Io sono vivo, voi siete morti

 

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Dato che parliamo di uomini che di crisi mistiche se ne sono fatte venire eccome, possiamo dire che per Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti, il libro su Philip Dick da poco ripubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza di Lella, pp. 351, euro 19,00) potrebbe aver rappresentato una specie di rito iniziatico, una porta magica oltre la quale ha trovato la voce che gli ha permesso di scrivere La settimana bianca, l’ultimo lavoro di pura fiction, e passare poi a L’avversario e a tutti i libri successivi: «A circa trent’anni avevo scritto un paio di romanzi ma mi sentivo finito», racconta Carrère al telefono da Parigi, dove è appena tornato dopo un viaggio in Giappone. «Non avevo idee per un nuovo libro, né il desiderio di scriverlo. Il mio agente mi ha detto: se non riesci a scrivere, una biografia può essere un’idea da prendere in considerazione. Potrebbe aiutarti a superare il blocco, e in ogni caso avrai comunque fatto qualcosa. Così ho pensato: una biografia, bene, ma di chi? La risposta è arrivata subito. Avrei scritto di Philip Dick. Non sapevo molto della sua vita, ma avevo letto tutti i suoi libri ed ero convinto inoltre, non so perché, che quei romanzi di fantascienza rappresentassero un’autobiografia mascherata».

A pensarci bene, le donne dei romanzi di Philip Dick devono tutte qualcosa alle sue infelici cinque mogli (Carrère ha definito Dick «monogamo seriale», una forma di deriva sentimentale abbastanza comune tra i geni sessuomani nati nella prima metà del Novecento, ancora sotto il dominio di quel super-Io che comandava che per concedersi qualche bella giornata di sesso bisognasse mettere in gioco la vita intera).

Per il resto, poiché le fondamenta del lavoro di Dick sono proprio nel dubbio e nella domanda su «Cosa è Reale?», a un certo punto passa pure la voglia di chiedersi cosa sia vero o meno di tutto quello che sappiamo di lui. Il viaggio nei molti universi dickiani («Secondo Baudelaire il vero genio consiste nel creare un cliché ed è quello che ha fatto Dick. La maggior parte dei luoghi comuni nella fantascienza di oggi arrivano da lui. È diventato un aggettivo, e ha vinto», dice Carrère) vale comunque il prezzo del biglietto. Per quanto riguarda Carrère, nel suo ultimo libro  Il regno (Adelphi, 2015) ha raccontato la storia di Jamie Ottomanelli, ex-hippie strampalata che in quel periodo di crisi religiosa e creativa dei primi anni Novanta si presenta alla sua porta offrendosi come baby-sitter per i suoi due bambini. Carrère non ha alcuna intenzione di affidargli i figli, ma quando Jamie Ottomanelli posa lo sguardo su un libro di Dick e dice di aver lavorato per lui come baby-sitter a Berkeley, Carrère non resiste. Anche se Jamie puzza come se non si lavasse da settimane. Anche se è animata da un’inquietante allegria nervosa che gli ricorda Kathy Bates in Misery non deve morire. Il resto della storia merita di essere letto, l’unica cosa da aggiungere adesso è che Carrère ti lascia con il dubbio: è successo veramente o è stata un’allucinazione? Non importa. Per lavorare a Io sono vivo, voi siete morti (il titolo è una citazione da Ubik, uno dei romanzi più noti di Dick) Carrère se ne è infischiato di aderire totalmente alla realtà: «Esisteva già una biografia americana di Dick,  Divine Invasioni di Laurence Sutin (1989, qui edita da Fanucci, che detiene i diritti in Italia di tutta la sua opera). Lì dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California, dove Dick ha passato tutta la sua vita. Così ho usato l’eccellente lavoro di Sutin per prendere venti pagine di appunti con eventi principali e date. Poi, prima di iniziare a scrivere, ho posato il libro e non l’ho preso in mano mai più».

Philip Dick era nato nel 1928 a Chicago, insieme con una sorella gemella morta un mese dopo la nascita. Il padre se ne era andato di casa molto presto e la madre si era trasferita con lui a Berkeley, in California. Da ragazzo aveva sofferto di attacchi di panico e aveva lasciato gli studi per mettersi a lavorare in un negozio di dischi, dove nel 1948 aveva conosciuto la prima moglie Jeanette Marlin (un matrimonio durato pochi mesi), che lasciò per sposarsi, nel 1950, con Kleo Apostolides (unione che durò fino al 1959, quando Dick si trasferì in un sobborgo di San Francisco e si mise con Anne Williams, vedova con tre figlie e con la quale, nel 1960, fece la figlia Laura). Nei primi anni Cinquanta aveva cominciato a farsi un nome come autore di racconti di fantascienza.  Il primo romanzo, Solar Lottery (Lotteria dello spazio) è del 1954. Negli anni Cinquanta scrisse almeno otto romanzi non di fantascienza, ma vennero tutti rifiutati. Tra gli anni Sessanta e i primi Settanta pubblicò i suoi libri fondamentali come The man in the high castle (La svastica sul sole, 1962),  The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965) Do androids dream of electric sheep? (Blade Runner, 1968), Ubik (1969). Dal 1966 al 1972 si mise con Nancy Hackett, con cui ebbe la seconda figlia, e poi dal 1973 al 1977 fu sposato con la giovane Tessa, madre del suo terzo figlio. Furono anni conditi da largo uso di anfetamine, che probabilmente contribuirono ad alimentarne la leggendaria paranoia, i deliri mistici degli ultimi tempi e favorirono l’infarto che lo uccise, a 54 anni, nel 1982.

Nel novembre 1975 uscì su Rolling Stone un lungo ritratto di Dick firmato da Paul Williams. Williams racconta che, mentre negli Stati Uniti era noto solo nell’ambiente della fantascienza, in Europa (e in particolare in Francia) era vendutissimo e rispettato. Ma come è avvenuto, nel mondo, il suo passaggio dal piano B della fantascienza all’essere universalmente riconosciuto come un autore di classici? «Dick era uno scrittore visionario come Dostoevskij. Se vogliamo capire il Ventesimo secolo dobbiamo leggere I Demoni. Per tentare di comprendere il Ventunesimo dobbiamo leggere i romanzi di Philip Dick», afferma Carrère. «C’è un’altra cosa. Oltre a Dick anche Raymond Chandler o Dashiell Hammett, autori di noir, sono diventati dei classici. Per lo stesso identico motivo: erano dei grandi scrittori, dei veri e propri geni. Dick ha influenzato l’immaginario dei nostri anni come pochi altri e ha ispirato moltissimi film. Alcuni apertamente, come Blade Runner o Minority Report. Altri no, come Matrix o The Truman Show. Anni fa mi indignavo se la sua influenza non era riconosciuta, ora lo considero un segno della sua grandezza». E come capita spesso, la sua grandezza è stata riconosciuta solo dopo: «Quello che voglio sottolineare», scriveva Dick in Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza del 1976, «non è che io sarei lo scrittore di fantascienza più rispettato del mondo, o che il mio agente lo pensi o lo abbia detto, bensì il fatto che mi ritrovo qui, dopo venticinque anni di carriera, con la prospettiva di vedermi tagliare acqua, gas ed elettricità se non pago il dovuto entro tre giorni; allora mi domando: a cosa è servito?». A Carrère si può quasi dire che abbia salvato la vita: «Per molti versi Dick era un uomo insopportabile», dice, «ma nei due anni che ho passato a scrivere la storia della sua vita non ho mai smesso di provare gratitudine nei suoi confronti. Siamo stati bene insieme».

 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 15 luglio 2016

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Emmanuel Carrère, tra Parigi e la Russia

 

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Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno». Verrà fuori che, durante l’occupazione, ha collaborato come traduttore per i tedeschi e che nel 1944 un gruppo di uomini armati verrà a prenderlo a casa e di lui non si saprà più niente: «Mia madre mi aveva chiesto di non parlare di questa storia», spiega Carrère, mentre prepara il caffè nella cucina dell’appartamento nel bel palazzo nella zona nord-est di Parigi che divide con la moglie e la figlia di sette anni, «ma non ho potuto darle ascolto, portare alla luce questi segreti è stata una grande liberazione». Sembra che la madre non gli abbia rivolto la parola per molto tempo, ma è un rischio che si corre, a scrivere di persone vere.

Come nel caso di Limonov (Adelphi, 2012), la biografia del dissidente e scrittore russo che è forse il suo libro di maggior successo. Eduard Limonov, che tra le altre cose aveva sognato di diventare uno scrittore famoso ma era riuscito solo a conquistarsi una piccola fama come autore vagamente di culto, è stato felice del libro, di essere una star internazionale, anche se con le parole di un altro.

Chi se l’è presa è stato invece un personaggio minore, lo scrittore quarantenne Zachar Prilepin, autore di tre romanzi e militante del Partito nazionalbolscevico, di cui Carrère aveva scritto: «Onesto, coraggioso, tollerante, uno che guarda la vita come guarda le persone, dritto negli occhi». E poi: «È uno scrittore eccellente, serio e delicato, i suoi libri sono tradotti e li consiglio vivamente». A sentir nominare Prilepin, Carrère ride: «Su un quotidiano russo è uscita una sua recensione al mio libro. In poche parole dice che sono un bastardo e un traditore perché ho scritto che Limonov, a New York, ha fatto sesso con degli uomini. La cosa mi diverte, soprattutto perché sono cose ha raccontato lo stesso Limonov nei suoi romanzi».

Molto diverso deve essere stato affrontare la reazione dell’uomo al centro di L’avversario, Jean-Claude Romand, che nel 1993 ha ucciso la moglie, i figli e i genitori perché non scoprissero che non aveva un lavoro ed era pieno di debiti: «Ho raccontato la sua storia partendo da un’idea che mi ossessionava, l’immagine di un padre che cammina nei boschi», racconta Carrère, seduto su uno dei due vecchi e morbidi divani in pelle nel suo studio con le grandi finestre, «intorno c’è solo neve; l’uomo ha un segreto assurdo e terribile, di cui non può parlare a nessuno».

È stato un libro difficile da mettere insieme: «Volevo scriverlo, ma non sapevo da dove cominciare. Avevo cercato di contattare Romand in carcere ma senza successo, forse anche perché gli avevo mandato da leggere la mia biografia di Philip Dick che si intitola, me ne sono reso conto troppo tardi, Io sono vivo e voi siete morti».

Carrère scrive allora La settimana bianca (1995) un breve romanzo dell’orrore, che esce il 7 maggio nella nuova edizione di Adelphi: «L’avversario e La settimana bianca sono gemelli», spiega, mentre il discorso in qualche modo torna alla Russia: «In quel periodo cercavo di imparare di nuovo la lingua che usavo con mia madre da bambino e leggevo un racconto di Čechov intitolato La steppa. Sono pagine in cui non succede quasi niente, c’è un ragazzino che vive in un paesino remoto e viene mandato in una grande città per studiare. C’è la descrizione del suo viaggio con lo zio verso la città, i paesaggi, la neve, e i pensieri del bambino non sa cosa aspettarsi. Volevo ricreare questa atmosfera di angoscia ovattata». E Romand, che cosa ha detto? «Romand ha accettato di parlarmi proprio dopo aver letto il romanzo» continua Carrère «dicendo che gli aveva ricordato la propria infanzia. Anni dopo, quando sono andato a trovarlo dopo avergli mandato una copia di L’avversario, mi aspettavo che mi abbracciasse e si mettesse a piangere, oppure che avesse voglia di picchiarmi. Invece niente, non ha avuto reazioni, ha continuato a parlare del più e del meno».

Carrère sostiene di essersi sentito attratto dal caso di Romand perché, scavando nel fondo della sua storia, gli era sembrato di ritrovare qualcosa di sé.E dice qualcosa di simile anche a proposito di Limonov: «Ho pensato» scrive in uno dei passaggi più noti del libro «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di tutti noi dopo la fine della seconda guerra mondiale».

Sarebbe bello ascoltare, dalla voce di Carrère, una dissertazione su cosa unisca tutte queste cose; Limonov, noi, la Russia e la fine della seconda guerra mondiale: «Non credo di essere in grado di spiegarlo» risponde invece sorridendo  «a ripensarci, ammetto di aver fatto un’affermazione imprudente».

È un particolare che, all’interno di una biografia documentata nei minimi dettagli, appassionante per come riesce a mettere insieme un quadro della storia della Russia degli ultimi settant’anni e la potenza del singolo personaggio Limonov, testimonia il fatto che lo scrittore potrebbe aver affrontato il lavoro in un modo nuovo.

Dentro Limonov c’è infatti un ritmo che sua la scrittura non aveva mai dettato prima. Non si può dire se sia più o meno bello degli altri, Carrère in quanto a ritmo è un maestro. Però c’è qualcosa, nel libro, che da l’idea di uno che si slaccia il colletto, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di vino. Forse era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool: «È vero» spiega «mi sono lasciato andare a un ritmo diverso, ma questo è dipeso soprattutto da Limonov, dal suo modo di essere e di parlare, è lui che ha dato il tempo al libro. In ogni caso, e credo che si intuisca, è un libro che mi sono divertito a scrivere, anche se alcuni passaggi della vita di Eduard mi hanno disgustato, come la sua partecipazione al fianco dei militari serbi nella guerra dei Balcani, nei primi anni ’90. Quando sono arrivato a quei capitoli ho lasciato il libro da parte per un anno».

È difficile farsi un’idea precisa di Limonov: l’autore detesta alcune sue posizioni politiche e molte delle cose che ha fatto, però allo stesso tempo lo stima, è affascinato dal suo modo di essere. A parte questo, si può dire che forse è il primo personaggio non borghese di cui scrive? «È normale che io abbia scritto sempre di un certo ambiente» dice  «perché è lo stesso in cui sono nato e cresciuto. È vero, con Limonov ho parlato di un mondo diverso, ma lo avevo già fatto in Vita come un romanzo russo, con le persone che ho incontrato andando a girare il documentario a Kotelnic, nella provincia russa». Forse perché, in un paese come la Russia, non esiste ancora una vera classe media? «Esiste invece, ma è sempre molto piccola, e si trova solo nelle grandi città» risponde Carrère. «È uno strato minuscolo della società: intellettuali, scrittori, giornalisti, editori. Penso che la crescita di questa classe media sarebbe una delle cose migliori che potrebbe accadere alla Russia oggi. Per ora ci sono gli oligarchi, incredibilmente ricchi, e poi i poveri, che si sentono perduti, traditi dalla fine del comunismo. E che votano in massa per Putin». A sentirlo dire così, sembra che dalla caduta del comunismo non sia cambiato molto: «È cambiato moltissimo invece» continua, «ora c’è la libertà di dire e fare più o meno quello che si vuole, a patto di non occuparsi di politica. La politica è riservata al potere. Se provi a entrarci devi essere un buon apparatcik, altrimenti ti capita quello che è capitato a Khodorkovskij, o a Limonov in un altro modo: vieni sbattuto in galera». Se Balzac fosse vivo oggi cosa racconterebbe a proposito dei piccoli burocrati che si sono trasformati nei nuovi ricchi?  «Non lo so, quello che è certo è che ancora nessuno, in Russia o all’estero, ha scritto un grande romanzo su questo argomento».

Fuori dalle finestre dello studio di Carrère la luce sta cominciando a cambiare, si è fatto tardi, ma lui non sembra infastidito: ««Questa intervista è capitata al momento giusto» dice «ho appena finito di scrivere un libro, mi sento sollevato. Negli ultimi due anni ho lavorato a questo, e alla sceneggiatura della serie tv Les Revenants (che andrà in onda su Sky Atlantic in autunno, ndr). Nella serie ci sono dei morti che tornano indietro. Ma non sono zombie, non sono fantasmi, non hanno niente a che vedere con quello a cui ci ha abituati la tradizione horror. Con l’autore Fabrice Gobert abbiamo provato a considerare la cosa realisticamente: come reagiremmo, quali sarebbero i primi gesti, le prime parole da dire». Pensando a come lavora lo scrittore, alle gestazioni lunghissime dei suoi libri, le sceneggiature devono essere quasi una passeggiata: «È appassionante lavorare alle storie per la tv, mi piace molto. L’unico problema e che, se sei abituato alla totale libertà della scrittura di un libro, dopo un po’ non riesci a sopportare che un produttore o dirigente del canale televisivo, magari un ragazzo dell’età di tuo figlio, ti dica cosa puoi o non puoi mettere in una sceneggiatura». Anche questo lo racconta sorridendo. Eppure passa per essere stato un uomo irruente, facile da infastidire. Ma questo era tanto tempo fa, quando i fantasmi, nel cuore di Carrère, non avevano ancora lasciato il posto al battito russo.

 

Questo articolo è uscito il 4 aprile 2014 su Il Venerdì di Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giugno 17, 2014. Tag: , , , , . Uncategorized. Lascia un commento.