Joe Sacco, intervista

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Joe Sacco non ama il termine graphic novels, preferisce chiamarli comics, fumetti. Come quando erano considerati arte per bambini, o al massimo per adolescenti, molto prima che i piccoli focolai di cultura sotterranea disseminati nel mondo si accendessero nella rete come tante lampadine, facendoci rendere conto che un po’ underground lo eravamo tutti.

Sacco, 54 anni, in fatto di stile deve moltissimo al mitologico Robert Crumb. Nato a Malta, cresciuto in Australia e poi negli Stati Uniti, ha lasciato perdere avventure erotiche e psichedeliche, dedicandosi invece al reportage dalle zone di guerra: «L’idea è venuta per caso. Dopo la laurea in giornalismo non riuscivo a trovare un lavoro interessante in una redazione. Così ho cominciato a disegnare fumetti», ci ha raccontato dalla sua casa di Portland, Oregon. «Volevo però occuparmi di quello che accadeva nel mondo, in particolare in Medio Oriente, così sono partito. Una volta lì mi sono accorto di lavorare come un giornalista, intervistando le persone e raccogliendo dati. Stavo facendo qualcosa di diverso dal semplice resoconto delle mie esperienze. Non c’è stato nulla  che abbia deciso a tavolino, la mia spinta a creare reportage a fumetti si è sviluppata in modo organico, sul campo».  Il risultato dei primi viaggi di Joe Sacco, tra il 1991 e nel 1992, è raccolto in due volumi usciti in Italia nel 2006 con il titolo Palestina. Una nazione occupata (Mondadori). È stata poi la volta della guerra in Bosnia, con quello che forse è il suo capolavoro, ormai purtroppo introvabile, Gorazde. Area protetta (Mondadori, 2006).  E poi ci sono i reportage brevi, come quelli dall’India, in cui Sacco racconta la vita segnata dalla superstizione degli appartenenti alle caste più basse, o dall’Iraq.

Nei suoi disegni ci sono guerra, povertà e dolore, temi non usuali per il fumetto: «In realtà sono argomenti che molti hanno trattato prima di me», spiega Joe Sacco. «Mi viene in mente subito Art Spiegelman, che in Maus ha raccontato la storia di suo padre deportato e sopravvissuto ad Auschwitz. Un’altra cosa a cui non si pensa è che i disegni hanno avuto per secoli valore di reperti storici, come nel caso di Goya con la serie i Disastri della guerra. È solo che a un certo punto sono stati soppiantati dalla fotografia». C’è molto testo nei lavori di Sacco, ma c’è qualcosa che il disegno può raccontare meglio delle parole? « I disegni sono in grado di ricreare l’atmosfera di un posto, la sensazione di esserci. Se uno scrittore sottolinea troppe volte che un luogo è coperto di fango finisce per essere pedante. Ma se nei disegni il fango è sempre lì, come sfondo di ogni vignetta, ecco che il lettore ha esattamente il senso del luogo che sto cercando di raccontare. Inoltre il disegno parla una lingua comprensibile da tutti: spesso ho usato i miei primi libri per conquistare la fiducia di gente che volevo intervistare. Se mi fossi presentato con un articolo di giornale non sarebbe servito a molto». Ci è voluto coraggio. I fumetti non erano ancora così di moda, e per molto tempo nessuno, tra giornali e case editrici, è stato disposto a investire nei viaggi di Sacco. Lui dormiva a casa dei protagonisti delle sue storie, nelle baracche dei campi profughi, andava a bere con i colleghi inviati dei grandi giornali nei bar degli alberghi, raccoglieva voci e immagini e scriveva tutto, a mano, con la grafia fitta e minuta, su un grande quaderno dalla copertina nera. Nelle sue storie lui c’è sempre. Si disegna con le labbra sporgenti, il cappellino e gli occhi nascosti dietro lenti da vista bianche: «Quando ho iniziato a fare fumetti disegnavo storie autobiografiche, come quasi tutti i giovani cartoonist. E così quando mi sono messo a lavorare al libro sui palestinesi l’ho pensato nello stesso modo, come la storia dei miei viaggi e del mio incontro con delle persone. Solo più tardi mi sono reso conto che il mio personaggio serviva a chiarire al lettore che la storia che stava leggendo era raccontata attraverso il mio sguardo. Non ho mai avuto la pretesa di essere onnisciente, né di essere oggettivo. Mi interessa di più mostrare che dietro il mio lavoro c’è un essere umano, e come questo approccio mi abbia permesso di conoscere intimamente le persone che mi hanno raccontato le loro storie. Il narratore in prima persona mi sembra onesto, ti ricorda sempre che il giornalismo non può usare altro che lenti soggettive e imperfette per raccontare il mondo».Gli argomenti scelti da Sacco non sono facili da affrontare e una qualche forma di censura deve averla subita. Il suo primo libro Palestine ha vinto nel 1996 l’American Book Award, eppure sembrano esserci pochissime recensioni dell’epoca negli archivi della rete.  In ogni caso Joe Sacco negli ultimi anni ha rivolto lo sguardo su problemi geograficamente più prossimi, come nel caso del libro firmato con il giornalista premio Pulitzer Chris Hedges sulla povertà negli Stati Uniti, Days of destruction, days of revolt (2012).E su altri più lontani nel tempo, come nel suo ultimo lavoro, La grande Guerra (Rizzoli Lizard, 2014): un libro che è un’unica tavola lunga più di sette metri, un’opera panoramica muta che ricostruisce minuziosamente la battaglia delle Somme del 1 luglio 1916 che è diventata il simbolo del potere di distruzione, universale, di tutte le guerre: «Sto lavorando a un fumetto sulla Mesopotamia, sono stato a lungo ossessionato dal Medio Evo e dal mondo antico» ha scritto parlando di questo libro. «Mi sento vicino alle persone di cui leggo nei libri di storia. Per me si tratta sempre di persone viventi, persone che semplicemente non sono più con noi». Forse due talenti sono troppi da portare avanti per sempre, e Sacco sembra aver fatto una scelta: «È stato un sollievo non dover pensare alle parole. Ho passato moltissimo tempo facendo giornalismo, e mi interessa tutt’ora, ma credo che il lato artistico voglia prevalere».  Presto dovrebbe arrivare anche un libro sui Rolling Stones, annunciato ma non ancora realizzato. E finalmente non ci sarà più bisogno di specificare che alla fine si tratta solo fumetti, da riporre nel lato B della storia.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 6 febbraio 2015

febbraio 14, 2015. Il venerdì, Joe Sacco, Mondadori, Rizzoli, Robert Crumb. Lascia un commento.

John Cheever, Le lettere

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Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).

Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e l’Ovidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni. In Italia il suo nome, fino qualche tempo fa, non era molto noto, anche se Cheever aveva vissuto per un anno a Roma nel 1957, ne aveva scritto e vi era nato il suo figlio minore Federico (i suoi primi romanzi, usciti in quegli anni, furono pubblicati in Italia da Garzanti e Longanesi. Poi riscoperti, a partire dal 2000, da Fandango). Cheever,  troppo giovane per sentirsi parte della lost generation di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, troppo vecchio per essere annoverato tra i cantori della liberazione sessuale al maschile, come Philip Roth o John Updike, era riuscito a mantenere fino all’ultimo, agli occhi del mondo, la propria immagine di aristocratico wasp, padre di famiglia sposato per quarant’anni con la stessa donna, amante dei cani Labrador, delle passeggiate in campagna e delle camicie azzurre di Brooks Brothers.

Ma è anche un altro l’uomo che viene fuori dalla corrispondenza. E dai diari, usciti in Italia per la prima volta nel 2012, tradotti da Adelaide Cioni, con il titolo Una specie di solitudine.I diari testimoniano come Cheever fosse consapevole, e sempre di più man a mano che li scriveva, di stare mettendo in atto il raffinato artificio di mettersi a nudo: «Quando un autore affermato tiene un diario» scrive Tommaso Pincio nella postfazione alle Lettere, «non scrive soltanto per se stesso. A meno di mettere in conto di distruggerli, sa che i suoi pensieri intimi possono diventare materiale per un libro postumo. Cheever non distrusse nulla né chiese ai suoi cari di farlo, anzi sollecitò uno dei suoi figli a leggere i suoi diari. Possiamo dunque pensare che in essi abbia messo cose che non poteva dire apertamente in vita, ma che non voleva tenere segrete per sempre». I segreti di Cheever avevano a che fare soprattutto con il sesso, con il contrasto tra i propri desideri, che non gli davano tregua, e le opinioni che credeva di avere: «Mio padre era un uomo di enormi e importanti contraddizioni» racconta Benjamin nella sua prefazione che, insieme con le note, ne fa un libro nel libro. «Fu un adultero che scrisse convincenti elogi della monogamia. Fu un bisessuale che detestava qualunque segno di ambiguità sessuale. Da ragazzo ignoravo il significato della parola “omofobico”, ma sapevo cosa volesse dire “checca” e la sentii usare». Ecco cosa scrive nei diari, in una pagina senza data dei tardi anni Cinquanta: «Pranzo al Plaza. C’è Truman Capote nella Oak Room. Ha la frangia tinta di giallo, la voce da bambina, la risata da baritono, e sembra un appariscente cocotte maschio. Chissà quanto tempo ci perde, d’altro canto deve essere un modo molto limitato di muoversi nella vita». Cheever invece ha vissuto molte vite, una dentro l’altra, soffrendo ma anche divertendosi molto, e di certo amandole tutte. Per capirlo basta leggere in parallelo la narrativa, i diari e le lettere: tre binari che alla fine si ricongiungono, nonostante la malattia degli ultimi anni, in una sorta di lieto fine.

Cheever, annota Pincio, nei diari è un uomo che sa di essere guardato. Nelle lettere, che non desiderava fossero rese pubbliche e di cui infatti non aveva mai conservato le minute (sono state recuperate tra i destinatari), è impegnato a sedurre donne e uomini, a congratularsi con gli scrittori amici come John Updike e Saul Bellow, e a invidiarli e denigrarli dietro le spalle, a volte a colpirli con frecciate sottili. Come nel caso dell’aneddoto su Philip Roth, raccontato da Blake Bailey nella biografia, minuziosa fino all’ossessione, che ha dedicato a Cheever nel 2009. All’uscita del romanzo Bullet Park (1969) Roth gli aveva scritto una lettera enumerando le pagine del libro che gli erano piaciute di più. La risposta di Cheever era stata più o meno questa: «Grazie per avermi scritto i numeri delle pagine. Sono andato a rileggere tutte. Io ho trovato Portnoy grandioso, dalla prima pagina fino all’ultima». Le lettere sono il luogo dove Cheever abbassa la guardia, e le tragedie della sua vita prendono la piega di tragicommedie: «Vorrei vivere in un mondo in cui non ci siano omosessuali ma immagino che in Paradiso ve ne siano tantissimi», scrive in una lettera del 1968 alla amica e traduttrice in russo Tanya Litvinov. John Cheever, tra le altre cose, ha saputo descrivere la felicità come pochi altri: «I bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini» scrive ne I gioielli dei Cabot (1972), «ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra».

E poi c’è Falconer (1977), forse il suo lavoro di narrativa più bello. Cheever era nato con il dono di creare storie avvincenti mettendo insieme piccoli dettagli. Da bambino, a Quincy in Massachussets,  frequentava una scuola anti-autoritaria e si racconta che la maestra, se la classe si comportava bene, la premiasse con una storia improvvisata da John. Da adulto, pur guadagnandosi da vivere soprattutto con i racconti rassicuranti che piacevano al New Yorker dell’epoca (una rivista elegante, ma per famiglie) Cheever sapeva di valere molto di più. E nonostante il gin, il whisky, le birrette, le faticose e quasi mortali alternanze di sbronze e dopo-sbronze, era riuscito a non smettere mai di sperimentare. Cheever aveva iniziato a buttare giù Falconer quando ancora beveva, nel 1975. Poi, a sessantatré anni, ormai sul punto di schiattare e con nessun organo che funzionava a dovere, si era disintossicato. Ed era riuscito a finire il libro: l’epopea di un brav’uomo, il professore universitario Farragut, in galera per l’omicidio del fratello; eroinomane; bramosamente innamorato di un galeotto sexy e approfittatore (Si sedette nella cuccetta e prese nella mano destra l’oggetto più interessante, più mondano, più sensibile e più nostalgico che c’era nella cella, scrive a proposito del sesso del protagonista). Falconer è a conti fatti la storia di una liberazione in prigione, un po’ come la vita del suo autore: «Alla soglia dei settanta» racconta il figlio, «pur scrivendo lettere d’amore depravatamente oscene a più di un giovanotto (Carissimo Allan, le mie insistenze sessuali ed epistolari sono ben note. Mi auguro davvero che tu sia stato più accondiscendente con le prime…), si alzava anche alle sette del mattino e preparava il vassoio della colazione per mia madre. Vi metteva un muffin inglese, un uovo, un succo di arance fresche e un vaso di vetro con una rosa. Le portava il vassoio a letto e cercava d’infilarsi sotto coperte». In foto Cheever non sembra particolarmente bello, ha l’aria mesta e un po’ fané. Ma poi ci si imbatte su YouTube in una registrazione del 19 dicembre 1977 in cui legge una parte del racconto Il Nuotatore: «Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario». Leggendario, e con una voce perfetta per sussurrare frasi oscene.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 23 gennaio 2015

febbraio 14, 2015. Tag: , , . Uncategorized. Lascia un commento.