Ogni cosa è da lei illuminata

Androginia, freschezza adolescenziale, coraggio, libertà sessuale, ricchezza, vita sregolata, demoni interiori, morte prematura. Gli ingredienti per fare della svizzera Annemarie Schwarzenbach (Zurigo 1908 – Sils in Engadina 1942) un personaggio di culto ci sono tutti.

Eppure c’è anche qualcos’altro, qualcosa che lega la precoce predisposizione di Schwarzenbach per la scrittura con l’affermazione, non comune ai suoi tempi, della certezza di volere (potere?) amare solo le donne.

È uscito questa estate, per la collana Le Silerchie de Il Saggiatore, uno scritto inedito, intitolato in italiano Ogni cosa è da lei illuminata. Si tratta di un manoscritto di sessanta pagine che si trovava nell’Archivio svizzero di letteratura di Berna, catalogato con la dicitura «Frammento senza titolo». Il libro è stato ritrovato nel 2007 dal pronipote Alexis, storico e biografo della famiglia, che ne ha curato la pubblicazione ricopiando tutte le pagine, che erano numerate in modo sbagliato, e riordinandole secondo un criterio di contenuti. Tra i libri già pubblicati di Annemarie (per lungo tempo dimenticata e riscoperta solo verso la fine degli anni Ottanta) ci sono soprattutto racconti di viaggio. Terza figlia di una ricchissima famiglia di produttori di seta dalle simpatie naziste, era stata educata a casa in una villa sul lago di Zurigo fino alla tarda adolescenza. I suoi amici di sempre erano Klaus ed Erika Mann, i figli del grande scrittore. Klaus Mann descrive l’aspetto dell’amica riportando una battuta di suo padre: «Quando cenò con noi per la prima volta a Monaco – racconta – il Mago (così i figli chiamavano Thomas Mann) la guardava con la coda dell’occhio con un misto di ansia e piacere, e a un certo punto le disse che era curioso il fatto che, se fosse stata un ragazzo, si sarebbe potuto dire che era di straordinaria bellezza».

Erika Mann fu per tutta la vita il grande amore di Annemarie, che era di idee politiche molto diverse da quelle della sua famiglia e molto inquieta. La sua passione erano i lunghi viaggi, soprattutto in Oriente, che documentava con scritti e fotografie. Nel 1933 è in Siria e in Iraq, e nel 1935 sposa, forse per volere della famiglia, un diplomatico francese a Teheran. Ovunque vada le donne cadono ai suoi piedi, ma Schwarzenbach è perseguitata da un’infelicità che la conduce alla dipendenza dalla morfina. Più volte ricoverata in clinica, non riesce mai a guarire del tutto. Nel 1942 un trauma cranico per una caduta dalla bicicletta viene scambiato dai medici per schizofrenia, causandone la morte.

Ogni cosa è da lei illuminata svela più cose del carattere della sua autrice di tutte le opere conosciute. Innanzitutto, come racconta il curatore nella postfazione, porta sul frontespizio la data 24 dicembre 1929. A quell’epoca Annemarie aveva appena ventun’anni. Nel racconto, che probabilmente scrive di getto durante quel Natale, illustra la passione per una donna intravista nell’ascensore di un albergo a St.Moritz: «Vedere una donna: solo per un secondo, – sono le prime parole che annota – solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell’oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire”. Da qui la storia va avanti descrivendo da una parte la passione dell’autrice per Ena Bernstein, dall’altra rappresentando la dichiarazione, fiera e romantica, della propria omosessualità: «Così, ogni minuto della mia giornata acquisiva uno splendore senza eguali, respiravo, felice, l’aria pura e chiara del mattino, attendevo, fremente, l’apparizione del sole che sorgeva al di sopra delle cime e si spandeva con prodigalità sul biancore dei campi di neve».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero venerdì 31 agosto 2012

 

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settembre 1, 2012. Tag: , , . Uncategorized.

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