Oslo: Jo Nesbø

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Oslo. Una città così educata da corrispondere all’idea che ci si era fatti di lei in una vita di luoghi comuni sul grande nord. Pulita e silenziosa, ancora bianca di neve ai primi di marzo, con le strade spazzate e il ghiaccio seminato di ghiaia scura. Per terra non ci sono cartacce, cacche di cane o mozziconi di sigaretta. Gruppi di ragazzi e ragazze con i visi arrossati scendono dalla metropolitana con le attrezzature da sci. In una passeggiata di venti minuti, dal centro della città alla parte ovest, quella elegante, si contano cinque o sei mamme con la carrozzina, quattro mendicanti che chiedono spiccioli, e qualche impiegato che va al lavoro con le cuffie dell’ipod nelle orecchie. Davanti al Palazzo Reale, in un parco su una collina da cui si vede il porto, dei giovani soldati marciano avanti e indietro come i pupazzetti di un carillon: «Ma non tutto è come sembra, anche Oslo ha i suoi problemi di droga e malavita», dice lo scrittore.
Jo Nesbø siede con un cappuccino e il computer al tavolino di un tapas bar, un po’ nascosto nella parallela di una delle vie principali. Un amico si avvicina e si mettono a parlare, in norvegese, di arrampicata e di donne: «La sua ragazza lo ha lasciato. Di quelle cose che non ti aspetti, – traduce poi – sembravano la coppia perfetta».
Provando a immaginare un equivalente italiano di Nesbø non ci si riesce. Ha avuto successo in tutto ciò che ha fatto. A diciassette anni giocava a calcio in una squadra norvegese di serie A. Un infortunio al ginocchio gli ha impedito di continuare, allora si è laureato in economia e ha fatto i soldi lavorando come broker. Di notte si esibiva, con il fratello Knut e altri ragazzi, in una band dal nome Di Derre. Scriveva i testi e suonava la chitarra. Il loro secondo album è diventato uno tra i più venduti della storia della musica pop norvegese. Nel 1996, stanco di questa doppia vita, ha preso sei mesi di pausa partendo per l’Australia. Sull’aereo gli è venuta l’idea per un libro, e quando è arrivato in albergo si è seduto e si è messo a scrivere per 14 ore al giorno.
Il libro sarebbe diventato The Bat (1997, inedito in Italia), primo episodio della serie del poliziotto Harry Hole, ora giunta al nono capitolo e che ha venduto in tutto circa 15 milioni di copie nel mondo. Nesbø, cinquantadue anni, sembra avere lo stesso dannato fascino da ragazzo del suo detective. Per il resto, non ci assomiglia per niente. Hole è un ex-alcolista e oppiomane sempre in lotta con i propri demoni, il viso sfregiato negli scontri con i serial-killer. Lo scrittore, pallido e atletico, ha l’aria di chi mangia sano, fa tanto sport e dorme bene la notte. Della sua vita privata si sa solo che ha una figlia di tredici anni, che spesso lo accompagna nei suoi viaggi. Intorno a noi nessuno sembra accorgersi di lui: «I norvegesi sono fatti così – dice – gli stessi che a un concerto urlano sotto il palco, quando li incontro fuori abbassano timidamente lo sguardo e nemmeno mi salutano».
Siamo qui per parlare di Il cacciatore di teste (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Maria Teresa Cattaneo, pp. 304, euro 18,00), anche se Nesbø non lo sapeva: ha perso il conto di cosa viene pubblicato e quando, nei tanti paesi in cui sono tradotti i suoi libri. Sfogliando la sua bibliografia si capisce che si tratta di un libro che ha scritto, nel 2008, tra un’avventura di Harry Hole e un’altra. Sembra quasi un’esercizio per giocare con gli stereotipi delle storie trita-yuppie dei romanzi anni Ottanta, ed è l’unico libro che ha scritto in prima persona: «Quello che volevo era creare un protagonista odioso – dice Nesbø – facendo poi in modo che il lettore si trovasse comunque a fare il tifo per lui. Ed è quasi impossibile non fare il tifo per chi racconta la storia». Viene in mente, a questo proposito, American Psycho di Breat Easton Ellis: «American Psycho è senz’altro uno dei romanzi a cui mi sono ispirato di più – spiega. Il protagonista è un assassino così repellente che leggendo la sua storia mi sono sentito male, come contaminato. Eppure, quando a un certo punto sta per essere scoperto dalla polizia, mi sono reso conto che parteggiavo per lui».
Roger, il narratore di Cacciatore di teste, ha un doppio lavoro. Quello ufficiale è reclutare manager di alto livello per le aziende, mentre di nascosto ruba opere d’arte nelle case dei suoi candidati per mantenere una moglie troppo bella e una casa troppo costosa. All’inizio tutto sembra funzionare, ma presto il gioco gli sfugge di mano. Nel film tratto dal libro, che ha vinto il primo premio al Festival del Cinema Noir di Courmayeur nel 2011, c’è una scena particolarmente disgustosa. Roger è braccato, in una baita, dal cane da guerra del suo nemico. L’unica soluzione che trova è quella di immergersi in una latrina, usando come boccaglio il tubo di un rotolo di carta igienica: «Mi è stato chiesto tante volte come mi sia potuta venire in mente quella scena, ma a me è venuto naturale. Sei un bagno come quello, con lo scarico a terra (ancora se ne trovano nelle case di campagna norvegesi). Guardi giù e non puoi fare a meno di chiederti come sarebbe se fossi costretto ad andare là sotto».
Del resto chi parla è uno che ha immaginato strumenti di tortura come la mela di Leopoldo, una palla di metallo che una volta inserita nella bocca della vittima non si riesce più a estrarre, e che tirando una cordicella spara ventiquattro aghi che spappolano le mucose e il cervello del malcapitato. O persone gettate vive in vulcani in eruzione, o ancora gente incollata e poi lasciata annegare nella vasca da bagno: «Per me il noir o il thriller sono solo gabbie, strutture. È modo per creare aspettative nel lettore, – racconta Nesbø, – un po’ come nelle canzoni. C’è la prima strofa, e chi ascolta sa che a un certo punto arriverà il ritornello. La cosa divertente, con le aspettative, è che puoi disattenderle». Se c’è una caratteristica in comune che hanno tutti i personaggi di Nesbø è quella tipica della narrativa noir americana. I buoni non si distinguono mai del tutto dai cattivi, e a guardare bene nessuno è innocente: «I miei personaggi, alla fin fine, sono animati dalle stesse cose che muovono tutti, e che forse mandano avanti il mondo: l’amore, e la paura della morte».

Questo articolo è uscito su Il Venerdì di Repubblica il 22 marzo 2013

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aprile 14, 2013. Uncategorized.

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