Charlotte Brontë

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Chissà se a Londra faceva caldo o aveva cominciato a piovere il pomeriggio del 24 agosto del 1847 quando George Smith, giovane editore erede della Smith Elder & Co, ricevette nel suo ufficio di Waterloo Place un pacco firmato Currer Bell (Smith dovette riconoscere il nome, dato che Bell gli aveva già inviato il manoscritto di Il professore, che aveva trovato di valore ma troppo corto per essere stampato in tre volumi, formato ideale per i romanzi dell’epoca). Di certo ci fu un momento in cui l’editore aprì il pacchetto, lesse la lettera che lo accompagnava, e per la prima volta posò lo sguardo sull’incipit di Jane Eyre:«Impossibile far la passeggiata quel giorno…». A parlare era una protagonista mai vista prima, giovane e tenace istitutrice senza famiglia, priva di particolare grazia e denaro, che sposa infine il ricco e affascinante Rochester. La storia è pervasa da un fortissimo sottotesto erotico, con Jane che maneggia la miccia di una bomba di desiderio inesploso nei confronti dell’uomo da cui sogna di essere sessualmente dominata: «George Smith lo lesse tutto nell’arco della domenica seguente», scrive Lyndall Gordon in Charlotte Brontë. Una vita appassionata (Fazi, traduzione di Nicola Vincenzoni, pp.494, 18 euro), biografia del 1994 che esce per la prima volta in Italia in occasione dei duecento anni della nascita della scrittrice. «Annullò una corsa a cavallo, saltò la cena e rifiutò di andare a dormire finché non ebbe finito il libro. Il lunedì successivo offrì a Currer Bell cento sterline, a cui si aggiungeranno in seguito vari extra fino ad arrivare a un totale di cinquecento. Sei settimane dopo, il 16 ottobre 1847, l’editore pubblicò il romanzo». Il successo e la curiosità intorno all’autore misterioso furono immediati. Ci si chiedeva se si trattasse di un uomo o una donna. Molti si scandalizzarono per l’audacia del racconto. Qualcuno credette che dietro Currer Bell si nascondesse Willam Thackeray, ma Thackeray affermò: «È una scrittura femminile, a chi appartiene?».

Nel 1847 Charlotte Bronte aveva trentuno anni. Come Jane Eyre non poteva contare su bellezza o reddito. Era, come scrisse Joyce Carol Oates, una sopravvissuta a dieci anni di servizio come istitutrice. Nata nel 1816, terza di sei fratelli (cinque sorelle e un unico maschio, Branwell, nato subito dopo di lei) cresciuti con il padre reverendo nella Canonica di Hawort, villaggio isolato nella brughiera persa nel vento e nei cespugli di erica dello Yorkshire, nord dell’Inghilterra. Il padre, irlandese sopravvissuto all’infanzia con una dieta di siero di latte e pane di patate e farina d’avena, aveva studiato a Cambridge grazie ai sussidi per i poveri da avviare alla carriera ecclesiastica. Era un solitario, e quando la moglie si ammalò i bambini furono lasciati a sé stessi: «Prendevano i pasti da soli», scrisse Elisabeth Gaskell, autrice nel 1857 della prima biografia di Charlotte Bronte (Castelvecchi 2015). «Poi se ne andavano nello studio, dove passavano il tempo a leggere, a sussurrare tra loro, a meno che non uscissero nella brughiera tenendosi per mano». Nel 1821 la madre morì, e il padre affidò la cura dei figli a una zia. Nel 1924 mandò le due maggiori, Mary e Elisabeth di dieci e nove anni, a studiare alla Clergy Daughters School di Cowan Bridge. Poco dopo ci spedì anche Charlotte, che allora aveva otto anni, e Emily, che ne aveva sei. Il figlio maschio, Branwell, restò a casa per essere educato dal padre, e così la figlia più piccola Anna. La scuola era identica alla Lowood della prima parte di Jane Eyre: gelida, gestita da carogne che umiliavano e affamavano le bambine con pasti a base di avena bruciata. Poco tempo dopo Mary e Elisabeth si ammalarono di tubercolosi, tornarono a casa e morirono nel 1825. Charlotte e Emily furono ritirate dalla scuola. I quattro ragazzi Bronte iniziarono a rifugiarsi nelle storie fantastiche che inventavano. Nel 1826 il padre regalò a Branwell dodici soldatini di metallo, scatenando nei figli infiniti giochi teatrali e letterari. Era proprio Branwell su cui il padre era disposto a investire. Lui si dedicò alla pittura – è suo l’unico ritratto esistente delle tre sorelle, oggi conservato alla National Portrait Gallery di Londra – e poi si perse nell’alcool e nell’oppio. Morì nel settembre 1848. Nel 1831 Charlotte andò a studiare in un’altra scuola, dove poi prese a insegnare. Iniziò una sorta di doppia vita: di giorno mite istitutrice, di notte tenace scrittrice che annotava su un diario il disgusto per il tempo che doveva perdere con i ragazzini pigri e viziati. Elisabeth Gaskell, che le divenne amica nei pochi anni in cui fu riconosciuta come scrittrice di successo, la ritrasse, forse per invidia, come vittima rassegnata del suo destino. Studi successivi, come quello di Lyndall Gordon, o la meta-biografia di Lucasta Miller sulla costruzione postuma dell’immagine delle sorelle Bronte (The Bronte Myth, Vintage 2002) restituiscono l’immagine di una donna diversa, brillante e determinata.

Charlotte lavorò sempre a stretto contatto con le sorelle. Nel 1846, con gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell le tre pubblicarono un libro di poesie: vendette due copie. L’anno dopo, quasi in contemporanea con Jane Eyre, uscì il capolavoro di Emily, Cime Tempestose, firmato Ellis Bell. Anne/Acton Bell diede alle stampe Agnes Grey e Il segreto della signora in nero. Quando un editore in cerca di pubblicità affermò che erano tutti la stessa persona, Charlotte e Emily presero il treno e si presentarono a Londra da John Smith. Charlotte rivelò di essere l’autrice di Jane Eyre. Smith rimase senza parole di fronte a quella donna piccola e con i denti rovinati. Le credette quando vide la lettera che lui stesso aveva indirizzato a Currer Bell. Fu l’inizio di un breve periodo felice, ma nel giro di poco morirono Branwell, Emily e Anne. Degli amori di Charlotte non si sa molto. Dai suoi libri e lettere si intuisce la passione frustrata per un professore conosciuto a Bruxelles, Costantin Heger, sposato. Ebbe alcuni spasimanti, ma li rifiutò. Nel 1854, dopo aver pubblicato Shirley e Villette, sposò il reverendo Arthur Bell Nichols. L’anno dopo restò incinta, ma morì, forse per un’infezione, prima di partorire. Jane Eyre, concepito in una stanza senza sole mentre Charlotte accudiva il padre operato agli occhi, non ha mai smesso di essere stampato.

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica il 29 aprile 2016

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