Musica per un incendio

Avevamo conosciuto Elaine e Paul nel racconto Adulti da soli, che apriva la raccolta di A.M. Homes La sicurezza degli oggetti, uscita in Italia nel 2001 per Minimum Fax, dieci anni dopo l’edizione originale. Una coppia di quarantenni che affida i figli piccoli alla nonna, con l’idea di passare una settimana di vacanza. I due non trovano niente di meglio da fare che tornarsene a casa per osservare meglio la propria infelicità e la delusione reciproca, il corpo che cambia in peggio, con Paul che inizia a perdere i capelli e Elaine che scopre segni sempre nuovi sul viso. Non basta, perché, come si capisce benissimo dal racconto, sono specializzati nel mettersi nei guai. Perché stare male, se puoi stare peggio? Forse è per questo che l’autrice ha costruito per Elaine e Paul una prigione di più di 300 pagine, il romanzo Musica per un incendio, uscito negli Stati Uniti nel 2000 e che arriva in Italia in questi giorni, edito da Feltrinelli. Musica per un incendio è un horror familiare, un incrocio tra un Revolutionary Road degli anni ’90 e un romanzo di Stephen King. Ci sono i sobborghi per pendolari di New York, con le villette, i prati, le verande con il legno dipinto di bianco, i barbecue, i vicini con i giardini perfetti, le bambine perfette, i congelatori pieni di agnello e verdure per le cene in famiglia, i cocktail per rendere più sopportabili i party del fine settimana. E c’è la casa dove vivono Elaine e Paul, con i due figli di cui si curano poco, mentre si occupano ancora moltissimo della propria infelicità, sentendosi inadeguati alla vita che si sono costruiti. Paul tradisce Elaine con la madre di un amico del figlio, Elaine osserva il disfacimento della casa, le assi del pavimento che si sollevano, le serrature che si rompono. Fanno l’amore dicendo cose come «sono infelice, mi annoio a morte». In un momento più autodistruttivo del solito decidono di dare fuoco alla casa, come due adolescenti incapaci di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Questo è solo l’inizio di una serie di situazioni drammatiche e esilaranti, prima del finale nerissimo. A.M. Homes è nota per la sua capacita di mettere in scena personaggi nei quali nessuno ha il piacere di identificarsi. A volte pedofili, come nel racconto In cerca di Johnny, dove un maniaco rapisce un bambino ma lo riporta indietro perché non è il tipo che cercava, o come nel romanzo La fine di Alice, del 1996, molto più duro, in cui un assassino di bambini istruisce per corrispondenza una ragazza che è innamorata di un dodicenne. O più semplicemente mariti e mogli infedeli, adulti che non sanno crescere, irresponsabili e capricciosi. I bambini, come accade anche nei libri di Stephen King, sono gli unici che riescono ad avere una visione ancora sensata della realtà. Fantastica inventrice di storie postmoderne, adorata da David Foster Wallace che usava i suoi racconti nei corsi di scrittura che teneva all’Università di Pomona in California, la Homes non ha mai amato parlare troppo di sé. Lo ha fatto una sola volta, in quello che è forse il suo lavoro più bello e compiuto, La figlia dell’altra, del 2007. Adottata subito dopo la nascita da una famiglia di intellettuali ebrei di sinistra, a trent’anni riceve una lettera della madre naturale. Decide di incontrarla e scopre di avere avuto una gran fortuna a essere stata abbandonata da quella donna che «è rimasta ferma nel tempo, è piena di fantasie su come sarebbero potute andare le cose». E poi: «mi terrorizza il modo in cui mi rivedo in lei – quella rotella un po’ svitata in qualche modo risuona – e l’idea che alla fine potrei trovarmi a respingere l’unica persona al mondo che non ho mai voluto respingere». Forse nessuno aveva mai raccontato così bene come la Homes il modo in cui ci sente quando nell’infanzia non è andato proprio tutto liscio: «C’è una frattura profonda nei miei pensieri, un ritornello che riecheggia senza sosta: io non sono quella che credevo di essere e non ho idea di chi sono». Infine, quando lo scopre: «Sarò sempre una cosa appiccicata insieme, qualcosa di leggermente rotto. È uno stato da cui non posso riprendermi ma che posso solo accettare, con cui devo convivere, con compassione». La scrittura di A.M. Homes è stata definita, più di ogni altra cosa, «disturbante». Quello che disturba è probabilmente la musica stonata che viene fuori mettendo insieme le situazioni, i personaggi e lo sguardo di compassione con cui la Homes li trascina dalla padella nella brace. La scrittrice ha detto di dovere molto a Grace Paley, la poetessa, scrittrice e attivista politica che è stata la sua insegnante di scrittura e mentore all’università. La Paley aveva prima di tutto mostrato alle donne della sua generazione che si poteva fare politica e letteratura anche con i bambini da portare ai giardinetti, era materna e accogliente e scriveva racconti su cose di tutti i giorni. Non stupisce che la Homes abbia desiderato di farsi adottare anche da lei. In un omaggio uscito sul Guardian subito dopo la sua morte, nel 2007, scriveva: «A lezione ci raccomandava sempre di rappresentare sulla pagina “la verità secondo il personaggio”, criterio che uso tuttora come metodo di valutazione per ciò che scrivo». Le verità della Homes sono piacevoli da assaporare e pesanti da digerire. Non segue mai strade già battute, infatti dopo l’undici settembre ha dato alle stampe Questo libro ti salverà la vita, il suo unico romanzo ottimista, ambientato a Los Angeles. Nel finale di Musica per un incendio, molto pre-undici settembre, ci ricorda che per trovare il male non c’è mai bisogno di allontanarsi troppo da casa.

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dicembre 7, 2011. Tag: , , , . Uncategorized.

One Comment

  1. lorenzo replied:

    Brava amò! Ottimo pezzo!

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