Christopher Hitchens 1949 – 2011

È morto ieri a Houston in Texas lo scrittore, saggista e polemista inglese Christopher Hitchens. Aveva sessantadue anni e da quasi due lottava contro un cancro all’esofago. Noto per le sue idee radicali e per il gusto della provocazione, aveva dichiarato di essersi dedicato al giornalismo anche per: «non dover fare affidamento sulla stampa per informarmi sulle cose del mondo». Non è facile riassumere la sua carriera in poche righe, perché, come è tipico di un certo giornalismo britannico, non considerava nessun argomento indegno di essere trattato. A fare la differenza era la voce, il modo intensamente razionale con cui argomentava le sue posizioni. Negli ultimi due anni si era occupato di raccontare come ci si sente se messi all’angolo da una malattia mortale. In un saggio pubblicato nell’edizione americana di Vanity Fair prima dell’estate scriveva: «Come per tutte le altre esperienze umane, la novità della diagnosi di un cancro maligno tende a sbiadire. Ci si può perfino abituare all’idea della morte, nello stesso modo in cui ci si abitua alla presenza del solito scocciatore che ti aspetta alla fine di una conferenza, speranzoso di riuscire a scambiare due parole». Le parole erano la cosa a cui teneva di più, insieme con le sigarette, lo scotch, la buona conversazione, la moglie Carol e gli amici di sempre, tra cui Martin Amis, Ian McEwan e Salman Rushdie. Richard Dawkins ha dichiarato: «Abbiamo perso il più grande oratore dei nostri tempi e un coraggioso combattente di tutti i tiranni, incluso Dio». Hitchens, con il suo lavoro, ha sempre cercato di far venire fuori la verità di personaggi che erano assurti a simboli sacri della cultura popolare. Ma è meglio usare le sue stesse parole, tratte dalla prefazione di Consigli a un giovane ribelle, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2008: «Sono stufo di leggere recensioni e critiche basate su ritagli di recensioni e critiche precedenti. Così, c’è sempre una frase, di solito un cliché di parole prese in prestito, che recita: Hitchens, tra i cui precedenti bersagli si contano Madre Teresa, la principessa Diana e Bill Clinton, adesso ha preso ad occuparsi di…». Poche righe più avanti lo scrittore spiega come lo avesse fatto soffrire vedere ridurre le sue idee, alle quali aveva lavorato tutta la vita, a una sfilza di attacchi lanciati a casaccio: «È solo una maniera subdola di emarginare le opinioni dissenzienti o di trattarle con micidiale condiscendenza». La voce di Christopher Hitchens, famosa per la potenza con cui riusciva a raggiungere le ultime file della platea di un teatro, era stata uno dei primi bersagli dalla malattia, ma aveva continuato a risuonare nella parole scritte. È in rete il suo ultimo saggio, pubblicato sempre da Vanity Fair, in cui, parlando di Friedrich Nietzsche, racconta di come la sofferenza gli avesse fatto rivedere la validità di alcuni detti, come quello, attribuito al filosofo tedesco, che recita: «Ciò che non mi uccide mi rafforza». Hitchens descrive gli effetti dolorosi della radioterapia, e si domanda se, conoscendoli in anticipo, avrebbe accettato di farsi curare: «Ci sono stati numerosi momenti in cui, mentre venivo preso a calci dal dolore e tremavo e rantolavo e bestemmiavo, ne ho seriamente dubitato. Due cose mi hanno salvato dal tradire me stesso e lasciarmi andare: una moglie che rifiutava di sentirmi parlare in questo modo inutile e noioso, e diversi amici che non hanno smesso di parlarmi con sincerità. Oh, e anche certi antidolorifici». Come scrive Ian McEwan sulla quarta di copertina della raccolta di saggi Arguably, pubblicata nel 2011 da Twelve raccogliendo i migliori tra quelli usciti sul Guardian, Slate e The Atlantic: «Se Hitchens non fosse esistito, non saremmo stati capaci di inventarlo».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero sabato 17 dicembre 2011

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dicembre 17, 2011. Uncategorized.

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