Un racconto erotico che ho scritto qualche anno fa

 

Per la prima volta pubblico qui qualcosa di un po’ più narrativo scritto da me. È un raccontino scritto per una rivista che purtroppo non è mai uscita, nel 2011 o giù di lì. Beh, forse è una sorta di coming out, e forse è arrivato il momento di farlo. Perché, dopo tante peripezie interiori, è venuta  anche a me la voglia di saltare. 

*****

Se ripenso agli incontri sessuali che ho avuto nella vita mi rendo conto che non c’è stata quasi mai una corrispondenza tra piacere estetico – la bellezza, ai miei occhi, della persona con cui ero a letto – e godimento del corpo. La mia vagina, come il resto di me, è timida, insicura, soggetta a sbalzi d’umore e lievemente paranoica. Così è successo che amasse il tocco di sconosciuti particolarmente decisi, che avevano dimostrato di volermi davvero, anche se non avevano niente di quello che normalmente avrei considerato bello.

Ma vale anche il contrario. Qualche anno fa mi sono innamorata. Mi sembrava l’uomo più bello che avessi mai visto, aveva gli occhi e i capelli neri e si muoveva come un gatto. Abitava nel mio palazzo, al piano di sopra, e per sentire i suoi passi sulle scale dovevo tendere l’orecchio da dietro la porta. Non viveva solo, ma con una donna. La loro camera da letto era sopra la mia. Quando li sentivo scopare – lei faceva un sacco di rumore – mi masturbavo pensando che lui fosse dentro di me, e godevo fino a che lo spazio nella mia testa si faceva bianco e vuoto.

Io e lui avevamo cominciato a parlare.

Ci incontravamo al bar per bere il caffè, mi raccontava che non era felice del suo lavoro, che voleva lasciare tutto per fare lo scrittore. Non era felice con lei. Pensavo che dovesse avere ragione, non poteva andare d’accordo con una donna che sbatteva i tacchi sul pavimento in modo così arrogante e violento. Lo volevo per me. Lo volevo più di quanto avessi mai voluto qualcuno. Passavo ore sul letto ad ascoltare la musica con l’ipod, lo cercavo telepaticamente, conservavo tutti gli sms, li trascrivevo su un quadernino per farli diventare una storia, andavo in bicicletta per Roma, guardavo il cielo e, per la prima volta nella vita, pregavo.

I toni diventavano mano a mano più dolci. Una volta mi aveva accompagnato in moto in centro. Era la fine dell’inverno, il cielo era buio e sul lungotevere stringevo le cosce intorno alle sue e respiravo l’odore che usciva fuori dal casco all’altezza del collo. La sera dopo ci baciammo, sul divano di casa mia. Di nuovo il bianco e il vuoto nella testa. Non vedevo l’ora di vederlo nudo, di adorare il suo corpo, i peli, i capezzoli, i glutei, le cosce, il cazzo. Lui doveva tornare a casa presto. Restai così, con il desiderio congelato nel corpo. Decisi di non masturbarmi fino a che non avessi potuto esplodere nelle sue mani.

Ma c’era una cosa che non avevo calcolato. Lo amavo, e avevo bisogno che mi amasse. Mi scriveva sms che parlavano di momenti di un futuro insieme, ma poi era confuso, non sapeva bene cosa voleva. Di fronte a questo non c’erano parole che potessero funzionare, il corpo parlava per vie tutte sue. Così, quando ci trovammo nudi nel mio letto, il mio corpo si rifiutò di rispondere. C’era tutto quello che amavo in modo quasi religioso: gli occhi neri, la voce, il profumo della pelle. Ma lui non mi amava come lo amavo io. Così la mia fica non rispose, restò chiusa e silenziosa. Lui si intimidì, divenne rigido e impacciato. Nessuno spazio bianco e vuoto, solo imbarazzo e corpi che non si incontravano. Pensai che si poteva sempre rimediare, ma quando chiusi la porta di casa alle sue spalle sapevo che era finita. Tutto divenne più freddo. Smise di cercarmi.

Passai due anni a fermare la macchina ai lati della strada perché le lacrime mi impedivano di vedere, sfiancandomi in bicicletta per fermarmi davanti ai Fori con i turisti, pensando a chi, tra gli antichi romani, aveva amato così tanto tra quelle rovine, chiedendo alle anime che si aggiravano lì di darmi un segno, farmi sentire meno sola. Feci delle scopate meravigliose con un ragazzo di cui non mi importava niente, solo perché ci potevamo scambiare gli occhiali da vista che avevano la stessa gradazione. Ebbi un orgasmo fortissimo una volta che me lo mise nel culo sul divano. La notte continuavo a sognare l’uomo con gli occhi neri, noi due circondati da una luce azzurra in stanze buie piene di gente. L’ho odiato, perdonato, e infine dimenticato. Ad amare di nuovo, non ho imparato ancora.

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giugno 6, 2016. Uncategorized.

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