Superzelda

Ernest Hemingway non sopportava Zelda. La vedeva come un ostacolo alla riuscita professionale del marito Francis Scott Fitzgerald. Ecco cosa scriveva in Festa Mobile: «Zelda lo guardava e sorrideva felice con gli occhi e anche con la bocca quando lo vedeva bere. Imparai a conoscere molto bene quel sorriso. Stava a significare che lei sapeva che Scott non sarebbe stato in grado di scrivere». Ma non poteva fare a meno di trovarla affascinante: «Zelda era bellissima e abbronzata di un delizioso colore dorato e i suoi capelli erano di un bellissimo oro scuro ed era molto affabile. I suoi occhi da falco erano limpidi e tranquilli».

Se Hemingway la liquidava in poche righe, la magia degli occhi di Zelda non ha smesso di ispirare artisti, musicisti e scrittori. Anche grazie a Nancy Milford, che nel 1963 si imbarcava nell’impresa di ripercorrerne tutte le tracce, scrivendo una biografia di cinquecento pagine, uscita in Italia per Bompiani nel 1973 e mai più ripubblicata: «Non era la sua bellezza a colpire particolarmente», spiega Milford nella prefazione, «era il suo stile, una sorta di insolenza nei confronti della vita, la totale mancanza di cautela, l’impavida e traboccante fierezza». La scrittrice, allora venticinquenne, aveva viaggiato in macchina con il marito per più di millecinquecento chilometri, da New York fino all’Alabama, per trovare ancora in vita i testimoni delle prodezze dell’adolescente Zelda: «Ricordo di aver parlato con due vecchi di Montgomery», scrive, «di quella volta che lei aveva percorso la Dexter Avenue in pieno centro della città in un costume da bagno di maglia color carne con le gambe penzoloni oltre il bordo del sedile posteriore della macchina di qualcuno. Uno dei vecchi mi disse: Vede, se lo ricordi, per noi Zelda era una… una Creatrice di re».

L’unico re di Zelda fu per tutta la vita il marito Scott. Lo racconta bene il romanzo a fumetti Superzelda, scritto da Tiziana Lo Porto e disegnato da Daniele Marotta, in libreria in questi giorni edito da Minimum Fax. Con un lavoro di ricerca approfondito e lungo più di due anni tra i romanzi, le biografie, e le lettere che i due non hanno mai smesso di scriversi, Tiziana Lo Porto ha creato una sceneggiatura poetica e veritiera della vita di una ragazza che, prima di tutte le altre e da tutte subito imitata, si era tagliata i capelli corti e aveva scelto di disporre dei propri baci e del proprio destino, aveva scelto di non cucinare ma di uscire tutte le sere, anche dopo che aveva avuto una figlia. Il libro, composto di tavole in un bellissimo azzurro ghiaccio molto anni Trenta, ha come esergo una frase tratta da un articolo di Attilio Bertolucci: «Ora è venuto il tempo della sua rivincita, che salutiamo con gioia, perché a noi, dalle fotografie in circolazione e dai fatti e detti memorabili a lei attribuiti, era risultata enormemente simpatica e degna di comprensione, sembrandoci sospette la leggenda infernale di lei quanto la leggenda aurea di lui».

Tiziana Lo Porto racconta di aver visto questa citazione per caso, un pomeriggio in cui si trovava a casa e sfogliava un volume dei Meridiani dedicato al poeta. Non poteva fare altro che usarla come manifesto del suo appassionato lavoro su Zelda, lasciandole poi la parola come solo in un film o in un fumetto è possibile fare. La vediamo bambina che dice alla madre che da grande vuole andare a New York, perché: «Voglio essere io a decidere di me stessa», e poi ragazzina che alla notizia dell’arrivo della Prima Guerra Mondiale risponde: «Allora speriamo che il ballo di stasera sia magnifico». E poi ancora quando incontra il tenente del 67° fanteria Francis Scott Fitzgerald, al Country Club di Montgomery nel luglio del 1918. Dopo il primo ballo con lui, Zelda pensa: «Pareva avesse, sotto le scapole, come un sostegno soprannaturale che lo teneva sollevato da terra in un’estatica sospensione, quasi in segreto possedesse la capacità di volare».  Scott pensa: «Ci assomigliamo anche fisicamente». Da questo momento i due non si lasciano più, anche se Zelda in un primo momento rifiuta di sposarlo perché non è abbastanza ricco. Lui, ispirandosi a lei e per amore di lei, scrive il suo primo romanzo, Di qua dal paradiso, che esce nel marzo del 1919. Ha subito successo, e con i soldi delle vendite può permettersi di portarla a New York e sposarla. Gli anni che seguono sono vertiginosi, pieni di feste e fiumi di alcol, con Zelda che scrive il romanzo della propria vita e Scott che scrive il romanzo di Zelda, incarnandola di volta in volta in Rosalind Connage, e poi in Daisy Buchanan, e poi ancora in Nicole Diver.

La spensieratezza, tanto inseguita, era solo apparente. Come scriveva Christopher Hitchens in un saggio del 2003 in cui parlava di Evelin Waugh: «Per la generazione che è stata giovane tra gli anni Venti e Trenta, tra le tante domande che non avevano risposta, c’era: Quello che abitiamo è un mondo successivo o precedente a una guerra?. L’isteria repressa di quei tempi, l’eco del sangue appena versato e la premonizione del sangue che sarebbe stato versato poco dopo , non è mai stata catturata altrettanto bene, se non forse da Francis Scott Fitzgerald».

Scott scrisse due tra i più bei romanzi del ‘900, ma per lui e per sua moglie non ci fu lieto fine. Morì a Hollywood per un infarto nel 1940, a quarantaquattro anni, mentre cercava di far quadrare i conti con brutte sceneggiature. Zelda lo seguì otto anni dopo, uccisa nell’incendio della clinica psichiatrica dove era ricoverata.

Superzelda invece si chiude con una tavola degna delle migliori storie romantiche. I due sono sdraiati sul bordo di un laghetto, lui appoggia la testa tra le ginocchia di lei: «Il tuo guaio», le dice Scott, «è che non ti sei accontentata di bere alla fonte della giovinezza. Hai continuato a sporgerti dal parapetto per vedere la tua immagine finché ci sei cascata dentro e sei quasi affogata». Zelda, con un sorriso, risponde: «Non mi sporgevo per vedere la mia immagine, cercavo di ripescare te».

Questo articolo è uscito in forma ridotta per Il Messaggero martedì 3 gennaio 2012.

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dicembre 30, 2011. Uncategorized. Lascia un commento.

Christopher Hitchens 1949 – 2011

È morto ieri a Houston in Texas lo scrittore, saggista e polemista inglese Christopher Hitchens. Aveva sessantadue anni e da quasi due lottava contro un cancro all’esofago. Noto per le sue idee radicali e per il gusto della provocazione, aveva dichiarato di essersi dedicato al giornalismo anche per: «non dover fare affidamento sulla stampa per informarmi sulle cose del mondo». Non è facile riassumere la sua carriera in poche righe, perché, come è tipico di un certo giornalismo britannico, non considerava nessun argomento indegno di essere trattato. A fare la differenza era la voce, il modo intensamente razionale con cui argomentava le sue posizioni. Negli ultimi due anni si era occupato di raccontare come ci si sente se messi all’angolo da una malattia mortale. In un saggio pubblicato nell’edizione americana di Vanity Fair prima dell’estate scriveva: «Come per tutte le altre esperienze umane, la novità della diagnosi di un cancro maligno tende a sbiadire. Ci si può perfino abituare all’idea della morte, nello stesso modo in cui ci si abitua alla presenza del solito scocciatore che ti aspetta alla fine di una conferenza, speranzoso di riuscire a scambiare due parole». Le parole erano la cosa a cui teneva di più, insieme con le sigarette, lo scotch, la buona conversazione, la moglie Carol e gli amici di sempre, tra cui Martin Amis, Ian McEwan e Salman Rushdie. Richard Dawkins ha dichiarato: «Abbiamo perso il più grande oratore dei nostri tempi e un coraggioso combattente di tutti i tiranni, incluso Dio». Hitchens, con il suo lavoro, ha sempre cercato di far venire fuori la verità di personaggi che erano assurti a simboli sacri della cultura popolare. Ma è meglio usare le sue stesse parole, tratte dalla prefazione di Consigli a un giovane ribelle, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2008: «Sono stufo di leggere recensioni e critiche basate su ritagli di recensioni e critiche precedenti. Così, c’è sempre una frase, di solito un cliché di parole prese in prestito, che recita: Hitchens, tra i cui precedenti bersagli si contano Madre Teresa, la principessa Diana e Bill Clinton, adesso ha preso ad occuparsi di…». Poche righe più avanti lo scrittore spiega come lo avesse fatto soffrire vedere ridurre le sue idee, alle quali aveva lavorato tutta la vita, a una sfilza di attacchi lanciati a casaccio: «È solo una maniera subdola di emarginare le opinioni dissenzienti o di trattarle con micidiale condiscendenza». La voce di Christopher Hitchens, famosa per la potenza con cui riusciva a raggiungere le ultime file della platea di un teatro, era stata uno dei primi bersagli dalla malattia, ma aveva continuato a risuonare nella parole scritte. È in rete il suo ultimo saggio, pubblicato sempre da Vanity Fair, in cui, parlando di Friedrich Nietzsche, racconta di come la sofferenza gli avesse fatto rivedere la validità di alcuni detti, come quello, attribuito al filosofo tedesco, che recita: «Ciò che non mi uccide mi rafforza». Hitchens descrive gli effetti dolorosi della radioterapia, e si domanda se, conoscendoli in anticipo, avrebbe accettato di farsi curare: «Ci sono stati numerosi momenti in cui, mentre venivo preso a calci dal dolore e tremavo e rantolavo e bestemmiavo, ne ho seriamente dubitato. Due cose mi hanno salvato dal tradire me stesso e lasciarmi andare: una moglie che rifiutava di sentirmi parlare in questo modo inutile e noioso, e diversi amici che non hanno smesso di parlarmi con sincerità. Oh, e anche certi antidolorifici». Come scrive Ian McEwan sulla quarta di copertina della raccolta di saggi Arguably, pubblicata nel 2011 da Twelve raccogliendo i migliori tra quelli usciti sul Guardian, Slate e The Atlantic: «Se Hitchens non fosse esistito, non saremmo stati capaci di inventarlo».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero sabato 17 dicembre 2011

dicembre 17, 2011. Uncategorized. Lascia un commento.

Musica per un incendio

Avevamo conosciuto Elaine e Paul nel racconto Adulti da soli, che apriva la raccolta di A.M. Homes La sicurezza degli oggetti, uscita in Italia nel 2001 per Minimum Fax, dieci anni dopo l’edizione originale. Una coppia di quarantenni che affida i figli piccoli alla nonna, con l’idea di passare una settimana di vacanza. I due non trovano niente di meglio da fare che tornarsene a casa per osservare meglio la propria infelicità e la delusione reciproca, il corpo che cambia in peggio, con Paul che inizia a perdere i capelli e Elaine che scopre segni sempre nuovi sul viso. Non basta, perché, come si capisce benissimo dal racconto, sono specializzati nel mettersi nei guai. Perché stare male, se puoi stare peggio? Forse è per questo che l’autrice ha costruito per Elaine e Paul una prigione di più di 300 pagine, il romanzo Musica per un incendio, uscito negli Stati Uniti nel 2000 e che arriva in Italia in questi giorni, edito da Feltrinelli. Musica per un incendio è un horror familiare, un incrocio tra un Revolutionary Road degli anni ’90 e un romanzo di Stephen King. Ci sono i sobborghi per pendolari di New York, con le villette, i prati, le verande con il legno dipinto di bianco, i barbecue, i vicini con i giardini perfetti, le bambine perfette, i congelatori pieni di agnello e verdure per le cene in famiglia, i cocktail per rendere più sopportabili i party del fine settimana. E c’è la casa dove vivono Elaine e Paul, con i due figli di cui si curano poco, mentre si occupano ancora moltissimo della propria infelicità, sentendosi inadeguati alla vita che si sono costruiti. Paul tradisce Elaine con la madre di un amico del figlio, Elaine osserva il disfacimento della casa, le assi del pavimento che si sollevano, le serrature che si rompono. Fanno l’amore dicendo cose come «sono infelice, mi annoio a morte». In un momento più autodistruttivo del solito decidono di dare fuoco alla casa, come due adolescenti incapaci di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Questo è solo l’inizio di una serie di situazioni drammatiche e esilaranti, prima del finale nerissimo. A.M. Homes è nota per la sua capacita di mettere in scena personaggi nei quali nessuno ha il piacere di identificarsi. A volte pedofili, come nel racconto In cerca di Johnny, dove un maniaco rapisce un bambino ma lo riporta indietro perché non è il tipo che cercava, o come nel romanzo La fine di Alice, del 1996, molto più duro, in cui un assassino di bambini istruisce per corrispondenza una ragazza che è innamorata di un dodicenne. O più semplicemente mariti e mogli infedeli, adulti che non sanno crescere, irresponsabili e capricciosi. I bambini, come accade anche nei libri di Stephen King, sono gli unici che riescono ad avere una visione ancora sensata della realtà. Fantastica inventrice di storie postmoderne, adorata da David Foster Wallace che usava i suoi racconti nei corsi di scrittura che teneva all’Università di Pomona in California, la Homes non ha mai amato parlare troppo di sé. Lo ha fatto una sola volta, in quello che è forse il suo lavoro più bello e compiuto, La figlia dell’altra, del 2007. Adottata subito dopo la nascita da una famiglia di intellettuali ebrei di sinistra, a trent’anni riceve una lettera della madre naturale. Decide di incontrarla e scopre di avere avuto una gran fortuna a essere stata abbandonata da quella donna che «è rimasta ferma nel tempo, è piena di fantasie su come sarebbero potute andare le cose». E poi: «mi terrorizza il modo in cui mi rivedo in lei – quella rotella un po’ svitata in qualche modo risuona – e l’idea che alla fine potrei trovarmi a respingere l’unica persona al mondo che non ho mai voluto respingere». Forse nessuno aveva mai raccontato così bene come la Homes il modo in cui ci sente quando nell’infanzia non è andato proprio tutto liscio: «C’è una frattura profonda nei miei pensieri, un ritornello che riecheggia senza sosta: io non sono quella che credevo di essere e non ho idea di chi sono». Infine, quando lo scopre: «Sarò sempre una cosa appiccicata insieme, qualcosa di leggermente rotto. È uno stato da cui non posso riprendermi ma che posso solo accettare, con cui devo convivere, con compassione». La scrittura di A.M. Homes è stata definita, più di ogni altra cosa, «disturbante». Quello che disturba è probabilmente la musica stonata che viene fuori mettendo insieme le situazioni, i personaggi e lo sguardo di compassione con cui la Homes li trascina dalla padella nella brace. La scrittrice ha detto di dovere molto a Grace Paley, la poetessa, scrittrice e attivista politica che è stata la sua insegnante di scrittura e mentore all’università. La Paley aveva prima di tutto mostrato alle donne della sua generazione che si poteva fare politica e letteratura anche con i bambini da portare ai giardinetti, era materna e accogliente e scriveva racconti su cose di tutti i giorni. Non stupisce che la Homes abbia desiderato di farsi adottare anche da lei. In un omaggio uscito sul Guardian subito dopo la sua morte, nel 2007, scriveva: «A lezione ci raccomandava sempre di rappresentare sulla pagina “la verità secondo il personaggio”, criterio che uso tuttora come metodo di valutazione per ciò che scrivo». Le verità della Homes sono piacevoli da assaporare e pesanti da digerire. Non segue mai strade già battute, infatti dopo l’undici settembre ha dato alle stampe Questo libro ti salverà la vita, il suo unico romanzo ottimista, ambientato a Los Angeles. Nel finale di Musica per un incendio, molto pre-undici settembre, ci ricorda che per trovare il male non c’è mai bisogno di allontanarsi troppo da casa.

dicembre 7, 2011. Tag: , , , . Uncategorized. 1 commento.