Baci da 100 dollari

Donne robot create con i pezzi di un frigorifero, scienziati tristi che bevono alcolici forti all’ora di colazione, Cadillac color «zuppa di aragosta», ragazze da marito che lavorano come centraliniste con cuffie e dittafoni, studenti di teologia che si fanno massacrare di botte per amore della moglie di un boss. I dollari sono il traguardo più ambito ma non portano la felicità, l’amore è qualcosa che può andare a male facilmente, i buoni e i cattivi sono ben distinti, i finali a sorpresa ma non troppo.                                                                                                                                                                                                                        Sono alcuni tra gli ingredienti dei racconti inediti di Kurt Vonnegut, tradotti per Isbn da Francesco Pacifico con il titolo Baci da 100 dollari e una bella prefazione di Dave Eggers: «Queste storie di inizio carriera sono diverse dai romanzi successivi di Vonnegut» ,– scrive Eggers – «dove il tono è più cupo, scuro, più esasperato, dove le sfumature sono molte e le lezioni più complesse. Sebbene, mentre scriveva questi racconti, Vonnegut avesse già visto i bombardamenti di Dresda, avesse trascinato gli scarponi fra i corpi carbonizzati di migliaia di civili, avesse vissuto in un campo di prigionia tedesco, i racconti hanno la chiarezza di sguardo di un giovane che comincia a capire come funziona il mondo».
Siamo nei primi anni ‘50. Vonnegut si era licenziato dalla General Electrics, dove lavorava come pubblicitario, per dedicarsi alla scrittura. Sposato con la fidanzatina delle elementari che aveva ritrovato all’università, con lei aveva avuto tre figli e aveva adottato i tre bambini della sorella, rimasti orfani di tutti e due i genitori nel giro di pochi giorni. Era una famiglia numerosa da mantenere. Vonnegut era riuscito a pubblicare nel 1952 Piano meccanico, un romanzo di fantascienza distopica, che stava vendendo pochissimo. La cosa migliore da fare era confezionare racconti per le riviste patinate destinate alle casalinghe: Collier’s, il Saturday Evening Post e Cosmopolitan.
Francis Scott Fitzgerald aveva fatto lo stesso negli anni ‘20, per saldare i conti degli alberghi a Parigi mentre finiva di scrivere Il Grande Gatsby. Hemingway ne parla in Festa Mobile: «Mi aveva raccontato alla Closerie de Lilas che scriveva quelli che riteneva dei buoni racconti per il Saturday Evening Post, e che poi li cambiava prima di presentarli, sapendo esattamente qual era il taglio da dargli per farne dei vendibili racconti da rivista. Io ero scandalizzato e dissi che questo voleva dire prostituirsi. Lui disse che era sì prostituirsi, ma che doveva farlo perché faceva soldi con le riviste per avere soldi per scrivere libri seri».
Questa forse è l’unica cosa che accomuna Fitzgerald e Vonnegut, con il primo che considerava la ricchezza come la più irrinunciabile delle virtù e il secondo che si ispirava al socialismo laburista di Eugene Debs con il suo detto: «Finché esiste una classe inferiore, io vi appartengo; finché esiste un elemento criminale, io ne faccio parte; finché c’è un’anima in prigione, io non sono libero».
Vonnegut era, come lo definisce Eggers, uno scrittore morale: «Ci ho pensato molto a cosa abbiamo perso quando abbiamo perso Kurt Vonnegut e la cosa principale che mi torna sempre in mente è che abbiamo perso una voce morale. Abbiamo perso una voce molto ragionevole e credibile – il che non significa seriosa o non incisiva – che ci aiutava a capire come vivere». Più tardi lo avrebbe fatto, e lo avrebbe fatto molto bene, scrivendo uno dei più bei romanzi contro la guerra di tutti i tempi, Mattatoio N.5, uscito nel 1969.
I racconti anni ‘50 di Baci da 100 dollari non sono invecchiati altrettanto bene. C’è già dentro il talento che l’autore avrebbe manifestato più tardi, ma non reggono il confronto con, tanto per fare un esempio, i Nove Racconti di Salinger o con i racconti di Flannery O’Connor, che sono dello stesso periodo. Avendo letto i capolavori di Vonnegut, viene da immaginare la voce del caporedattore di Collier’s o del Saturday Evening Post che si raccomanda con lui dicendogli che deve scrivere semplice, deve spiegarsi, perché le lettrici non hanno voglia di fare sforzi troppo grandi o di ritrovarsi turbate mentre leggono una rivista aspettando che la torta finisca di lievitare nel forno. Lo scrittore, che in quel momento doveva pensare a pagare le bollette della luce e a comprare da mangiare ai suoi sei figli, deve averlo ascoltato.
Dave Eggers spiega molto bene che genere di racconti si era trovato a scrivere Vonnegut, definendoli a trappola per topi: «Questo tipo di racconto esiste per fregare o mettere in trappola il lettore. Muove il lettore lungo la storia attraverso un meccanismo complesso (ma non troppo complesso), fino alla fine, quando scatta la molla e il lettore si ritrova in trappola. E così, in questo tipo di storia, i personaggi, l’ambientazione, l’intreccio, sono tutti grossomodo dei mezzi rivolti a un certo scopo». Ma è una trappola che, volendo, si può anche smontare, prendendo un racconto a caso dal libro e cancellando con la matita quelle righe che spiegano troppo, che tirano per mano il lettore togliendo mistero alla storia.                           Quello che resta è prezioso, sono personaggi vivi e tristi e con speranze che vengono deluse come capita a ognuno di noi. Chissà cosa ne avrebbe detto Vonnegut, che è morto nel 2007 senza avere neanche la soddisfazione di vedere la fine dell’era di Bush. Negli ultimi anni della sua vita scriveva saggi appassionati contro la guerra in Iraq per la rivista In these times, alcuni dei quali sono poi stati raccolti nel volume Un uomo senza patria, uscito nel 2006 per Minimum Fax. Si era sempre dichiarato ateo ma, come scrive Eggers: «Parlava benissimo di Gesù Cristo e diceva cose chiare e semplici come Maledizione, bisogna essere gentili».

Questo articolo è uscito per Il Messaggero sabato 29 ottobre 2011

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ottobre 30, 2011. Tag: , , , . Uncategorized.

2 commenti

  1. madpack replied:

    Interessante post, tra l’altro non ho mai letto niente di Vonnegut, ma rimedierò a breve, se non altro con il celebre Mattatoio n.5 anche se Piano Meccanico mi intriga moltissimo. Grazie!

  2. valedellaseta replied:

    grazie a te.

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