Roma: Trevi, Piperno e lo Strega.

Roma è protagonista dei due romanzi dati per favoriti al premio Strega di quest’anno: Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie) e Inseparabili di Alessandro Piperno (Mondadori). Anche se bisognerà aspettare l’undici aprile per sapere i nomi dei dodici concorrenti, e la metà di giugno per la rosa dei cinque finalisti, sembra proprio che la gara si giocherà tra questi due scrittori. Trevi, nato nel 1964, e Piperno, del 1972, provengono entrambi da famiglie della borghesia colta romana, con padri ebrei e madri cattoliche. Uno è cresciuto ai Parioli, giocando a pallone a Villa Balestra con Niccolò Ammaniti, l’altro a Monteverde. Tutti e due tifano Lazio, e questa è forse l’ultima delle cose che li accomuna. Come scrittori non potrebbero essere più diversi. Piperno, studioso di Proust e ammiratore di Philip Roth, ambisce a ricreare il grande romanzo ottocentesco. Ne è prova il fatto che Inseparabili sia la seconda parte, dopo Persecuzione, del dittico Il fuoco amico dei ricordi. Se la prima parte era incentrata sul padre, medico accusato di aver molestato una ragazzina dodicenne amica dei figli, qui si raccontano invece le vicende dei fratelli Filippo e Samuel, ormai cresciuti. C’è un mondo chiuso, un narratore onnisciente, e da qualche parte s’intravede anche una sorta di giudizio morale. Trevi invece, critico letterario, nei suoi libri parte sempre da uno spunto saggistico, mescolandolo poi con elementi semi-autobiografici. Il narratore è ogni volta lo stesso flaneur coltissimo e dolente, che osserva tutto e cerca di dare un senso al mondo. Sono due modi di intendere, e praticare, la letteratura talmente diversi che è quasi inutile confrontarli. Ma cosa c’è di Roma in questi due libri? Perché è così importante la città nelle storie di Piperno e Trevi? In Inseparabili può sembrare che sia solo uno sfondo, una cornice: «Il villino sorgeva in una delle vie più appartate di Monteverde. Una palazzina liberty di un color zabaione vagamente lezioso», scrive Piperno descrivendo la casa in cui abitano il protagonista Filippo e sua moglie Anna. Ma c’è qualcosa di più. Perché è solo in determinati quartieri di Roma, in certe palazzine color zabaione nelle zone più ricche e silenziose della città che la detonazione dei drammi borghesi dei suoi personaggi può fare tanto rumore. Qualcosa di scritto invece è una vera e propria dichiarazione d’amore per Roma e la sua storia. Come aveva già fatto in Senza Verso (Contromano Laterza) nel 2005, Trevi anche qui usa la geografia per raccontare altro. In questo caso si tratta dell’incontro, nei primi anni ’90, con Laura Betti al Fondo Pier Paolo Pasolini, che si trovava «in un tetro e massiccio palazzone d’angolo di Piazza Cavour, non lontano dal fossato di Castel Sant’Angelo». C’è sempre, all’inizio dei libri di Trevi, un qualche fossato che impedisce di andare avanti. Laura Betti lo tratta male, gli dice cose terribili mentre lo trascina a mangiare alici fritte in una trattoria di Prati, ma è così che in qualche modo lo salva, lo fa diventare migliore. Non a caso, in una delle sue peregrinazioni sul Lungotevere, il protagonista scopre il Museo delle Anime del Purgatorio nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio. Decisivo è il racconto di una sgangherata spedizione all’Idroscalo di Ostia, dove è stato ucciso Pasolini. Trevi cita la scena di Caro Diario in cui Nanni Moretti fa lo stesso viaggio in vespa: la piramide di Caio Cestio, la via Ostiense, l’osteria il Biondo Tevere. E infine il mare: «La grande nuvola che ci sovrastava non prometteva nulla di buono – scrive – eppure, guardando in direzione di Fiumicino o verso Roma, il cielo primaverile sembrava proseguire indisturbato nei suoi giochi di luce».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero domenica 25 marzo 2012

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