L’O di Roma

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Chiunque viva a Roma avrebbe potuto trovarsi davanti una mattina, sulla porta di casa, un uomo con una lettera: «Gentile signore, il signor Tommaso Giartosio qui presente è un autore letterario a contratto per la nostra casa editrice, per un libro sulla città di Roma. Vorremmo chiederle una cortesia: di permettergli di attraversare a piedi, molto rapidamente, gli spazi pubblici o privati che egli vi indicherà». Tommaso Giartosio, autore di L’O di Roma appena uscito per la collana Contromano di Laterza, ha deciso di raccontare la città attraversandola a piedi, seguendo un’idea che gli è venuta da una memoria antica, o forse da un sogno: «Un bambino immagina di attraversare la sua città», scrive, «lungo una circonferenza disegnata col compasso sulla mappa. Punta l’ago sulla piazza centrale. Punta la mina su casa sua. Disegna un cerchio. Seguirà questo percorso dovunque vada». Prima di tutto Giartosio deve stabilire il centro, scegliere dove puntare l’ago, e dopo essersi interrogato a lungo capisce che il luogo più adatto è Piazza Venezia, vicina al Foro, dove si trovava il centro ufficiale di Roma antica, un piccolo monumento detto l’Ombelico dell’Urbe. Da qui traccia il suo cerchio, che comprende Testaccio, il Tevere, Monteverde, Villa Doria Pamphilj, il Vaticano, Prati, Villa Borghese, Porta San Giovanni, le Terme di Caracalla. Comincia il viaggio, descrivendo ogni cosa con grande attenzione, seguendo la poetica del camminare, che rende ogni cosa più vicina, a portata di sguardo: una targa, una buca nell’asfalto, un ufficio con il personale che si affretta a timbrare il cartellino mentre lo scrittore è fermo, in ascolto. Il risultato è buffo e drammatico, perché l’autore, proprio come nei giochi dei bambini, deve rispettare delle regole che si è dato da sé, quelle che è più doloroso infrangere. Come quando qualcuno, nonostante la lettera e tutte le buone intenzioni, non gli permette di passare: «Sono lontano dalla mia rotta e ci sto male. Prima di farlo davvero, questo viaggio, avrei detto: macché male, avrai al massimo un malessere tutto di carta, tutto di testa. Sarà pure di testa ma lo sento nel corpo. Ho il morale sotto le scarpe. Letteralmente». Dentro il libro c’è anche la città, fatta di monumenti, biblioteche, cimiteri che custodiscono il passato, e ancora l’interrogarsi sul presente, il futuro, e quindi la vita, e la scrittura, che per uno scrittore è la somma di tutto questo. Giartosio non poteva non citare il racconto più noto di John Cheever, Il Nuotatore, pubblicato per la prima volta dal New Yorker il 16 luglio del 1964: «La storia di Neddy, un uomo che decide di lasciare il party in piscina a cui è stato invitato e tornarsene a casa nuotando attraverso tutte quelle di amici e conoscenti, di villetta in villetta, di vasca in vasca» spiega. E continua: «Una bella storia, non c’è che dire, ma molto diversa da questa, come una retta è diversa da un cerchio, il nuotare dal camminare». L’autore racconta di essere stato perseguitato da questo racconto ogni volta che ha parlato del progetto a qualcuno dei suoi amici. È vero che una retta e una circonferenza sono due cose molto diverse, come è vero che nuotare e camminare sono due attività che si assomigliano poco. Però, così come il Neddy del racconto di Cheever scopre che alla fine della nuotata non c’è nessuna casa ad aspettarlo, così Giartosio si ritrova con un senso di spaesamento e insoddisfazione: «Sì, è il viaggio che mi ha fatto male. Mi sento vuoto», e poi: «Con un perimetro molto più lungo anche a me sembra di fare il giro dell’isolato. E sono stanco». Ma poi, per fortuna, si accorge che sono ancore tante le cose da scoprire.

Questo articolo è uscito in forma ridotta per Il Messaggero domenica 15 gennaio 2012

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gennaio 15, 2012. Uncategorized.

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