Ouarzazate, Marocco: il set nel deserto.

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A guardia delle antiche mura di Gerusalemme c’è un uomo con un cagnolino bianco male in arnese che abbaia alla polvere sollevata dalle ruote del nostro fuoristrada. Non siamo in Israele ma nel Sudest del Marocco, nel deserto nei pressi di Ouarzazate, pendici dell’Atlante dal lato opposto di Marrakech. È il confine del Sahara, tutto intorno è terra che scintilla di riflessi rossi sotto il sole e, a marzo, l’aria fresca porta con sé atomi di ossigeno grandi il triplo di quelli cittadini. La parte più nuova della città è fatta di costruzioni a due piani, tutte uguali e leziose: se ci si dimentica per un attimo di essere in Africa viene in mente Santa Teresa di Gallura, e dietro ogni curva ci si stupisce di non trovare il mare. Ma l’orizzonte lo segnano le montagne, con le cime bianche di neve semi nascoste tra le nuvole. Lungo la strada principale di Ouarzazate le rotatorie sono decorate con brutte sculture dedicate al cinema, come un grosso ciak o un mega rotolone di pellicola di plastica argentata. Non è strano, perché l’economia di questa città, costruita dai francesi nel primo Novecento, gira intorno alle produzioni internazionali che negli anni l’hanno scelta come location, per riprodurre la  Palestina, l’Arizona, l’Antica Grecia, l’Afghanistan, la Persia e, qualche volta pure l’Africa del nord. Nel tempo c’è l’ha rinominata, facendo il verso alla mecca del cinema di Los Angeles, Ouarzawood.

La Gerusalemme di vetroresina si trova appena fuori dalla periferia di Ouarzazate, lungo la Route de Marrakech (nome curioso, dato che per arrivare a Marrakech da qui bisogna scavalcare la montagna, che in macchina significa quasi quattro ore di tornanti). È nella parte più remota della piana di sassi all’interno degli Atlas Corporation Studios, fondati nel 1983 da un imprenditore marocchino che aveva fiutato l’affare. Subito dietro i cancelli c’è la riproduzione in plastica di un bimotore, l’aereo di Michael Douglas nel Gioiello del Nilo (1985). E poi catapulte, torrette, il relitto rovesciato di una nave antica. E una Ferrari, che da vicino è un blocco compatto di plastica rossa. Come una gomma enorme, masticata e sputata infinite volte dal vento del Sahara nel corso degli anni. Questa Gerusalemme è in piedi dal 2005, costruita per Le crociate di Ridley Scott. Resiste abbastanza bene. Qualche tempo fa davanti a una delle sue porte e nei vicoli sono state girate alcune scene della terza serie del Trono di Spade (2013) e una mini-serie di National Geographic non ancora andata in onda, Killing Jesus. A poche centinaia di metri sorge un tempio egizio, set, tra le altre cose, di Asterix e Obelix – Missione Cleopatra (2002), pieno di colonne e porte dipinte con i geroglifici. E poi il palazzo tibetano del Dalai Lama, progettato da Dante Ferretti per il film Kundun di Martin Scorsese (1997). Dentro ci sono ancora, intatti, la sala del trono, i tavoli con sopra gli oggetti di scena e varie statue di Buddha: «Tutto finto, tutto finto», ripete Mohammed, un giovane studente di sociologia che ci fa da guida, battendo sui muri con le nocche.

Dante Ferretti era stato qui già nel 1967, per lavorare all’Edipo Re di Pasolini: «Silvana Mangano per il terrore di incontrare scorpioni e serpenti stava per rifiutare il film», mi ha raccontato durante una cena il regista e produttore Souehil Ben Barka, settantatreenne originario del Mali e pioniere del cinema marocchino che, a Roma negli anni Sessanta per studiare ingegneria, è restato folgorato da un set di Fellini in via Nazionale, lasciando tutto per diplomarsi al Centro Sperimentale. «Quando mi hanno presentato Federico Fellini ero emozionatissimo», dice Ben Barka, «ma lui mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto bravo, bravo, si è girato e se ne è andato». Undici anni prima di Pasolini a Ouarzazate era arrivato Hitchcock per L’uomo che sapeva troppo (1956) e poi David Lean con Lawrence D’Arabia (1962). Più tardi, nel 1975, John Houston ha girato qui L’uomo che volle farsi re, con Sean Connery, mentre Martin Scorsese ci è venuto per la prima volta nel 1988 per L’ultima tentazione di Cristo. Fa un certo effetto il contrasto tra il paesaggio senza tempo del deserto e i set cinematografici che, inevitabilmente, un minuto dopo la fine delle riprese invecchiano di colpo, trasformandosi in residui di archeologia post-moderna: «Ho passato un paio d’anni a documentare con foto e video le rovine dei set cinematografici», dice l’artista e regista Ra Di Martino, romana che ha studiato a Londra (dove ha vissuto per molti anni, prima di passarne qualcuno a New York e trasferirsi poi a Torino), autrice del film di otto minuti Copies Récentes de paysages anciens / Petite Histoire des plateaux abbandonnès, da cui sono tratte le immagini di queste pagine, che sono state esposte, tra le altre cose, alla Tate di Londra. «Ho cominciato dal deserto tunisino dove in una zona raggiungibile solo con il quad ho trovato i resti quasi sepolti da una duna di quella che era la prima casetta di Luke Skywalker in Star Wars, Una nuova speranza del 1977. Mi ha colpito come quelle rovine rappresentassero il futuro, ma come ce lo eravamo immaginato nel passato». Il viaggio è continuato in Marocco: «Su una delle strade che da Ouarzazate portano nel deserto c’è una stazione di benzina anni Cinquanta. È stata costruita per il remake dell’horror Le colline hanno gli occhi (2006) di Wes Craven del 1977, ambientato in New Mexico. Ora ci vive un senzatetto con il suo cane». La stazione fantasma è al centro del film della Di Martino, ma ci sono anche due bambini, che recitano, tra le rovine dei set, battute da Lawrence D’Arabia, Kundun e Le colline hanno gli occhi: «È un po’ come se quelle battute fossero sempre nell’aria» dice la regista. «I bambini li ho trovati per caso, sono allievi di una piccola scuola di recitazione di Skoura, una kasbah nei paraggi. L’uomo che suona il flauto è il loro insegnante». Di Martino è appena tornata da Marrakech: «Ho fatto un casting di piscine. Sto per realizzare il mio primo lungometraggio, remake di Il Nuotatore, film del 1968 con Burt Lancaster, tratto dal racconto di Cheever». Il protagonista sarà Filippo Timi, con cui la regista collabora da sempre (e che ha cantato, in un’epica scena del mediometraggio The show Mas go on (2014), una versione riscritta di Perfect Day di Lou Reed immerso fino al collo nella pila di mutandoni del grande magazzino romano). Marrakesch è molto diversa da Ouarzazate: «Vorrei riambientare la storia nel milieu dei ricchi espatriati che vivono lì. Sono soprattutto russi e francesi, costruiscono senza sosta. Come ha detto un’amica che vive qui: se non ci fosse di mezzo l’Atlante ci troveremmo con un’unica distesa di piscine e campi da golf da Marrakesh fino al Sahara». 

Questo reportage è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 3 aprile 2015

aprile 5, 2015. Tag: , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.