The Patrick Melrose Novels, Edward St.Aubyn

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Una tenuta a Saint Nazaire, in Francia, viali di cipressi e stanze umide nel versante della Loira affacciato sull’Oceano Atlantico. È qui che iniziano le avventure del giovane Patrick Melrose, vittima del padre David, sadico e crudele, che lo violenta per la prima volta a cinque anni, e della madre Eleanor, aristocratica alcolizzata, che beve dal mattino e non si accorge di niente. Tutto intorno la maledizione che sempre porta con sé il denaro ereditato: la deriva nell’infelicità, la dipendenza, l’avarizia o la filantropia.

Edward St Aubyn, scrittore inglese nato in Cornovaglia nel 1960 e autore dei cinque romanzi che compongono la saga dei Melrose (i primi quattro ripubblicati in un solo volume di 730 pagine da Neri Pozza ad aprile, come l’ultimo, Lieto Fine – pp.208, 16,00 euro – che esce in questi giorni con la bella traduzione di Luca Briasco) questa infanzia l’ha vissuta davvero: «Nel primo libro, Non importa, ho raccontato le cose che non riuscivo a togliermi dalla mente, quelle che trovavo opprimenti e incomprensibili» dice St Aubyn.

E se è vero, come cantava Fabrizio De André, che dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fiori, dal peggiore dei traumi Edward St Aubyn ha tirato fuori alcune delle pagine più brillanti della letteratura degli ultimi vent’anni, qualcosa che non potrebbe essere più lontano da un’autobiografia: «Non ho scritto un memoir ma dei romanzi perché mi interessava la natura universale e drammaturgica di alcune situazioni in cui mi sono trovato. Quello di cui stavo scrivendo richiedeva la distanza di un racconto in terza persona, per evitare l’atmosfera di confessione o di pietà per se stessi». Nella scena terribile in cui è vittima della violenza sessuale, per Patrick la distanza è materiale: «Da dietro le tende con gli uccelli verdi vide un geco che faceva capolino e si fermava – scrive – immobile, all’angolo tra le due pareti, accanto alla finestra aperta. Patrick si protese verso la lucertola. Stringendo i pugni fino a trasformare la propria concentrazione in un filo del telefono steso tra di loro, Patrick svanì nella pelle del geco». Non si può dire che ne esca indenne. Nel libro seguente, Cattive Notizie, ha vent’anni e si trova a New York per recuperare le ceneri del padre. La sua vita gira intorno alle pillole, all’alcol e alle iniezioni di eroina e cocaina, con una descrizione della tossicodipendenza così esilarante e triste che, leggendola, non si sa se ridere o scoppiare a piangere.

I romanzi vanno avanti poi con Speranza, che si svolge durante una festa dell’alta società nella campagna inglese, e Latte Materno (finalista al Man Booker Prize del 2006), in cui Patrick diventa padre a sua volta, mentre la madre Eleanor scivola nella demenza: «Ho scritto il libro pensando a un neonato che non è ancora in grado di parlare, e a una donna vecchia che non può più farlo – racconta l’autore – Ho passato moltissimo tempo a immaginare una coscienza senza parole, e ho scritto la prima parte di Latte materno dal punto di vista di un bambino appena nato».

In ogni pagina dei Melrose, dietro lo schermo dell’ironia c’è il tentativo di svelare segreti, mettere in luce le parti oscure della vita di Patrick e della sua famiglia: «Mi viene in mente la frase di T.S. Eliot in cui il poeta definisce la scrittura come una discesa nell’inarticolato. Ad esempio in Non importa l’inarticolato è il tabù della violenza e dell’incesto, in Cattive notizie sono i contorni dell’oblio in cui vive una persona dipendente dalle droghe».

Bisogna dire che può essere proprio un guaio mettersi a fare i prepotenti con un futuro  scrittore, perché le ferite inferte e i loro responsabili vengono trascinati fuori dal passato, trasformati in letteratura. Ma scriverne può servire, nella vita vera, a lenirle? «L’atto di scrivere per me è stato più che altro traumatico, ho lavorato al primo libro in preda agli attacchi di panico» dice St Aubyn  «ma una volta che un romanzo era finito ha forse avuto un effetto terapeutico. Il mio intento era di creare un’opera d’arte, e l’arte ha il potere di rendere buffe le cose terribili, e di mettere ordine nel caos. Di mezzo c’è anche la sublimazione, la voglia di trasformare gli impulsi distruttivi di odio e vendetta in quello che, spero, sia un’esperienza letteraria piacevole. So che i miei libri hanno a che fare con temi oscuri e dolorosi, ma più oscuro è il soggetto più leggerezza richiede».

La leggerezza arriva con Lieto fine, chesi apre con il funerale di Eleanor. Patrick è sotto shock. Si sa che, nonostante tutto, non si può fare a meno di amare la propria madre, anche se come ultimo smacco ha lasciato in eredità la tenuta francese di famiglia a un sedicente sciamano transpersonale a capo di una comunità new age.

A un amico che gli chiede come si senta Patrick risponde: «Credo che la morte di mia madre sia la cosa migliore che mi è accaduta da… be’, dalla morte di mio padre». E poi, parlando dell’artificio retorico che in fondo gli ha salvato la vita: «L’ironia è la dipendenza peggiore in assoluto. Altro che l’eroina. Non esiste impresa più disperata che cercare di abbandonare l’ironia, il bisogno profondo di intendere una cosa e il suo contrario, di essere in due posti nello stesso istante, di sfuggire alla catastrofe dei significati inequivocabili». Ma poi lo fa. Il titolo originale del libro è At last, come la canzone di Etta James. Alla fine Patrick può lasciare la pelle del geco: «La spessa, impenetrabile oscurità dell’inarticolato si trasformò in un silenzio che era perfettamente trasparente, e Patrick vide che in quella nitidezza c’era un margine di libertà, una sospensione della tendenza a reagire».Proprio come il suo autore, che ha scritto forse il libro più bello di tutta la saga dei Melrose.

 

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 22 novembre 2013

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novembre 23, 2013. Tag: , , , . Uncategorized.

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