Il silenzio non esiste

Image

È la sera del 29 agosto 1952 nella Maverick Concert Hall, una sala da concerti all’aperto a sud di Woodstock, New York. Il pubblico attende l’inizio dell’esibizione del giovane pianista David Tudor.

Tudor entra e si siede al pianoforte, poi chiude il coperchio della tastiera e guarda un cronometro. Per due volte, nei quattro minuti successivi, alza e riabbassa gentilmente il coperchio e gira le pagine dello spartito, che non contiene alcuna nota. Allo scoccare di quattro minuti e trentatré secondi, si alza, come per ricevere gli applausi.

Il racconto della prima di 4’33’’ di John Cage, compositore fondamentale del Novecento di cui si celebra in questi giorni il centenario della nascita, è al centro del saggio di Kyle Gann Il silenzio non esiste (Isbn, 176 pp, euro 28,00). L’autore è un musicologo che insegna al Bard College di New York. L’evento che descrive è uno di quelli che hanno segnato la storia della musica contemporanea e ridefinito per sempre il concetto di performance. Come racconta Gann nel libro Cage spiegò alcuni anni più tardi, nel 1985, quello che intendeva fare con il suo pezzo «silenzioso», sottolineando come il pubblico ne facesse parte: «Ciò che pensavano fosse silenzio – dice Cage – si rivelava pieno di suoni accidentali, dal momento che non sapevano come ascoltare». Il musicista descrisse anche l’accoglienza ricevuta: «Nessuno rise, si irritarono quando si accorsero che non sarebbe accaduto nulla, e di sicuro dopo trent’anni non l’hanno ancora dimenticato: sono ancora arrabbiati».

Cage aveva visitato, nel 1951, la camera anecnoica dell’università di Harvard. Vi era entrato aspettandosi di trovare il silenzio assoluto, solo per scoprire che questo era rotto da un suono acuto e uno più grave. Quando chiese spiegazioni si sentì rispondere che il suono acuto era il suo sistema nervoso in azione, mentre l’altro la circolazione del sangue. Capì così che il silenzio, come comunemente lo intendiamo, non esisteva.

Gann dedica una parte del libro alle persone che hanno influenzato l’opera di Cage. Da Eric Satie, su cui Cage aveva organizzato nel 1948 un festival e dei seminari, a Marchel Duchamp, amico carissimo del quale aveva detto «più di qualsiasi altro artista di questo secolo lui è quello che mi ha cambiato la vita», fino al mistico Meister Eckhart e al maestro zen Daisetsu Suzuki. Da non sottovalutare, oltre alle riflessioni sui legami tra immanenza, suono e musica, è l’involontaria comicità (e Cage ci aveva senz’altro pensato) dell’esecuzione di 4’33’’. C’è su youtube un filmato del 2006 della rete televisiva BBC Four con una performance dell’orchestra sinfonica di Londra. Entra il direttore, prende in mano la bacchetta, gira lo spartito. I violinisti tengono ferma la bacchetta sulla spalla. Dopo un po’ qualcuno tra il pubblico comincia a tossire. Al secondo movimento il direttore tira fuori un fazzoletto e si asciuga la fronte. La platea ride. Così fino alla fine, e poi applausi scroscianti.

 

Questo articolo è uscito per Il Messaggero domenica 19 agosto 2012

Annunci

agosto 19, 2012. Tag: , , , . Uncategorized.

Lascia un commento

Be the first to comment!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback URI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: