Io sono vivo, voi siete morti

 

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Dato che parliamo di uomini che di crisi mistiche se ne sono fatte venire eccome, possiamo dire che per Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti, il libro su Philip Dick da poco ripubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza di Lella, pp. 351, euro 19,00) potrebbe aver rappresentato una specie di rito iniziatico, una porta magica oltre la quale ha trovato la voce che gli ha permesso di scrivere La settimana bianca, l’ultimo lavoro di pura fiction, e passare poi a L’avversario e a tutti i libri successivi: «A circa trent’anni avevo scritto un paio di romanzi ma mi sentivo finito», racconta Carrère al telefono da Parigi, dove è appena tornato dopo un viaggio in Giappone. «Non avevo idee per un nuovo libro, né il desiderio di scriverlo. Il mio agente mi ha detto: se non riesci a scrivere, una biografia può essere un’idea da prendere in considerazione. Potrebbe aiutarti a superare il blocco, e in ogni caso avrai comunque fatto qualcosa. Così ho pensato: una biografia, bene, ma di chi? La risposta è arrivata subito. Avrei scritto di Philip Dick. Non sapevo molto della sua vita, ma avevo letto tutti i suoi libri ed ero convinto inoltre, non so perché, che quei romanzi di fantascienza rappresentassero un’autobiografia mascherata».

A pensarci bene, le donne dei romanzi di Philip Dick devono tutte qualcosa alle sue infelici cinque mogli (Carrère ha definito Dick «monogamo seriale», una forma di deriva sentimentale abbastanza comune tra i geni sessuomani nati nella prima metà del Novecento, ancora sotto il dominio di quel super-Io che comandava che per concedersi qualche bella giornata di sesso bisognasse mettere in gioco la vita intera).

Per il resto, poiché le fondamenta del lavoro di Dick sono proprio nel dubbio e nella domanda su «Cosa è Reale?», a un certo punto passa pure la voglia di chiedersi cosa sia vero o meno di tutto quello che sappiamo di lui. Il viaggio nei molti universi dickiani («Secondo Baudelaire il vero genio consiste nel creare un cliché ed è quello che ha fatto Dick. La maggior parte dei luoghi comuni nella fantascienza di oggi arrivano da lui. È diventato un aggettivo, e ha vinto», dice Carrère) vale comunque il prezzo del biglietto. Per quanto riguarda Carrère, nel suo ultimo libro  Il regno (Adelphi, 2015) ha raccontato la storia di Jamie Ottomanelli, ex-hippie strampalata che in quel periodo di crisi religiosa e creativa dei primi anni Novanta si presenta alla sua porta offrendosi come baby-sitter per i suoi due bambini. Carrère non ha alcuna intenzione di affidargli i figli, ma quando Jamie Ottomanelli posa lo sguardo su un libro di Dick e dice di aver lavorato per lui come baby-sitter a Berkeley, Carrère non resiste. Anche se Jamie puzza come se non si lavasse da settimane. Anche se è animata da un’inquietante allegria nervosa che gli ricorda Kathy Bates in Misery non deve morire. Il resto della storia merita di essere letto, l’unica cosa da aggiungere adesso è che Carrère ti lascia con il dubbio: è successo veramente o è stata un’allucinazione? Non importa. Per lavorare a Io sono vivo, voi siete morti (il titolo è una citazione da Ubik, uno dei romanzi più noti di Dick) Carrère se ne è infischiato di aderire totalmente alla realtà: «Esisteva già una biografia americana di Dick,  Divine Invasioni di Laurence Sutin (1989, qui edita da Fanucci, che detiene i diritti in Italia di tutta la sua opera). Lì dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California, dove Dick ha passato tutta la sua vita. Così ho usato l’eccellente lavoro di Sutin per prendere venti pagine di appunti con eventi principali e date. Poi, prima di iniziare a scrivere, ho posato il libro e non l’ho preso in mano mai più».

Philip Dick era nato nel 1928 a Chicago, insieme con una sorella gemella morta un mese dopo la nascita. Il padre se ne era andato di casa molto presto e la madre si era trasferita con lui a Berkeley, in California. Da ragazzo aveva sofferto di attacchi di panico e aveva lasciato gli studi per mettersi a lavorare in un negozio di dischi, dove nel 1948 aveva conosciuto la prima moglie Jeanette Marlin (un matrimonio durato pochi mesi), che lasciò per sposarsi, nel 1950, con Kleo Apostolides (unione che durò fino al 1959, quando Dick si trasferì in un sobborgo di San Francisco e si mise con Anne Williams, vedova con tre figlie e con la quale, nel 1960, fece la figlia Laura). Nei primi anni Cinquanta aveva cominciato a farsi un nome come autore di racconti di fantascienza.  Il primo romanzo, Solar Lottery (Lotteria dello spazio) è del 1954. Negli anni Cinquanta scrisse almeno otto romanzi non di fantascienza, ma vennero tutti rifiutati. Tra gli anni Sessanta e i primi Settanta pubblicò i suoi libri fondamentali come The man in the high castle (La svastica sul sole, 1962),  The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965) Do androids dream of electric sheep? (Blade Runner, 1968), Ubik (1969). Dal 1966 al 1972 si mise con Nancy Hackett, con cui ebbe la seconda figlia, e poi dal 1973 al 1977 fu sposato con la giovane Tessa, madre del suo terzo figlio. Furono anni conditi da largo uso di anfetamine, che probabilmente contribuirono ad alimentarne la leggendaria paranoia, i deliri mistici degli ultimi tempi e favorirono l’infarto che lo uccise, a 54 anni, nel 1982.

Nel novembre 1975 uscì su Rolling Stone un lungo ritratto di Dick firmato da Paul Williams. Williams racconta che, mentre negli Stati Uniti era noto solo nell’ambiente della fantascienza, in Europa (e in particolare in Francia) era vendutissimo e rispettato. Ma come è avvenuto, nel mondo, il suo passaggio dal piano B della fantascienza all’essere universalmente riconosciuto come un autore di classici? «Dick era uno scrittore visionario come Dostoevskij. Se vogliamo capire il Ventesimo secolo dobbiamo leggere I Demoni. Per tentare di comprendere il Ventunesimo dobbiamo leggere i romanzi di Philip Dick», afferma Carrère. «C’è un’altra cosa. Oltre a Dick anche Raymond Chandler o Dashiell Hammett, autori di noir, sono diventati dei classici. Per lo stesso identico motivo: erano dei grandi scrittori, dei veri e propri geni. Dick ha influenzato l’immaginario dei nostri anni come pochi altri e ha ispirato moltissimi film. Alcuni apertamente, come Blade Runner o Minority Report. Altri no, come Matrix o The Truman Show. Anni fa mi indignavo se la sua influenza non era riconosciuta, ora lo considero un segno della sua grandezza». E come capita spesso, la sua grandezza è stata riconosciuta solo dopo: «Quello che voglio sottolineare», scriveva Dick in Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza del 1976, «non è che io sarei lo scrittore di fantascienza più rispettato del mondo, o che il mio agente lo pensi o lo abbia detto, bensì il fatto che mi ritrovo qui, dopo venticinque anni di carriera, con la prospettiva di vedermi tagliare acqua, gas ed elettricità se non pago il dovuto entro tre giorni; allora mi domando: a cosa è servito?». A Carrère si può quasi dire che abbia salvato la vita: «Per molti versi Dick era un uomo insopportabile», dice, «ma nei due anni che ho passato a scrivere la storia della sua vita non ho mai smesso di provare gratitudine nei suoi confronti. Siamo stati bene insieme».

 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 15 luglio 2016

luglio 20, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.

Attila, di Matteo Nucci (da minima&moralia)

 

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“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York TimesEl PaisDie ZeitTimesEconomist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

Erano le due passate. Poca gente in giro. Silenzio da controra. Tirava dritto. Passava davanti alla porta delle stanze annunciando che se ne andava a pranzo. Se non erano in giro per il mondo, dava una voce ai suoi fedelissimi, per capire se volessero venire con lui. Poi scendevamo giù. E iniziava uno dei momenti più belli che io abbia vissuto nella mia vita.

Come potrei spiegare ciò che accadeva durante quei pranzi, gli innumerevoli pranzi, che mi ha regalato Attilio Giordano, questo enorme monumento alla più alta tradizione di giornalismo italiano purtroppo in estinzione? Fedele a una serie di brevi, semplicissime, massime che hanno regolato il suo mestiere, Attila sosteneva che in un pezzo le cose più importanti vanno raccontate subito e che il modo migliore è farle vedere a chi legge.

Le cose più importanti di una lunga storia, un viaggio complicato, un incontro, un’intervista o qualunque sia la situazione complessa che esige di essere spiegata, le cose più importanti “sono” diceva  “quelle che io raccontavo, appena tornato a casa, a cena a Terry”, ossia alla sua moglie bellissima e amatissima. Le cose più importanti di tutto il lungo e magnifico viaggio che io ho fatto con Attila sono quelle che mi ha insegnato. E me le ha insegnate a pranzo. Fingendo di non insegnare nulla.

Si scendeva giù con l’animo leggero. Attila se la prendeva con qualcosa o qualcuno arricciando le labbra in una smorfia di disprezzo che lo aveva reso famoso. Giravamo oltre il grande edificio e ci avviavamo dalla Signora. Siamo andati in molti posti diversi a mangiare, a pranzo, attorno al giornale, ma la trattoria che sempre descriverò, “appena tornato a casa”, per raccontare di Attilio Giordano, è quella della Signora. L’aveva chiamata così Luca Villoresi, un altro grande giornalista di Repubblica, appassionato di Roma e cucina romana. La chiamavamo così tutti, anche quando la Signora (cuoca sopraffina) aveva mollato tutto e se n’era andata a Milano a lavorare lasciando il locale a sua figlia.

Scendevamo giù nel cortile. Spingevamo la porta a vetri incastonata nell’infisso di alluminio anodizzato e c’infilavamo dentro. Chi c’era? Negli anni si sono alternate molte persone. I pranzi più belli li abbiamo fatti con Ettore Boffano, uno dei suo migliori vice (ora al Fatto), Luca Villoresi e Roberto Micheli (grafico artista), Mario Dondero (il fotografo dolce) e la sua banda di grandi penne, inviati e caporedattori: Marco Cicala, Paola Zanuttini, Riccardo Staglianò, Cristina Guarinelli, Piero Melati. “Il giornale nasce qui” mi spiegava Attilio mentre tornavamo in redazione e tra le mille storie ne erano venute fuori alcune che sarebbero diventate reportage, inchieste, copertine, scoperte pazzesche e fenomenali buchi nell’acqua. “Il giornale nasce dove ci si incontra, dove si sta bene insieme e ci si raccontano storie e vengono fuori idee”. Ma per me non nasceva lì solo il giornale. Lì nascevo io.

Attila è stato il mio più grande maestro e questo non potrei raccontarlo in nessun modo perché c’è qualcosa di lui in me che non ho ancora capito e che non so se mai capirò. Ma le regole che ho imparato andando dalla Signora e ascoltando Attila e i suoi discutere di viaggi, storie e giornale, quelle non è difficile metterle insieme. Anche perché le vere regole sono sempre semplici. E a volte sfiorano la banalità e forse proprio per la banalità molti se ne dimenticano o fingono di dimenticarsene.

La prima delle brevi regole semplici a uso di chiunque voglia raccontare il mondo è questa: partire. Partire a tutti i costi. Vedere. Essere pronti a stupirsi. “Partire oggi, nell’era dei low costi, è semplice e economico”. Lo ripeteva sempre, Attila. Bisogna solo aver la voglia di farlo. E soprattutto si deve aver la voglia di andare incontro all’ignoto. Questa è la seconda vera regola: quando parti non puoi cercare conferme. Se parti per confermare una storia che hai già in mente allora tanto vale farlo da casa, dal tuo computer. Una telefonata, due mail e ecco fatto uno di quei pezzi che Attila disprezzava. Si deve andare e conoscere, invece. Anche se non sei certo che troverai qualcosa, anche se non c’è una storia sicura a aspettarti. Perché qualcosa poi si trova sempre. Preparare il viaggio, sì. Studiare l’argomento. Ma senza lasciarsi sopraffare dai pregiudizi. L’importante è aprirsi alla dimensione in cui si sta entrando e annusare perdendosi di qua e di là. Perdersi.

Ecco. Terza regola. Le storie più belle vengono fuori per caso. I personaggi più interessanti non sono quelli che sembrano ma quelli che ci restano dentro. Le cose che contano a volte sono quelle che si sono nascoste altrove, magari proprio dietro alle storie che noi inizialmente cercavamo. Partire. Circolare. Muoversi. Perdersi. Non necessariamente in situazioni estreme (“Guerre? Devi saperle fare. E comunque a me non piacciono. Non per altro ma perché non ci si capisce nulla. Meglio tornare dopo, quando la guerra è finita e trovare una chiave sconosciuta per raccontare quel che è cambiato”). Muovendosi, girando, chiacchierando, annusando, le vere storie vengono fuori, il mondo si conosce e lo si può raccontare. I fatti. Quali sono i fatti del resto? In che modo possiamo definire i fatti se non come ciò che ci colpisce e noi raccontiamo a chi ha interessa a ascoltarci? Eccoli i fatti. Muoversi, viaggiare, conoscere, raccontare.

“E adesso vediamo come lo scrivi” mi diceva, mentre tornavamo in redazione. Il pranzo era finito. Qualcuno aveva chiesto una grappa. Lui no, lui era misurato nel mangiare e nel bere. Metteva da parte le storie che erano esplose a tavola e riprendeva le fila della mia. Mi dava qualche indicazione eppoi diceva “lo scrivi come vuoi tu, lo sai tu”. Ecco l’unica vera regola di scrittura. E non perché a Attila non interessasse lo stile. Anzi. Era un bibliomane. Leggeva di tutto e da sempre  scriveva con facilità “solo perché leggo”. Aveva un amore enorme per la bella scrittura e conosceva perfettamente le qualità di scrittori dei suoi fedelissimi e li amava tutti ma, primus inter pares, Marco Cicala.

“Scrivi come vuoi tu. Vediamo se non ne vien fuori la solita schifezza” mi diceva con quella specie di sarcasmo che era il suo affetto. L’idea anche in questo caso era semplicissima. Non esiste lo stile di un giornale. Cercare di determinare uno stile omogeneo per una rivista, come capita in molti casi, è una rovina. Lo stile dev’essere quello di chi scrive. Certo: chiarezza e comprensibilità vengono al primo posto. Sono necessarie poi una certa freschezza e la predisposizione a essere divertenti anche quando si parla di cose complicate. Infine, su tutto, il ritmo, una sorta di musicalità che lui scandiva in sillabe per accertarsene. Insomma stile da gente che legge.

Ma poi, a conti fatti, non esistono leggi: la penna è di chi scrive. Se chi scrive sa scrivere vietato imbrigliarla. Allora ecco una serie di piccole regolette, come l’idea di considerare assolutamente vetusta la legge che impediva l’uso della prima singolare. Non per aspirare a imitazioni italiche che rincorressero il mito del new journalism. Ma per qualcosa che ha a che fare con l’umiltà di esporsi. A volte la vera umiltà non sta nel nascondersi, tutt’al contrario. L’umiltà sta nell’esserci, nell’essere presenti, nel non nascondersi in nessun modo. La presenza sta nel dire “io” in un reportage di viaggio con l’umiltà di chi accetta le sue responsabilità.

La responsabilità del resto te la trovavi davanti quando con i suoi modi garbati, ironici, lievi, rivedeva con te il pezzo. A volte arrivavo e mi faceva, senza indulgere mai nella retorica, mai in un complimento di troppo: “Ottimo pezzo. L’ho già messo dentro. Riguardatelo e vedi se c’è qualche svista. Controlla le didascalie. Dimmi se i titoli funzionano”. Era fiero dei suoi titoli e li sfornava a velocità vertiginose. A volte diceva “Senti un po’. Io forse taglierei qui. Sinceramente, che ne pensi?” oppure “Matteo, guarda che mica si capiva bene quella cosa. Io la semplificherei” oppure “Taglierei quelle parti un po’ poetiche. Onestamente guarda credo che venga molto meglio così”.

A volte invece era un po’ preoccupato e me ne accorgevo subito e allora lo sapevo: il pezzo non andava. “Senti Matteo, io non è che ho proprio capito sai?”. Non mi diceva mai “Va rifatto”. Indicava le parti che non funzionavano e magari gli usciva qualcosa tipo “forse ho sbagliato io, perché in effetti dovevo dirti prima che…” E insomma lo capivo e gli dicevo: “Lo rifaccio Att?” “Be’ no, non ti preoccupare. Basterebbe lavorarci un po’ di fino. Però se invece ti va e hai tempo perché no”. Rifare un pezzo. Rifarlo interamente. Quanto s’impara a riscrivere un pezzo?

Attila è stato un maestro totale. Non ha mai elargito insegnamenti come fossero perle da incassare. Non ha mai mostrato generosità. Solo perché non sapeva cosa significasse non essere generoso. In mente aveva un’unica cosa: si deve puntare al bel giornale, alla qualità del giornale. Niente orpelli. Nessuna discussione ulteriore. Anche perché il tempo è quel che è e il grande tempo di Attila al giornale non era riempito dalle sue parole, ma da quelle altrui. Se non viaggiava più, infatti, seduto sulla sua poltrona spellata (ma un giorno Simona Agostini, sua prediletta, entrò nella stanza spingendone una nuova e a Attila s’illuminarono gli occhi. “Ho visto che dovevi cambiarla” diceva lei “Ne ho presa una uguale” e lui non aveva parole per ringraziarla e anche la poltrona nuova ora è già lisa, lisa da ore e ore a combatterci sopra), Attila però viaggiava attraverso gli altri e per farlo ascoltava con una curiosità e a volte una pazienza sovrumane.

D’altronde era sempre lì. Nella stanza in fondo al corridoio. Una sicurezza monumentale. Mi sporgevo oltre l’uscio e lui alzava la testa e faceva un cenno. Magari diceva di aspettare o se proprio non aveva tempo rimandava, ma se ne aveva anche pochissimo ti faceva sempre lo stesso gesto di invito cordiale “siediti” e, fatica o meno, si disponeva all’ascolto, preparava la pipa, e via. Ascoltare. Ascoltare chiunque. Dai grandi giornalisti che conosceva bene e era andato a ricercare ovunque, fino agli esordienti, ai più giovani, a chi arrivava e voleva tentare e lui ascoltava e diceva “proviamo”. L’idea restava una sola con tutti: raccontare storie e raccontarle bene. La qualità e solo la qualità. Prima di firme, nomi, notizie, scoop. La qualità su tutto.

Qualcuno studierà, prima o poi, il venerdì di Attilio Giordano. Entrerà nella storia del nostro giornalismo e della nostra cultura. Si cercherà di spiegare un giornale che metteva assieme reportage da posti assurdi del pianeta, notiziole strambe, libri introvabili e di culto, film di grande incasso, storie pop nel senso più vero della parola. Ci sarà materiale infinito. Sei anni pieni di settimanali diretti dall’inizio alla fine, immaginati soprattutto assieme a Boffano, Cicala, Melati, Zanuttini, Guarinelli, Staglianò e Cucurnia. Prima, quattro anni da capo della redazione, anni in cui prendeva forma quello che sarebbe diventato il magazine più venduto e letto.

Con stime che sono cambiate negli anni, il venerdì ha mantenuto invariata una cifra ragguardevole di copie portate al quotidiano. Intendo dire che Repubblica di venerdì ha sempre venduto almeno 100.000 copie in più nell’era di Attila. Si studierà e si spiegherà nel dettaglio il motivo. O meglio: si studierà il meccanismo della qualità. Ma quel che è certo è che tutto girava attorno a questo tipo così particolare di intellettuale che univa molte esperienze alle sue spalle. I reportage da inviato degli esteri del venerdì (eccone un esempio), le interviste (non prendeva appunti e non registrava, “è tutto qui” diceva colpendosi i lobi frontali:  ); la nera e la cultura che diresse negli ultimi anni della sua prima esperienza al Lavoro; la cronaca che diresse a Torino e a Napoli; la capacità in generale di dirigere un giornale (“il giornale alla fine esce” diceva sempre).

Esperienze che si affiancavano alla cultura che non smetteva mai di approfondire, e in cui Attila mescolava una conoscenza ciclopica e totalizzante di grandi classici (su tutti Cervantes, Balzac, Borges) come di maestri di tutt’altro genere (Simenon innanzitutto, poi Stephen King, John Le Carré, ma noir, gialli, hard boiled, nonché fumetti, erotismo, porno, serie tv, tutto, davvero di tutto). Si ragionerà, si capirà, si faranno i dovuti elogi a un’esperienza irripetibile. Per ora è quantomeno difficile fare i conti con quel che è capitato in questi anni. Voglio dire che è difficile capire il motivo per cui un pezzo così importante nel giornalismo e nella cultura italiana in generale, non sia stato invitato a parlare, commentare, discutere fuori dalle stanze che presidiava.

Un’intervista molto bella la troverete qui, ma rarissimamente lo abbiamo visto in tv, e mai lo abbiamo sentito alla radio alle prese con una rassegna stampa (e chi meglio di lui lo avrebbe potuto fare?), né lo abbiamo visto invitato nel giro dei festival e delle grandi manifestazioni. Forse è stato meglio così. Forse non avrebbe neppure avuto il tempo. Forse il tempo che aveva preferiva dedicarlo a Terry, al suo Antonio grande cuore granata e alla sua Maria, sensibilità che lo lasciava disarmato. Non so. A me resta l’amaro in bocca.

Ma tutto è amaro adesso. Non c’è nulla in quest’assenza che non sia amaro. Penso all’eleganza dei suoi gesti, della sua gentilezza, dei suoi vestiti. Penso a lui che arrivava in spiaggia come uno scrittore americano degli anni Venti (non ubriaco nel caso di Attila che mai ho visto bere un goccio in più del dovuto). Guardo e riguardo una fotografia che ci scattò Cristina Guarinelli davanti alla sua scrivania. “Redazione a Nairobi” diceva lei. Siamo vestiti di bianco ma insomma io ho una magliettaccia, Attila invece sembra uscito da un libro di Graham Greene (un altro di quelli che amava). Ha il suo sorriso fragile e lo sguardo umile. L’umiltà dei forti. L’umiltà di esporsi. Perché si esponeva eccome, Attila.

E mentre vengo preso dalla rabbia, l’incontrollabile rabbia che riempie i polmoni quando si ha la certezza che un pezzo così importante di vita è scomparso per sempre, scopro che posso aggrapparmi a un’altra massima che mi mostrò lui fin dai primi anni in cui ci incontrammo: “detesto il rancore. Non voglio dar spazio al rancore. Sono pressoché esente da rancore”. Non era una delle sue battute altisonanti per cui molti lo prendevano in giro. Attila davvero non provava rancore. A volte non riuscivo a capirlo, mi appassionavo, prendevo fuoco. Gli dicevo: “ma come fai?” Lui rideva, preparava la pipa, dava una boccata eppoi diceva “me ne batto il culo io”.

Era una delle sue espressioni classiche in cui non sapevi se ci fosse la Genova dell’adolescenza mescolata alle sue origini siciliane. Quelli con cui lottava erano i forti (lo hanno raccontato Paola Zanuttini e Riccardo Staglianò). Con i deboli era gentile e se erano vili, alzava le spalle. Ne avrebbe fatto a meno. Non ha mai umiliato nessuno. Non ha mai gridato con un collaboratore neanche per gli errori più indecenti.

La verità è che continuava a viaggiare. Ha sempre continuato a viaggiare. Questo ho capito, vedendolo vivere gli ultimi giorni con le sopracciglia che si piegavano sempre un po’ di più perché i suoi occhi venivano presi irrimediabilmente dal mistero più grande di tutti i viaggi misteriosi a cui ci aveva preparato. Erano tredici anni che disprezzava il cancro con alterigia. A volte l’ho visto in poltrona dolorante, perché veniva da sedute di radio e di chemio pressoché contemporanee, ma fingeva che fossero formicolii. La porta si apriva, entrava una di quelle persone che esistono ovunque, di quelle che non bussano, non chiedono, non guardano, entrano e basta e parlano. Lui fece il gesto classico e la invitò a sedersi. Ero allibito. Lo guardavo e lo riguardavo. Era molti anni fa. Più volte, in questi ultimi tempi, parlando di eroi greci, Attila mi ripeteva che “stringi stringi l’uomo mortale prevale sul dio proprio per la sua mortalità e manifesta il suo eroismo, ossia la sua piena umanità, affrontando la morte. E lo si vede se tira fuori i coglioni di fronte alla morte”. Ma quel coraggio non è un gesto improvviso. Non è un atto di incoscienza o di presunzione. È semplicemente la forza che hai acquistato alla fine del viaggio più lungo, tutto il grande viaggio che ha coinciso con l’esistenza terrena.

In queste ultime settimane, Attilio mi è parso un gigante inarrivabile. Non c’era neppure più bisogno di parole per essere il maestro totale che è sempre stato. Solo l’esempio. Il disprezzo per il dolore. L’eleganza somma. Uno degli ultimi giorni in cui siamo usciti insieme, dopo aver deriso un gruppo di scrittori il cui marchio secondo lui sarebbero gli stivaletti (“Ma Attila anche tu hai un paio di stivaletti” qualcuno gli ha detto. E lui, spietato: “Certo ma mica col tacco bolero”), ha voluto cambiarsi per bene. Terry gli diceva: “Ma che t’importa di essere elegante, Attila? Non incontriamo nessuno” “Che c’entra, ma insomma, io mica mi metto elegante per gli altri. Io sono elegante per me”.

Ha fatto tutto per la sua felicità, Attilio. Ha insegnato perché era felice. Ha lavorato perché era felice. Ha cercato storie perché questo lo rendeva felice. Niente per altri motivi che non fossero la sua ricerca della qualità, ossia della felicità che gli dava la qualità. Alla fine, mi ha detto “Scusa Matteo, oggi sono molto stanco. Ci vediamo domani”. Ci vediamo domani, dalla Signora, Att, grande maestro. Non mi ha mai fatto aprire il portafogli in nessuno degli innumerevoli pranzi. “I collaboratori hanno tanti problemi. Figuriamoci. Qui la tradizione è una sola. A pranzo non pagate”. Pagava lui. Pagava per insegnare.

luglio 7, 2016. Uncategorized. Lascia un commento.