ne sono reso conto troppo tardi, Io sono vivo e voi siete morti».

Carrère scrive allora La settimana bianca (1995) un breve romanzo dell’orrore, che esce il 7 maggio nella nuova edizione di Adelphi: «L’avversario e La settimana bianca sono gemelli», spiega, mentre il discorso in qualche modo torna alla Russia: «In quel periodo cercavo di imparare di nuovo la lingua che usavo con mia madre da bambino e leggevo un racconto di Čechov intitolato La steppa. Sono pagine in cui non succede quasi niente, c’è un ragazzino che vive in un paesino remoto e viene mandato in una grande città per studiare. C’è la descrizione del suo viaggio con lo zio verso la città, i paesaggi, la neve, e i pensieri del bambino non sa cosa aspettarsi. Volevo ricreare questa atmosfera di angoscia ovattata». E Romand, che cosa ha detto? «Romand ha accettato di parlarmi proprio dopo aver letto il romanzo» continua Carrère «dicendo che gli aveva ricordato la propria infanzia. Anni dopo, quando sono andato a trovarlo dopo avergli mandato una copia di L’avversario, mi aspettavo che mi abbracciasse e si mettesse a piangere, oppure che avesse voglia di picchiarmi. Invece niente, non ha avuto reazioni, ha continuato a parlare del più e del meno».

Carrère sostiene di essersi sentito attratto dal caso di Romand perché, scavando nel fondo della sua storia, gli era sembrato di ritrovare qualcosa di sé.E dice qualcosa di simile anche a proposito di Limonov: «Ho pensato» scrive in uno dei passaggi più noti del libro «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di tutti noi dopo la fine della seconda guerra mondiale».

Sarebbe bello ascoltare, dalla voce di Carrère, una dissertazione su cosa unisca tutte queste cose; Limonov, noi, la Russia e la fine della seconda guerra mondiale: «Non credo di essere in grado di spiegarlo» risponde invece sorridendo  «a ripensarci, ammetto di aver fatto un’affermazione imprudente».

È un particolare che, all’interno di una biografia documentata nei minimi dettagli, appassionante per come riesce a mettere insieme un quadro della storia della Russia degli ultimi settant’anni e la potenza del singolo personaggio Limonov, testimonia il fatto che lo scrittore potrebbe aver affrontato il lavoro in un modo nuovo.

Dentro Limonov c’è infatti un ritmo che sua la scrittura non aveva mai dettato prima. Non si può dire se sia più o meno bello degli altri, Carrère in quanto a ritmo è un maestro. Però c’è qualcosa, nel libro, che da l’idea di uno che si slaccia il colletto, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di vino. Forse era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool: «È vero» spiega «mi sono lasciato andare a un ritmo diverso, ma questo è dipeso soprattutto da Limonov, dal suo modo di essere e di parlare, è lui che ha dato il tempo al libro. In ogni caso, e credo che si intuisca, è un libro che mi sono divertito a scrivere, anche se alcuni passaggi della vita di Eduard mi hanno disgustato, come la sua partecipazione al fianco dei militari serbi nella guerra dei Balcani, nei primi anni ’90. Quando sono arrivato a quei capitoli ho lasciato il libro da parte per un anno».

È difficile farsi un’idea precisa di Limonov: l’autore detesta alcune sue posizioni politiche e molte delle cose che ha fatto, però allo stesso tempo lo stima, è affascinato dal suo modo di essere. A parte questo, si può dire che forse è il primo personaggio non borghese di cui scrive? «È normale che io abbia scritto sempre di un certo ambiente» dice  «perché è lo stesso in cui sono nato e cresciuto. È vero, con Limonov ho parlato di un mondo diverso, ma lo avevo già fatto in Vita come un romanzo russo, con le persone che ho incontrato andando a girare il documentario a Kotelnic, nella provincia russa». Forse perché, in un paese come la Russia, non esiste ancora una vera classe media? «Esiste invece, ma è sempre molto piccola, e si trova solo nelle grandi città» risponde Carrère. «È uno strato minuscolo della società: intellettuali, scrittori, giornalisti, editori. Penso che la crescita di questa classe media sarebbe una delle cose migliori che potrebbe accadere alla Russia oggi. Per ora ci sono gli oligarchi, incredibilmente ricchi, e poi i poveri, che si sentono perduti, traditi dalla fine del comunismo. E che votano in massa per Putin». A sentirlo dire così, sembra che dalla caduta del comunismo non sia cambiato molto: «È cambiato moltissimo invece» continua, «ora c’è la libertà di dire e fare più o meno quello che si vuole, a patto di non occuparsi di politica. La politica è riservata al potere. Se provi a entrarci devi essere un buon apparatcik, altrimenti ti capita quello che è capitato a Khodorkovskij, o a Limonov in un altro modo: vieni sbattuto in galera». Se Balzac fosse vivo oggi cosa racconterebbe a proposito dei piccoli burocrati che si sono trasformati nei nuovi ricchi?  «Non lo so, quello che è certo è che ancora nessuno, in Russia o all’estero, ha scritto un grande romanzo su questo argomento».

Fuori dalle finestre dello studio di Carrère la luce sta cominciando a cambiare, si è fatto tardi, ma lui non sembra infastidito: ««Questa intervista è capitata al momento giusto» dice «ho appena finito di scrivere un libro, mi sento sollevato. Negli ultimi due anni ho lavorato a questo, e alla sceneggiatura della serie tv Les Revenants (che andrà in onda su Sky Atlantic in autunno, ndr). Nella serie ci sono dei morti che tornano indietro. Ma non sono zombie, non sono fantasmi, non hanno niente a che vedere con quello a cui ci ha abituati la tradizione horror. Con l’autore Fabrice Gobert abbiamo provato a considerare la cosa realisticamente: come reagiremmo, quali sarebbero i primi gesti, le prime parole da dire». Pensando a come lavora lo scrittore, alle gestazioni lunghissime dei suoi libri, le sceneggiature devono essere quasi una passeggiata: «È appassionante lavorare alle storie per la tv, mi piace molto. L’unico problema e che, se sei abituato alla totale libertà della scrittura di un libro, dopo un po’ non riesci a sopportare che un produttore o dirigente del canale televisivo, magari un ragazzo dell’età di tuo figlio, ti dica cosa puoi o non puoi mettere in una sceneggiatura». Anche questo lo racconta sorridendo. Eppure passa per essere stato un uomo irruente, facile da infastidire. Ma questo era tanto tempo fa, quando i fantasmi, nel cuore di Carrère, non avevano ancora lasciato il posto al battito russo.

 

Questo articolo è uscito il 4 aprile 2014 su Il Venerdì di Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giugno 17, 2014. Tag: , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.

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