Francesca Woodman – Gli anni romani tra pelle e pellicola

Francesca Woodman fotografava quasi sempre se stessa, il proprio corpo di donna non ancora ventenne, sovrapponendolo ai muri dagli intonaci scrostati e al marmo dei pavimenti di decadenti palazzi nobiliari romani. O si metteva in posa all’aperto, con le braccia ricoperte di corteccia di betulla, come nell’atto di fondersi con la natura. Immagini tutt’altro che casuali, ispirate al surrealismo e all’arte italiana del Quattrocento, frutto di studio, padronanza tecnica e consapevolezza creativa. Il mito di questa artista così speciale è spesso adombrato da quello del suo suicidio, avvenuto nel 1981. Colpisce, l’idea di una ragazza di ventitré anni, bellissima e piena di talento, che si lancia dalla finestra di un palazzo di New York. Ma come spiega Isabella Pedicini, critica d’arte e autrice di Francesca Woodman gli anni romani tra pelle e pellicola, edito da Contrasto: «Interpretare l’opera di Woodman partendo dal fatto che si sia tolta la vita mi sembra molto limitante, anche per questo ho scritto il libro ». Isabella Pedicini, che è nata nel 1983, ha incrociato la figura dell’artista lavorando per la galleria di via della Reginella di Giuseppe Casetti, uno dei primi amici romani di Francesca, depositario di un archivio pieno di immagini, lettere, cartoline e disegni. La storia è nota. Nel 1977 Francesca Woodman arriva a Roma con una borsa di studio della Rhode Island School of Design di Providence. Ha diciannove anni e passa ogni giorno, infagottata in calzettoni e gonna lunga, davanti alla libreria Maldoror, in via di Parione, gestita dallo stesso Casetti e da Paolo Missigoi. «Francesca si fermava a guardare per ore le cartoline e le fotografie di anonimi esposte all’ingresso», racconta Casetti in un’intervista contenuta nel libro, «ogni tanto comprava qualcosa. Noi non facevamo caso a lei, si nascondeva nei suoi vestiti molto larghi». Un giorno tutto cambia: «Mi si è avvicinata, mi ha dato una scatola grigia e ha detto: io sono una fotografa. Ho aperto la scatola e sono rimasto veramente sedotto», dice Casetti, «ero disorientato dal cortocircuito tra l’apparenza adolescenziale e la forza di quelle immagini». Casetti organizza la sua prima mostra, mentre lei continua a lasciargli fotografie, stampate in formato 6 x 6, incastrate tra i tergicristalli della macchina, o sotto la saracinesca della libreria. Nel 1978 Woodman torna a Providence, si diploma, pubblica un piccolo libro, spedisce lettere ai suoi amici romani, si trasferisce a New York e produce altre immagini meravigliose. Oggi una sua opera è quotata più di 20 mila euro, mentre il Moma di San Francisco in California ha inaugurato a novembre la prima grande retrospettiva negli Stati Uniti.

Questo articolo è uscito per Il Messaggero il 16 febbraio 2012

 

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