Joan Didion

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Joan Didion, la scrittrice che ha passato l’adolescenza a battere a macchina i passaggi migliori di Hemingway, e dalla quale Bret Easton Ellis ha dichiarato di aver rubato tutto, compirà ottant’anni il prossimo 5 dicembre.

Per quel che si sa, vive sola nel grande appartamento di Manhattan che divideva con il marito. Ha lasciato, con eleganza, che il suo viso invecchiasse senza toccarlo. Vi si intravede l’antica bellezza, immortalata da fotografie nella casa di Malibù negli anni ’60: sottile e vestita di bianco, gli occhiali da sole, la sigaretta in mano e un drink appoggiato da qualche parte sulla balaustra con vista sull’Oceano.

Ciò che le è accaduto negli ultimi anni Didion lo ha raccontato in L’anno del pensiero magico (Il saggiatore, 2005), che ha vinto il National Book Award, e in Blue Nights (2011), due memoir che descrivono la reazione alla morte improvvisa del marito John Dunne, e poi della figlia adottiva Quintana Roo dopo una serie di strane malattie; libri straordinari sul lutto, l’amore e la memoria. Sul fatto che alla fine devi accettare l’idea che forse non sei stata una buona madre, o che il luccichio dei momenti felici lo riconosci davvero solo quando è tardi, vedendolo in fotografia.

Ma nel 1984 tutto questo era ancora lontano. Nell’anno in cui morivano Truman Capote e Julio Cortàzar, La fiera delle vanità di Tom Wolfe iniziava a uscire a puntate su Rolling Stone e Joan Didion pubblicava Democracy.Democracy (Edizioni E/O traduzione di Rossella Bernascone, pp. 224, euro 14,50), è il quarto romanzo di una scrittrice che è tra i nomi più importanti del giornalismo letterario. Nata a Sacramento in California, si trasferisce a New York verso la fine degli anni ’50. Lavora a Vogue, dove pubblica i primi saggi: «Una volta» scrive in Sul rispetto di sé (1961), «in una stagione secca, scrissi a grandi lettere su due pagine di un quaderno che l’innocenza finisce quando veniamo privati dell’illusione di piacere a noi stessi».

C’era già, fin dall’inizio, lo sguardo capace di osservare le cose da una distanza malinconica, lo sguardo di una persona troppo disincantata per assistere con entusiasmo al fiorire delle controculture, troppo intelligente per aderire a uno slogan; forse certa solo del fatto che la verità è un’entità troppo privata e sfuggente per essere affidata a qualcosa di meno solido della sintassi.

Poco a suo agio con le persone, Joan Didion sposa nel 1964 lo scrittore e sceneggiatore John Gregory Dunne, l’amore della sua vita: «Hanno avuto un matrimonio superbo durato quarant’anni», ha scritto Dominick Dunne, il fratello di John, «erano perfettamente assortiti. Ognuno finiva la frase dell’altro. Cominciavano ogni giornata con una passeggiata a Central Park».I Didion-Dunnes, come avevano cominciato a chiamarli gli amici, si trasferiscono in una casa sulla spiaggia vicino a Los Angeles e adottano, ancora neonata, la figlia Quintana. I racconti e le immagini di quel periodo danno l’idea di un’estate lunga due decenni. La coppia lavora a sceneggiature per il cinema, e ognuno è il primo lettore degli articoli e dei libri dell’altro. Sono gli anni in cui Joan Didion mette insieme le pagine migliori della sua carriera; affreschi di costume, cultura e politica raccolti nei volumi Verso Betlemme del 1968 (Il saggiatore, 2008) e White Album (1979), ancora inedito in Italia.

I due tornano a New York nei primi anni ’80, quando la figlia va al college. È allora che Didion comincia a lavorare a Democracy. Ha raccontato che fin dalla stesura del primo romanzo Run,River (1964) avrebbe voluto sperimentare tecniche diverse, come accelerazioni cronologiche e salti temporali. Allora aveva lasciato perdere, ma è proprio questo che fa adesso con Democracy, dimostrando una maestria impressionante. La scrittrice Mary McCarty, nella sua recensione sul New York Times del 1984 lo aveva definito come «Una sorta di puzzle, ipnotizzato dal cinema». Democracy, tra echi di personaggi femminili fitzgeraldiani e minimalismo alla Carver (Cattedrale era uscito l’anno prima) è insieme storia d’amore, spy-story, ritratto di una certa società che si lascia vivere bevendo alcolici a bordo piscina tra le Hawaii e il Sud-est asiatico, e riflessione sulla politica americana alla fine della guerra del Vietnam. L’autrice comincia infatti a pensare al libro nel 1975, mentre tiene un corso a Berkeley: «Volevo dimostrare», avrebbe detto anni dopo «che si poteva scrivere una storia d’amore e parlare della caduta di Saigon, o dell’Irangate».

Cresciuta dai suoi genitori come una «californiana repubblicana e conservatrice», nel 1964 aveva votato per Barry Goldwater, avversario di Lyndon Johnson, per poi dichiarare, orgogliosamente, di essere stata la prima nella sua famiglia ad aver preso la tessera del Partito Democratico. Dal 1988 in poi Didion ha scritto molto di politica, seguendo le campagne presidenziali per la New York Review of Books: «Non ero mai stata a una convention prima, non sapevo quasi niente di politica interna», ha detto.

Sembra chiaro che desiderava, ancora una volta, superare i confini della sua scrittura. E quelli imposti dalla visione della società nei confronti delle donne che scrivono: «Quando ho iniziato, lo scenario in cui si muoveva un romanziere era fatto di grandi bevute, mogli, guerre, Africa, Parigi. Una donna invece era spesso percepita come una specie di reclusa o di invalida, come Flannery O’Connor o Carson McCullers. I romanzi delle scrittrici tendevano a essere descritti, a partire dagli stessi editori, con la parola sensibilità». Non è facile definire con una parola il lavoro di una persona che è riuscita a trovare, in tutte le case e gli alberghi in giro per il mondo, una scrivania per lavorare ogni giorno. Probabilmente anche in questo momento è seduta lì. Una donna di settantanove anni al suo tavolo, nella grande casa di Manhattan, che non smette di cercare la parola perfetta.

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settembre 25, 2014. Tag: , , , , , . Uncategorized.

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