Face Paint

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Ci si potrebbe costruire intorno un modello matematico, il coefficiente Ennio Flaiano: «Si levò dal letto: era bruttissima. Passò un’ora davanti allo specchio a farsi brutta» (Diario notturno, 1956). Basta calcolare i minuti necessari a trasformarsi ogni mattina nella persona che più o meno si è sempre stati, e moltiplicarli poi per i soldi che si devono spendere ogni mese per lo stesso motivo. A parte gli scherzi, non si tratta di minuti o investimenti qualsiasi. Nel corso del tempo sul desiderio di bellezza delle donne sono nati imperi economici, mentre la possibilità di scegliere di truccarsi è andata di pari passo con la libertà di fare molte altre cose.

Lo sa bene l’inglese Lisa Eldridge, che ha appena dato alle stampe il libro Face paint: The Story of Makeup (Abrams Image, pp. 240, euro 24 su Amazon): «Ho subìto il fascino del makeup fin da bambina», scrive nell’introduzione. «All’inizio ero attratta soprattutto dai colori, gli odori, gli oggetti in sé. Ma a tredici anni un’amica di famiglia mi ha regalato un manuale sul trucco teatrale e ho capito che volevo diventare makeup artist. I trucchi del passato, presente e futuro sono diventati la mia vita». Lisa Eldridge è una celebrità quasi quanto le attici che prepara per i tappeti rossi degli Oscar. Negli ultimi vent’anni ha lavorato con i più importanti fotografi di moda per campagne pubblicitarie, editoriali e sfilate, ed è diventata la truccatrice preferita di bellezze come Kate Moss, Kate Winslet, Keira Knightley, Cara Delevigne, Alexa Chung. È stata consulente per Shiseido, Boots No7, Chanel. Ora è direttore creativo internazionale di Lancôme. Nel 2008 ha aperto un canale YouTube che oggi conta più di un milione di iscritti. Non è strano, perché si tratta forse del primo caso di professionista del mondo della moda che si siede davanti a una videocamera per svelare i segreti del mestiere. E, perché no, mostrare a tutti il proprio coefficiente flaianesco: quanto tempo e quali prodotti ci vogliono per nascondere i brufoli da sindrome premestruale, minimizzare le occhiaie da postumi di sbronza dopo una festa, darsi un tono per l’incontro con qualcuno che ci ha appena scaricato?

Lisa Eldridge ha il tocco magico. Con voce suadente e l’ausilio di un buon pennello da fondotinta in pochi minuti si trasforma nella migliore versione di se stessa. Certo, imitarla adesso è quasi facile. Basta andare in profumeria o al supermercato per trovare decine di correttori, ombretti, illuminanti. Ma è  una possibilità che esiste da relativamente poco tempo, forse poco più di un secolo. In Face Paint Eldridge ripercorre la storia del makeup fin dall’antichità, quando truccarsi era permesso a principesse e prostitute. Il filo del discorso, per la prima parte del libro, passa attraverso tre colori simbolo: il rosso «il cui significato cambia da cultura a cultura, ma che è da sempre associato a desiderabilità, amore, passione, gioventù e salute», il bianco «che per lungo tempo nella storia ha prevalso in tutto il mondo con la tendenza dell’incarnato chiaro, che era possibile ottenere con creme, unguenti e polveri a base di tossicissimo piombo…» e il nero «ad esempio il kohl, invenzione degli antichi egizi e associato, più di ogni altro prodotto cosmetico, a periodi specifici e movimenti culturali come l’epoca del cinema muto, i beatniks e gli hippies degli anni Cinquanta e Sessanta o i look grunge dei primi anni Novanta». Nella seconda parte del libro, intitolata Il business della bellezza, Lisa Eldridge scrive dei manuali di bellezza che avevano iniziato a circolare nel Rinascimento, come Gli Experimenti (ca.1500) di Caterina Sforza, che conteneva, accanto alle ricette su come sbiancare la pelle o tingere i capelli, consigli su come avvelenare i nemici o trasformare gli oggetti in oro. Qualche centinaio di anni più tardi qualcuno si renderà conto che sulle insicurezze delle donne si può costruire una fortuna. Lo afferma la storica del costume Madeleine Marsh in un video sul sito di Eldridge, mentre mostra la sua collezione di trucchi e accessori d’epoca. Come la polvere per indossare i guanti di epoca vittoriana: «La donna vittoriana», dice Marsh, «non era in teoria autorizzata a truccarsi. Gli abiti che indossava erano costrittivi. È in periodi come questi che è fiorito il mercato delle creme per la pelle e l’ossessione per le chiome folte». Poco più tardi, nei primi anni del ventesimo secolo, nasce l’industria cosmetica: «Un mercato nuovo», scrive Eldridge, «che crebbe e prosperò nel corso di due guerre mondiali e della grande depressione. Durante la Prima guerra mondiale le donne assaporarono per la prima volta il gusto di guadagnare il proprio denaro, e i cosmetici divennero una sorta di bene di lusso alla portata di tutte».

In quegli anni vennero fuori i marchi Max Factor, Elizabeth Arden, Revlon e Maybelline, e la leggendaria rivalità tra Estée Lauder e Helena Rubinstein. Insieme all’industria fiorì il mercato della pubblicità. Negli anni Trenta l’aggettivo più usato sulle riviste americane era dainty (fine, delicato, grazioso): così si doveva aspirare a essere. Qualche tempo prima era stata introdotta anche la pubblicità negativa, con lo spauracchio dei peli e degli odori: «Tuo marito ti risposerebbe?», recitava uno slogan della Palmolive nel 1921. Perché qualcosa cambi bisognerà aspettare gli anni Sessanta, con  l’arrivo della lattina con i pastelli di Mary Quant, e poi i Settanta, con i colori psichedelici e le ciglia da bambola di Biba. Più che da un’altra epoca, i nuovi trucchi sembravano arrivare da un altro pianeta. Da quel momento in poi, le regole furono scompaginate, ognuno poté iniziare a truccarsi nel modo che preferiva o scegliere di non farlo: «Ci sono giorni», scrive Eldridge, «in cui esco senza truccarmi e il mondo deve accettarmi così come sono». Meglio non darle retta, per uscire di casa così perfettamente non truccate ci vogliono almeno venti prodotti e due ore di preparazione.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica a dicembre 2015

aprile 26, 2016. Tag: , , . Il venerdì, Uncategorized. Lascia un commento.