Oliver Sacks, sull’amore

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Difficile non averne sentito parlare, perché si tratta di una notizia ripresa dai giornali di tutto il mondo. Il 19 febbraio di quest’anno Oliver Sacks ha scritto in un editoriale sul New York Times di essere molto malato: «Fino a un mese fa mi sentivo in perfetta salute. A ottantuno anni nuoto ancora per un miglio tutti i giorni» racconta. «Ma adesso la fortuna sembra avermi abbandonato». Sacks è inglese, ebreo, ateo. Conclude il suo breve saggio esprimendo gratitudine per avere avuto il tempo di «esistere, come animale pensante, su questo bellissimo pianeta».

Sono passati più di quarant’anni, era il 1973, da quando l’editore inglese Duckworth pubblicò la prima edizione di Risvegli. Nel libro Sacks descrive la propria esperienza con i pazienti post-encefalitici dell’ospedale Mount Carmel nel Bronx, a cui aveva cominciato a somministrare un farmaco sperimentale. Nel 1990 è uscito anche un film tratto da Risvegli, diretto da Penny Marshall e interpretato da Robert de Niro e da Robin Williams, che è il dottor Sacks. Ci eravamo abituati a immaginarlo così: camicia bianca con il taschino gonfio di penne e matite, cravatta, camice stazzonato, barba, occhiali con la montatura metallica, timido e gentile, disponibilissimo con i pazienti ma refrattario a qualunque contatto umano al di fuori dell’ospedale. Dopo aver visto la foto sulla copertina dell’autobiografia On the Move: A life (Knopf), abbiamo dovuto ripensarlo tutto da capo.

La fotografia deve essere della fine degli anni Cinquanta: Sacks è un bellissimo ragazzo a cavallo di una Bmw e indossa una giacca di pelle aderente. Le spalle e i quadricipiti femorali ricordano quelli dei modelli delle riviste beefcake, che ritraevano uomini muscolosi seminudi e che hanno avuto un boom negli Stati Uniti proprio negli anni del dopoguerra. 

Si tratta di un periodo in cui si registra, come scrive lo storico Giovanni Dall’Orto in Tutta un’altra storia (Il Saggiatore): «il picco più alto di isteria omofobica dell’intera storia umana. Negli Usa questo fenomeno portò a proclamare ufficialmente per la prima volta che l’omosessualità era una malattia mentale nel 1952, e nel 1953 l’Executive Order 10450 del presidente Eisenhower stabilì che il puro e semplice fatto d’essere omosessuale, indipendentemente dal fatto d’aver infranto qualche legge, era motivo sufficiente di licenziamento da qualsiasi impiego pubblico». Anche in Gran Bretagna la legge vietava l’omosessualità (basta pensare al caso di Alan Turing, morto suicida nel 1952, dopo essere stato costretto alla scelta tra la prigione e la terapia ormonale). Ecco perché forse fino ad oggi, nelle centinaia di pagine in cui ha accostato il racconto dei casi clinici alle storie della sua vita (come in Zio Tungsteno, Allucinazioni o Su una gamba sola), Sacks non aveva mai accennato al fatto di essere omosessuale.

On the Move sembra scritto quasi per rimediare a questo. Non siamo di fronte, come potrebbe sembrare, alle confessioni di un uomo che si trova al cospetto della morte (anche perché il libro, che non ha certo l’aria di un lavoro finito in quattro e quattr’otto, doveva essere ormai bello e pronto a febbraio, quando Sacks ha scoperto di essere malato).

Al grande neurologo Oliver Sacks, riservatissimo, deve essere venuta voglia di scrivere dell’amore dopo averne sperimentato le magiche profondità domestiche. Nel suo caso, come racconta, è accaduto solo pochi anni fa, quando ha incontrato lo scrittore Billy Hayes, con cui vive da allora e a cui il libro è dedicato. In quel periodo Sacks aveva settantasette anni, era costretto a scrivere restando in piedi per via di una sciatica dolorosissima e ostinata. Gli avevano sostituito il ginocchio destro con una protesi artificiale. Si nutriva da anni di cereali e sardine, mangiate direttamente dalla lattina. Aveva l’impressione di essersi tenuto sempre «a una certa distanza dalla vita. Ma tutto è cambiato quando Billy e io ci siamo innamorati».

In On the Move usa come epigrafe una frase di Kierkegaard che dice più o meno così: «La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro». E leggendo della sua vita, non si può fare a meno di notare come, nel corso degli anni, abbia incarnato i diversi sottotipi iconici della cultura gaia: da ragazzo è stato il motociclista vestito di pelle, poi il culturista (nei primi anni Sessanta, a Venice Beach in California, detta anche Muscle beach), poi il bear (rotondetto e peloso come un orso), e infine il daddy (il fidanzato Billy ha una trentina d’anni di meno). Probabilmente senza farlo apposta. La parola gay, in senso di omosessuale, Sacks l’ha sentita pronunciare per la prima volta solo nel 1956, ad Amsterdam.

Da ragazzino si eccitava alla vista di una statua di Lacoonte in cima alle scale della scuola media, ma i suoi pensieri erano presi soprattutto dalla chimica inorganica e non si faceva tante domande. I suoi amici sapevano e non gli interessava, semplicemente avevano smesso di invitarlo alle festicciole organizzate per pomiciare con le ragazze.

A diciotto anni Sacks vince una borsa di studio per andare a Oxford, ma è ancora indeciso tra lo studio della biologia marina o della medicina. Il padre lo prende da parte e gli chiede se ha una ragazza. Oliver risponde di no. Il padre gli chiede allora se per caso è omosessuale. Lui risponde di sì, ma che la madre non deve saperlo. Le cose non vanno così. La mattina dopo Sacks vede sua madre infuriata come non l’aveva mai vista: lo chiama «abominio», gli dice che preferirebbe non fosse mai nato. Non gli rivolge la parola per tre giorni. Poi torna a comportarsi normalmente, senza più fare cenno all’accaduto. La famiglia di Sacks è, per molti versi, evoluta: sua madre viene da una famiglia in cui anche le figlie vengono mandate all’Università. Muriel Elsie Landau è una delle prime chirurghe di Londra. Ma è pur sempre, scrive Sacks nel libro, una donna nata nell’Ottocento, educata come ebrea ortodossa e cresciuta leggendo la Bibbia: «La morte di mia madre», scrive Sacks, «è stato il più grande dolore della mia vita». Anche se le sue parole, aggiunge, lo hanno perseguitato per moltissimo tempo, inquinando con senso di colpa e inibizioni una vita sessuale che avrebbe dovuto essere libera e gioiosa.

Sacks si innamora per la prima volta quando incontra il poeta Richard Selig a Oxford, nel 1953. Selig ha ventiquattro anni, Sacks ne ha venti e perde la testa: «Amavo il suo viso, il suo corpo, la sua mente, le sue poesie, tutto». Quando lo dice a Selig, questi gli risponde che aveva capito, che gli vuole molto bene, ma non lo ricambia. Dopo poco tempo Selig chiede all’amico Sacks di dare un’occhiata a una ghiandola che gli da fastidio. È un linfoma, Sacks lo capisce al volo. Non si vedranno più: Selig si sposa con l’arpista irlandese Mary O’Hara, si trasferisce con lei a New York e muore pochi mesi dopo.

Due anni dopo Sacks è ancora vergine. Ha passato l’estate a spaccare legna in un kibbutz in Israele. Al ritorno è come se si accorgesse per la prima volta di avere un corpo: ha ventidue anni, è dimagrito, bello e non è mai stato toccato da nessuno. Va ad Amsterdam, dove l’omosessualità è più libera. Ma comunque ha bisogno di vincere la timidezza ubriacandosi fino a svenire. La mattina si sveglia nel letto di un ragazzo sconosciuto, che gli porge una tazza di caffè e gli racconta che hanno fatto l’amore. La sola cosa sbagliata e pericolosa, gli dice il ragazzo, è aver bevuto così tanti superalcolici. Passa ancora del tempo. Sacks si è laureato e fa il tirocinio in un ospedale di Londra. L’ospedale è a pochi passi da Soho e dalla famosa Old Compton Street (ancora oggi sede di molti bar gay della città). Qui, in una vetrina, legge un annuncio velatissimo: motociclista cerca compagno per andare in giro durante il fine settimana. È così che inizia la relazione con Bud: a letto insieme il sabato pomeriggio e in motocicletta nella campagna inglese la domenica mattina. Ma poi Sacks decide di partire per il Canada per specializzarsi in neurologia. Come spiega in On the move, a Londra era più difficile fare carriera. C’erano già troppi medici, e soprattutto troppi che di cognome si chiamavano Sacks.

Dal Canada il giovane Oliver si sposta a a San Francisco, una città di cui ha sognato per anni. Lavora in nero in ospedale (il suo talento viene subito riconosciuto, ma non possono assumerlo perché non ha ancora la green card) e ha qualche altra relazione occasionale. A 32 anni, durante un periodaccio in cui abusa di anfetamine, vive una storia con un certo Karl. Poi, per più di tre decenni, pratica la castità. È in questo arco di tempo che inizia ad assomigliare al dottor Sacks dell’iconografia ufficiale, il Sacks reso famoso da Robin Williams.

Su Vanity Fair Usa un suo vecchio amico, Lawrence Weschler, racconta di come abbia tentato di scrivere, negli anni tra la pubblicazione di Risvegli e di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), una biografia di Sacks: «A quell’epoca viveva in un appartamentino a New York. Usciva praticamente solo per andare negli ospedali in cui lavorava, non aveva molti amici ed era quasi sempre libero per i pranzi e le uscite che costituirono l’inizio della nostra amicizia». Weschler aveva riempito interi taccuini di appunti. Da questi viene fuori il dramma di una vita vissuta quasi tutta sotto copertura, insieme con il gusto per la boutade, che non manca mai: «Il mio analista», gli confessa una volta Sacks, «dice che non ha mai incontrato nessuno meno toccato dal movimento di liberazione dei gay. È come se me ne restassi chiuso in cella, mentre si scatenano le danze ai cancelli della prigione».

Se c’è una cosa che attraversa tutta la sua scrittura negli anni è forse la capacità di descrivere anche il benessere, l’equilibrio, lo stato che in biologia è definito omeostasi. Sacks ne parla anche in un lungo articolo del 23 aprile, sulla New York Review of Books, in cui descrive un fastidioso intervento per tenere a bada la malattia. Il suo medico lo ha avvisato che i postumi sono dolorosi. Ma poi, dopo dieci giorni, comincia a sentirsi meglio: «Mi sono ritrovato all’improvviso pieno di energia fisica e creativa così potenti da sfociare quasi nell’ipomania. Ho cominciato a camminare su e giù per il corridoio del mio appartamento, mentre pensieri esuberanti mi attraversavano la mente».  Chissà, è improbabile, se Oliver Sacks ha mai visto una puntata Il trono di spade. Magari proprio quella in cui un maestro d’armi addestra una ragazzina al combattimento, e le spiega che «c’è solo una cosa che possiamo dire alla morte: non oggi». 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 26 giugno 2015

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luglio 5, 2015. Uncategorized.

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