«Ti posso chiedere una cosa?»

«Ti posso chiedere una cosa?».
Il ragazzo dell’autolavaggio indossa la divisa estiva da benzinaio, con la camicia a maniche corte in cotone pesante, e suda mentre mi finisce di asciugare i vetri della macchina con un panno. So di che si tratta, mi è capitato altre volte. Deve aver visto la macchia di colore sul mio avambraccio. È ormai quasi senza forma, inizia sul polso e finisce poco prima del gomito. Prima, al posto della macchia, c’era un tatuaggio pieno di colori. Avevo capito di odiarlo subito dopo essere uscita dallo studio del tatuatore, con il braccio dolorante avvolto nella pellicola trasparente. O forse ancora prima, mentre guardavo il disegno prendere forma sotto gli aghi della macchinetta. Ogni volta che ci avevo ripensato, dopo, avevo rimpianto di non essere rimasta a casa quel pomeriggio, di non aver avuto la febbre, o qualcosa che mi avesse impedito di andare. E ogni volta che avevo osservato qualcuno per strada lo avevo invidiato, per non avere addosso un disegno che è come un vestito che non puoi mai cambiare, un taglio di capelli che non ti piace più ma sei costretto a portare, per sempre.

Per molti anni, ogni estate in cui dovevo scoprire le braccia, mi ero sentita triste. Fino a che non ero venuta a sapere del laser. «Per caso te lo stai cancellando?» dice il ragazzo. A voce bassa, come se temesse di offendermi. Quando si tratta di tatuaggi, le persone si sentono autorizzate a toccarti, a girarti intorno, avvicinare la faccia a due centimetri dalla pelle, a chiedere cosa vuol dire, quando lo hai fatto, perché, dove, se ti ha fatto male. Ormai credo di sapere come deve sentirsi chi ha nel corpo qualcosa di diverso che salta agli occhi. La vischiosità e l’invadenza di certi sguardi. A nessuno verrebbe in mente, come succede con i tatuaggi, di toccare o commentare le scarpe di uno sconosciuto, i nei, o qualsiasi altra caratteristica fisica. Il tatuaggio passa per una affermazione, una cosa di sé detta a voce alta, una frase che è sempre lecito commentare.
«Sì, con il laser». Invece chi chiede informazioni su come eliminarlo è molto più cauto, educato, forse perché, se interessato a saperne di più, sa cosa significa convivere con un disegno che non vorresti più. «Anche tu ne hai uno che non ti piace?» chiedo. Si sbottona la camicia. Sul petto ha una cosa rossa e nera, somiglia a uno squarcio, una spellatura da cui viene fuori un pezzo di tuta di Spiderman: «Mi mette in imbarazzo, al mare», dice. Ci credo. Così gli do il nome e l’indirizzo del dottore, e cerco di immaginare questo ragazzo con i capelli biondi e la pelle scurita dal sole e dallo smog della Cristoforo Colombo seduto nella sala d’attesa del dermatologo in centro. Ci ero capitata dopo che un altro medico romano, famoso per togliere i tatuaggi con il laser, mi aveva chiesto seicento euro per una seduta di un quarto d’ora.

Il malcontento da tatuaggi sbagliati sembra colpire in modo trasversale. Se gli anni Ottanta, Novanta e Duemila sono stati gli anni del «metti», questi che arrivano saranno gli anni del «togli». Tatuaggi, piercing, protesi al seno, filler delle labbra, via tutto. C’è una vignetta di Matt Groening, autore dei Simpson, che ritrae due vecchietti con la pelle cadente, coperta di scritte come grunge e Nirvana. Uno sta dicendo all’altro: «Così anche tu eri un idiota negli anni ’90».

Sulla spiaggia di Capocotta, vicino a Ostia, mi sembra di vedere un’improvvisa esplosione di sobrietà. Sono soprattutto i ragazzi sui vent’anni a avere la pelle pulita, uniforme. Come in una frase del romanzo di Jennifer Egan Il tempo è un bastardo: «Allo specchio, il petto di Rolph era liscio. Non c’era nessun segno. Il segno era ovunque. Il segno era la giovinezza». In fila al bar dello stabilimento Mediterranea sono tutti giovanissimi, e qualche tatuaggio c’è. Un cuore sacro con al centro una scritta indecifrabile sul petto di un milanese, il contorno di due peonie sul bicipite di un hipster, un’azzardata riproduzione del bacio di Klimt sulla coscia di un’altro. Molti i mini tatuaggi nell’area delle spalle, di quelli che ci si può permettere il lusso di dimenticare: tribali, lucertoline, ideogrammi giapponesi. Ma non è sempre una questione di dimensioni.

Tra le leggi non scritte del mondo dei tatuaggi, che ho imparato a mie spese, ce n’è una che ho capito contare più delle altre: qualunque tatuaggio si possa coprire con il cotone di una t-shirt, anche un drago multicolore che prende tutta la schiena, ha un coefficiente di imbarazzo minore di un disegno piccolo sugli avambracci. Per consolarmi, mi basta pensare a quest’altra regola: «Sarai per sempre felice di non avere nessun tatuaggio sul collo». Mi guardo intorno alla ricerca di scritte. Non so se è una moda che hanno lanciato i calciatori, ma in giro mi pare che se ne vedano sempre di più. Mi avvicino a una ragazza pallida con i capelli biondi divisi dalla riga in mezzo. Ha tatuato Marco, in corsivo, sul polso sinistro. Le chiedo se le va di parlarmene: «Marco è il mio ex-ragazzo» racconta. «Quindi è vero quello che si dice, tatuarsi il nome di un innamorato porta sfortuna?». «Ma quale sfortuna. Ci saremmo lasciati comunque, mi sono innamorata di un altro», ride. «Pensi di fartelo togliere?» «Sì, certo, prima o poi». Non sembra preoccupata.

Scendo sulla spiaggia e incrocio un ragazzo che cammina sul bagnasciuga. Ha il corpo talmente pieno di disegni che sembra quasi indossare un vestito in bianco e nero. Lo inseguo, sperando che non se la prenda. Invece ha voglia di chiacchierare: «Tu che sei una donna dammi un consiglio, la mia compagna non mi fa vedere mio figlio da due mesi». Gli chiedo: «Cosa le hai fatto?». Mi racconta di aver buttato giù la porta di casa, una volta che lei non voleva aprire. Gli guardo i muscoli pieni di disegni e scritte: teschi, ragnatele, dadi da gioco, uno skateboard. Sul cuore la scritta: «Matteo bello de papà». Sul braccio un detto romano: «Chi c’ha mamma nun piagne». Le madri, come in molte altre cose, spesso c’entrano. Come nel caso di un venditore di frutta e verdura al mercato di Testaccio: «Ti sei mai pentito di esserti tatuato?». «No, anche perché ho cominciato tardi». «A che età?» «A trentotto anni, adesso ne ho quaranta. Avevo sempre desiderato un tatuaggio, ma fino a che c’era mamma ho lasciato perdere, a lei non avrebbe fatto piacere. Poi quando se ne è andata…» «Cosa?». «Me so’ tatuato il ritratto de mamma, e dopo nun me so’ più fermato».

Mia mamma era molto amica di Gippi Rondinella, il tatuatore che per primo aveva aperto uno studio a Roma negli anni ’80. Le aveva disegnato una piccola rondine sulla clavicola, e quando ero piccola facevo sempre caso al fatto che nessuna delle altre mamme che conoscevo aveva un tatuaggio. Lei la vedevo poco, ma quando andavo a casa sua ricordo che mi faceva il bagno, mi pettinava e poi mi faceva sdraiare nel suo letto, che aveva sempre le lenzuola fresche e pulite. Molto tempo dopo, quando ho riflettuto sul perché mi ero pentita di essermi fatta fare dei tatuaggi, ho capito che era la sensazione di essere così pulita da potermi confondere con le lenzuola appena lavate a mancarmi, quello che avevo perso per sempre.

Passeggio lungo la spiaggia in direzione dell’Oasi Naturista. Annoto mentalmente: un paio di labbra rosse tatuate sul gluteo di una ragazza, un’altra ragazza con tutte e due le braccia coperte di fiori giapponesi, tribali ogni dimensione, la copia di un disegno rupestre. Nella loro infinità varietà, i tatuaggi riescono ad essere incredibilmente monotoni. Man mano che vado avanti la gente è sempre più nuda. La maggior parte sono uomini di una certa età. Qualcuno scavalca la recinzione di legno e si arrampica tra le dune per fare cruising. Mi è sempre piaciuto qui, per la libertà che ci si può concedere di essere felicemente brutti e vecchi e sessuati. Il tasso di felicità, insieme con il tasso di tatuaggi, mi pare più alto che in altri luoghi, in altre spiagge occupate da famiglie, ognuna infelice a modo suo.

Qualche giorno fa sono stata a Capalbio e ho preso l’ombrellone in uno stabilimento. Anche lì, mi sono messa a osservare i tatuaggi. Tra le donne, ero l’unica ad avere qualcosa di più di un cuoricino o una stellina sul polso. Niente anche tra gli uomini di una certa età. Poi li ho visti. I maschi quarantenni, i padri di figli piccoli. Mocassini da barca, magliette firmate, calzoncini sobri. Le sigarette, l’aria di essersi arresi alla pancia che comincia a crescere. I tatuaggi, tutti dello stesso tipo: tribali o maori, in bianco e nero, sul bicipite o sull’avambraccio. Scoloriti. Evidentemente un colpo di testa dei vent’anni, per ribellarsi ai padri avvocati e architetti, ma senza dare troppo fastidio. Più tardi sono andata a comprare un pezzo di focaccia al bar. A servire c’era una ragazza bella, con gli occhi allungati e i capelli neri e lisci. Mi ha battuto lo scontrino, poi mentre me lo passava ha detto, a bassa voce, «Ti posso chiedere una cosa?».

Questo articolo è uscito per Il Venerdì di Repubblica venerdì 3 agosto 2012

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agosto 4, 2012. Tag: , , , , . Uncategorized.

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