Winter Journal

Ci sono scrittori che migliorano con l’età, riflessioni sulla vecchiaia e i giorni perduti che lasciano senza fiato. Come Joan Didion e il suo meraviglioso Blue Nights (Il saggiatore, 2012).

Ci sono libri, davvero pochi, nei quali l’uso della seconda persona singolare come voce narrante sembra inevitabile, come nel romanzo Le mille luci di New York, esordio di Jay McInerney del 1984.

E poi c’è Winter Journal di Paul Auster (Faber and Faber Non Fiction, 240 pp), uscito negli Stati Uniti alla fine di agosto. Auster, che come scrive il New York Times «è stato uno scrittore a Brooklyn molto tempo prima che esistessero scrittori a Brooklyn», ha esordito nel 1982 con L’invenzione della solitudine, una toccante riflessione autobiografica sulla figura del padre e la sua morte improvvisa.

Dopo il successo dei romanzi raccolti nella Trilogia di New York del 1987 e delle sceneggiature dei film Smoke e Blue in the face diretti da Wayne Wang, ha parlato ancora di sé in Sbarcare il lunario, cronaca di un iniziale fallimento (1997), il racconto triste e divertente del suo tentativo di iniziare a guadagnarsi da vivere con la scrittura. Adesso, in questo nuovo libro, Auster descrive (in una seconda persona singolare che non sempre funziona) il fatto di svegliarsi e accorgersi di avere sessantatré anni: «Pensi che a te non accadrà mai», scrive in apertura, «a te non può succedere, sei l’unica persona al mondo a cui nessuna di queste cose succederà mai, e poi, una per una, cominciano ad accadere, nello stesso modo in cui accadono a chiunque altro». Si capisce subito che Winter Journal non è all’altezza dei suoi lavori precedenti. Il critico del Guardian ne parla come di «un libro terribile, auto-indulgente, concepito male e editato senza cura». È vero che il montaggio alternato tra l’osservazione del proprio corpo che invecchia, l’elenco delle cicatrici sul viso e il racconto degli incidenti capitati quando l’autore aveva tre o cinque anni diventa presto faticoso.

Forse, viene da pensare, Auster in questo libro si perde in troppe inezie, come quando racconta che ha sempre amato l’amore, innamorandosi di ragazze di tutte le misure e colori, o quando descrive lungo due pagine intere tutti i cibi che amava mangiare da piccolo. O le case dove ha abitato, tra Brooklyn e Parigi. La sua sfortuna forse, nel campo delle memorie, è di avere avuto una vita tutto sommato fortunata. Una vita ricca di disavventure, come un sospetto infarto che si rivela un’indigestione o un incidente automobilistico che avrebbe potuto essere fatale ma non lo è stato. Vere tragedie: nessuna. Anche su questo Joan Didion, suo malgrado, la sa molto più lunga.

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica il 5 ottobre 2012

Annunci

ottobre 5, 2012. Tag: , , . Uncategorized.

Lascia un commento

Be the first to comment!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback URI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: