Thomas Pynchon, La cresta dell’onda

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Forse solo Thomas Pynchon se lo può permettere, di sfornare un romanzo di quasi settecento pagine di presa in giro. Con La cresta dell’onda (Einaudi Stile Libero, traduzione di Massimo Bocchiola, pp. 670, euro 21,00), lo scrittore più misterioso del mondo (assieme alla nostra Elena Ferrante, di cui gli americani non a caso vanno pazzi) torna con un libro che è la parodia di una detective-story, con infiniti dettagli di satira di costume, citazioni di cultura popolare e una miriade di personaggi che sbucano istericamente come in un cartone animato. Ma non è tutto. La vicenda si snoda, o si annoda, a New York a partire dalla primavera subito prima dell’11 settembre.

Anche se all’innocenza del sogno americano Pynchon sembra non averci mai creduto, qui si diverte a raccontare l’adolescenza dell’epoca che stiamo vivendo adesso, quando la Rete assomigliava più a una lolita tentatrice che non al mostro miyazakiano della Città Incantata, pronto a inghiottire la fragile economia del secolo scorso per risputarla come un mucchio di detriti.

Il personaggio principale di La cresta dell’Onda è Maxine Tarnow, mamma separata dell’Upper West Side che accompagna i figli Otis e Ziggy a scuola per poi dedicarsi alla sua piccola agenzia antifrode, la Visti e Presi. Un giorno Maxine riceve la visita di un vecchio amico, Reg, che le suggerisce di indagare su una società di sicurezza informatica chiamata hashslingrz, a cui fa capo il ricchissimo Gabriel Ice. Meglio non dire altro, se non che presto verranno fuori cadaveri sul tetto del palazzo vicino, misteriosi arabi al lavoro su dei computer, agenti del Mossad, programmi di realtà virtuale forse accessibili dall’aldilà.

Una delle parole più usate per descrivere l’opera di Pynchon, fin dal suo esordio nel 1963 con V., è stata paranoia. E anche con questo libro l’autore fa di tutto per farci prendere la direzione sbagliata, illudendoci che si possa arrivare al fondo del complotto, a smascherare i cattivi che tramano nell’ombra per gestire il disordine mondiale. È inutile tentare una mappa. Inutile anche cercare in La cresta dell’onda la grandezza psicotica de L’arcobaleno della gravità (1973) o in Maxine Tarnow l’ingenuità romantica di Oedipa Maas di L’incanto del lotto 49 (1965). Ma non si può pretendere troppo. Se quello che si sa di lui è vero, Thomas Pynchon ha settantasette anni. Per la prima volta scrive una storia ambientata interamente a New York, dove vive da più di trent’anni: «Giuliani e i suoi amici palazzinari e le forze del moralismo suburbano l’hanno sterilizzata e disneyficata». E se è questo il grande romanzo epico del nuovo millennio, è quello che ci meritiamo.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì il 26 settembre 2014

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