Le ragazze di Emma Cline

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Emma Cline, cresciuta in una cittadina della California, in un pezzo autobiografico ha scritto così: «A Los Angeles sono durata meno di sei mesi». La ventisettenne più recensita e invidiata dell’anno dopo l’Università aveva pensato di fare l’attrice. Si è invece rifugiata a New York, ha scritto un paio di racconti, vinto un premio della Paris Review e iniziato a lavorare come lettrice di fiction al New Yorker.  A Brooklyn ha affittato uno studio minuscolo e senza collegamento internet dove si è ritirata per comporre Le ragazze (Stile Libero Big, traduzione di Martina Testa, pp. 334, euro 18), il libro di cui tutti parlano da quando è uscito a giugno negli Stati Uniti. Protagonista del romanzo è una ragazzina che si trova a sfiorare uno dei miti oscuri più famosi degli anni Sessanta, quello dell’aspirante musicista Charles Manson e della sua piccola setta di ragazze assassine.

Evie ha quattordici anni nel 1969, vive vicino a San Francisco con la madre, i genitori si sono appena separati: «Ero una ragazza qualunque», dice la sua versione adulta che compare nel libro. Quando incontra Suzanne se ne invaghisce e decide di seguirla nella polverosa comune in cui la vita gira intorno a Russell: «Ma non ho cercato di ricostruire la verità storica» ha detto Emma Cline. «Esistono innumerevoli memoir sul culto di Manson, li ho letti per avere un’idea di come i membri del suo gruppo passassero le giornate. Quello che volevo ottenere però era più che altro un tono particolare, la sensazione di una minaccia diluita nel sole della California».  A molti il risultato non ha convinto del tutto. La prosa di Emma Cline ha del sovrannaturale: non c’è un passaggio sciatto o scritto male in tutto il libro. Eppure il New York Times, per citarne uno, ne ha scritto dicendo: «Troppo spesso le frasi del libri si ripiegano su sé stesse. Cline tenta di spremere troppo significato da ogni momento». Chi si aspettava un libro che girasse intorno a un fatto di cronaca nera è rimasto deluso. Lo ha spiegato bene l’autrice in un’intervista: «La mia sfida è stata quella di scrivere un libro sulle ragazze adolescenti, spesso messe da parte e oggettificate. Volevo scrivere di loro prendendole sul serio. Sapevo già che questo modo di procedere avrebbe portato un certo tipo di critica a sminuire il mio lavoro».

Le ragazze, oltre a essere pieno di frasi che viene voglia di sottolineare, è un libro militante, dalla parte delle ragazze. Ma attenzione. Le giovani donne di Cline sono innocenti, ma non innocue. Quando Evie comincia a frequentare la setta si avvicina pericolosamente al Male, ed è solo per un ultimo gesto di Suzanne che non prende parte alla strage. Il nemico, sembra dire Emma Cline, non è fuori, ma dentro. Qui da noi ne ha parlato in un lungo saggio su Pixarthinking, e su Rivista Studio, la scrittrice Claudia Durastanti: «Attraverso un clic silenzioso del congegno narrativo, Cline ci fa capire come si fa a diventare un’omicida e ci spiega perché se fossimo stati presenti sul luogo del delitto anche noi forse avremmo inferto coltellate».

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ottobre 10, 2016. Uncategorized.

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